Shoegazer a testa alta nella veste Spacemen 3, guru della drone-music più estrema col progetto EAR ma pure esteta di un minimalismo rock tutto spasmi e allucinazioni a nome Spectrum, Pete Kember (aka Sonic Boom) tratteggia un secco resoconto delle incazzature passate, della sua vita presente e di quel tanto di futuro che gli va d’esplorare.
Si saranno creduti predestinati, Pete e Jason, due ragazzi di Rugby (Warwickshire, Inghilterra) che il caso fece incontrare tra i banchi di scuola (scuola a indirizzo artistico, come tradizione rock spesso richiede) i quali, oltre alla data di nascita (per entrambi 19 novembre 1965) condividevano preferenze musicali ben precise: Velvet Underground periodo White Light/ White Heat, garage rock alla Nuggets (e quindi sixties a profusione) e tanti altri nomi elencati generosamente nelle interviste di lì a venire.
Gli Spacemen 3 nascono ufficialmente nel 1982 dalle menti dei loro fondatori, ribattezzatisi per l’occasione Sonic Boom (Pete) e J. Spaceman (Jason). Nel frattempo, dalla Scozia, con il singolo Upside Down i Jesus and Mary Chain irretiscono critica e pubblico riscoprendo l’acqua calda del feedback a oltranza (introdotto con cognizione di causa in ambiti acid-rock un ventennio addietro); aggiudicatisi il titolo di iniziatori del movimento shoegaze riusciranno a sopravvivere all’ampollosità dei loro stessi proclami (“Siamo la migliore rock band in circolazione” ecc.) per la durata di 2 full-length album (i soliti Psychocandy e Darklands), prima di rivelare l’esilità del proprio discorso musicale. Cavalcando l’onda della distorsione pura e dura, nell’86, Kember e soci danno alle stampe l’esordio Sound Of Confusion (Glass), che da subito espone intenzioni allineate con le tendenze indie del momento: un rock minimale dalle melodie elementari, compiaciutamente distorto e debitore a tutti quelli che dai ’60 ad allora vi si erano cimentati (citiamo, nel mucchio, 13th Floor Elevators, MC5, Stooges…).

Una dichiarazione di Kember riassume a dovere il progetto: “1 accordo è l’ideale. 2 sono fighi. 3 possono starci. 4 sono la solita roba”. Rispetto ai Jesus and Mary Chain va però rilevata una diabolica ostinazione nel frastornare l’ascoltatore in tour de force lunghi quel tanto (troppo) da alterare il battito cardiaco, accelerare la respirazione e, agendo sul nervo simpatico, regalare un sincero spaesamento che attribuiremo al potere mi(s)tico del rock’n’roll (O.D. Catastrophe). La lesta consacrazione avviene in realtà col successivo The Perfect Prescription (Glass, ’87) nel quale si evidenziano le peculiarità compositive e interpretative; l’imperizia chitarristica qui esposta è figlia diretta del Lou Reed capace di sollevare il mondo con due accordi (evidente più nel brano originale Walking With Jesus che nell’esplicita Ode To Street Hassle): l’elettricità miagola indolente, ad abbellire cantati/ recitati di asettica mancanza (in questo Pete e Jason s’equivalgono). Ascoltando Things’ll Never Be The Same il paragone con iguana-Iggy versione Fun House suona decisamente imberbe; l’accanimento verso uno “sballo della monotonia” trova invece il suo coronamento nei blues bianchi Come Down Easy e Feel So Good. Nella cover Transparent Radiation i Red Crayola vengono trattati con un tale rispetto da sdoganarne l’estetica verso classifiche neanche tanto indipendenti. L’amore mai celato per le droghe allucinogene, questo sì, chiude l’album in bellezza con il trip Call The Doctor, sussurri nel primo mattino mentre tutto il mondo riverbera colorato.

Playing With Fire (Fire, ’89) addolcisce le tinte, spostando l’attenzione su bordoni tastieristici alla Suicide di The Second album (si ascoltino Honey, I Believe It, Let Me Down Gently e, guarda un po’, Suicide); le distorsioni sospese in spazi dilatati e prossimi al collasso (How Does It Feel) fanno pensare invece a una versione meno ironica dei Silver Apples (nel 1998 Boom e Simeon Coxe daranno vita a A Lake Of Teardrops - Space Age - Ep senza infamia e senza lode). Con Revolution si torna al muro del suono, camminando sul lato selvaggio a braccetto con Sister Ray e sorelle affini. Nota per collezionisti: la reissue Space Age prevede un cd bonus con versioni demo e alternate mix di tutto rispetto, spesso assai distanti dagli originali. Poi la prevedibile scollatura: Kember partorisce a nome Sonic Boom l’album Spectrum avvalendosi della line up degli Spacemen 3; si tratta del prosieguo di quanto finora elaborato, a dimostrazione che le idee di una sola metà della mela bastano e avanzano per ottenere il risultato voluto (uno stato di alterazione perpetuo, riassunto negli episodi Lonely Avenue e If I Should Die, bad trip sconfinato in territori kraut-ambient). Ai ghiottoni va ricordato che la versione Lp limitata contiene (conteneva) un singolo aggiuntivo, da far suonare a 16, 33, 45 e 78 giri.

In breve tra Jason e Pete si acuiscono le asprezze e, con la fine degli anni ’80, il gruppo smetterà di esibirsi dal vivo. Ci sarà spazio per un altro tassello importante intitolato Recurring (Dedicated, ’91), bignami diviso equamente tra i due compositori; il primo lato (Kember) parla un linguaggio contaminato da house, techno made in Kraftwerk e trance music (sintetizzabile nei 10 minuti di Big City). Il lato di Pierce espone un rock d’effetto che in Hypnotized lascia intravedere le gradevoli ampollosità di lì a breve esposte col marchio Spiritualized. La rottura giova a Pierce sulla breve distanza (gli Spiritualized di Pure Phase promettevano una sintesi preziosa annegata nella prosopopea del successivo Ladies And Gentlemen We Are…) e a Kember sulla medio-lunga. Gli altri membri della band (poveri loro, poco più che delle comparse nel disegno di Spaceman e Boom) tenteranno operazioni in proprio (il bassista Pete Bain con i Darkside) o si renderanno timidamente disponibili nei progetti dei due litiganti. Seguiranno un tribute (con Mogwai, Low e Arab Strap), raccolte semiufficiali e live tra i quali è doveroso segnalare l’omaggio a La Monte Young Dreamweapon (eseguito nell’88 ma uscito nel 2006 per la Space Age): il solo cazzeggio chitarristico An Evening Of Contemporary Sitar Music supera abbondantemente i 40 minuti, roba che neanche i Grateful Dead di Dark Star…
Per Kember il tentativo di rinascita avviene a nome Spectrum con l’album Soul Kiss (Silverstone, ‘92); sia Soul Kiss che le altre opere a venire (inclusa una manciata di Ep magari non imperdibili ma fedeli alla linea) approfondiscono il discorso trance-pop (il singolo How You Satisfy Me) redatto negli episodi più estremi degli Spacemen 3 alternando ninnananne quasi-ambient per chetare sballi sfuggiti di mano (Touch The Stars) o, alla peggio, divagazioni d’organo al limite dello sbadiglio. L’affare si complica con la ramificazione EAR (Experimental Audio Research). Beyond The Pale (Big Cat, registrato nel ’92 ma pubblicato nel ’96) è un ambizioso esperimento collettivo con Eddie Prévost (storico percussionista fondatore del free combo AMM), e Kevin Shields + Kevin Martin dei My Bloody Valentine; a complicare intellettualmente la faccenda il rimaneggiamento dell’opera firmato 5 anni più tardi dall’artista multimediale tedesco Thomas Köner (The Köner Experiment, Space Age, ’97) il quale riesce nell’arduo tentativo di asciugare la vernice EAR rendendola se possibile ancor più claustrofobica ed essenziale. Adottata per sé la sigla EAR Kember prosegue nel viaggio attraverso un’elettronica vintage strumentale che si prefigge di calcare le orme dei mostri sacri Schulze/ Froese/ Tonto’s Expanding Head Band ecc..

I risultati non fanno gridare al capolavoro ma aggiungono nuove spezie alla frittata psichedelica iniziata con gli Spacemen 3. Mesmerized (Sympathy, ’94), senza proferir verbo, parla esclusivamente il linguaggio del krautrock; Space Themes Part 1 & 2 (Phenomena 256, 3rd Stone, ‘96) omaggia Cage utilizzando le lettere dal suo cognome (C A G E) come note musicali e partorendo un pistolotto informale senza testa e senza coda; le suite de-costruite di Millenium Music (Atavistic, ‘98) giocano a frammentare stralci di concrete music nella speranza di risultare “absolutely free”. Data Rape (Space Age, ’98) dimostra che, concentrandosi su tempistiche contenute, il Nostro è in grado di fare sintesi delle proprie abilità soniche senza spaventare l’ascoltatore con tediose lungaggini. Living Sound (Histrionic, ’99), Continuum (Space Age, 2002) e Worn To A Shadow (Lumberton, ’05): tutte porzioni di un unico biscione, fin troppo avviticchiato all’albero dell’estasi chimica (o mistica?).
Artista dedito al suo mestiere Kember ha inoltre sparso il suo ingegno in decine e decine di collaborazioni; tra tutti nomineremo Yo La Tengo e Stereolab.
Gli Spacemen 3 non sono stati gli unici a camminare sul filo di quel minimalismo rock-noise saturato e melodicamente orecchiabile (che tanto avrebbe influenzato i nineties se non fosse emerso il grunge): con loro My Bloody Valentine, i sottovalutati Loop e altre situazioni più o meno meritorie. Sono però l’entità che più compiutamente ha espresso vizi e virtù del così detto ‘drone-rock’, disperdendosi poi in discografie soliste ricche di episodi estremi e spesso estremamente affascinanti. In fondo era tutto meravigliosamente riassunto nel titolo di una raccolta demo del primo periodo: “Drogarsi per fare musica con la quale drogarsi”.
Il suono distante delle turbine proveniente dai motori di un jet.
Quelli generati dall’acqua che scorre.
Divertimento, felicità e, possibilmente, la capacità di spargere un po’ di queste emozioni intorno a me. La condizione umana è indissolubilmente legata alla nostra capacità di relazionarci l’un l’altro; tutte le volte che riesco a mettermi in connessione con il pubblico in maniera autentica la mia esistenza si arricchisce profondamente.
Non credo di conoscere qualcuno che possa definirsi un “sognatore”.
Il successo. Il successo è un attestato di merito tributato ad alcuni artisti assolutamente incapace di fornire loro ciò di cui hanno veramente bisogno. Sono ben contento di mantenere un livello di semi-anonimità; non mi va proprio di farmi ingabbiare in nome della fama.
Certo che no. Le mie tentazioni mi piacciono un sacco.
Niente affatto. Sono ancora convinto che essermi drogato in maniera attenta e profondamente consapevole mi abbia regalato momenti molto spassosi e abbia arricchito la mia vita e la musica che ho prodotto. Sono sempre stato un fervente sostenitore di un uso consapevole di certe sostanze. La così detta “dipendenza” è la conseguenza di un uso scriteriato.
Tante, tantissime le influenze artistiche che mi ispirano (Mondrian, Lichtenstein, Warhol ecc.). Principalmente però si tratta di band e musicisti; quelli sono i punti fondamentali per me. Una lista parziale è disponibile alla pagina myspace del progetto Spectrum e a quella di Sonic Boom (tra le tante, le meno ovvie sono forse Sam Cooke, i Wailers e Joe Meek).
Non mi curo di avere una risposta per ogni domanda. M’interessa solo ciò a cui m’interesso, e si tratta di cose quali la musica, l’arte, il design, la società, la letteratura e le persone.
Canzoni dimmerda. Alcune delle più orribili schifezze pseudo-prog degli ultimi 10 anni e oltre. Per non parlare delle loro cover degli Spacemen 3… semplicemente imbarazzanti. Una sorta di rock bolso e pomposo. Scoregge senza costrutto, sul genere “oh… ci stiamo ‘segando’ nello Spazio…”. Sono convinto che il tizio abbia fatto del proprio meglio assieme ai suoi compari ma a me proprio non va giù, mi pare roba senz’anima. Una pappa anestetizzante di rime scontate pieno di “Oh Lord questo/ Oh Lord quello…!”. Quando non gli riesce di venirne a capo ci ficcano dentro un “Oh Lord” di salvataggio.
Il loro tradimento. Sanno bene che razza di gente siano.
Nientemeno che una leggenda. È un dolce e piacevolissimo gentiluomo ed è sempre stato meraviglioso collaborare con lui.
Del genere? Io di guerre personali non ne ho, direi che è proprio il concetto di “conflitto” a farmi schifo.
Non ci voglio neanche pensare.
Non credo. Ma nessuno può dirsene esente.
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Generare situazioni interessanti tentando inedite permutazioni sonore, magari riformulando la struttura del formato “canzone”.
Aspettare che arrivi il treno? Anzi no, meglio, assistere a un live degli Spiritualized.
Per molti aspetti sì. Anche se la compagnia degli sciocchi mi è ancora indigesta mi riscopro in linea di massima più indulgente verso persone e situazioni. Ormai ho accettato il fatto che il mio stile di vita e alcune delle cose in cui credo mettano a disagio più di una persona… arrivo perfino a provare compassione per la superficialità dimostrata da certi bigotti. Però guarda ad esempio gente come l’ex Spacemen 3 Pete Bain! Beh, non sono ancora arrivato al livello di provare compassione per gente così triste, invidiosa e limitata: invece di felicitarsi con te per i risultati ottenuti attraverso il duro lavoro ti invidiano malevolmente per la creatività, lo charme… insomma per tutto quello che manca a loro. Una volta concedevo ai comportamenti di quegli individui per lo meno il beneficio del dubbio ma ultimamente si sono proprio scavati la fossa da soli e mi sollazzo a vederceli sprofondare.
A me no. Ma ad altri credo proprio di sì.
È per lo più qualcosa di irrilevante. Non posso ritenermi un artista di successo nel significato comune del termine ma di per contro il mio spirito è in forma smagliante e posso vantare un sacco di amici meravigliosi che ho potuto conoscere attraverso questo mestiere.
Non direi.
Oh sì.
Certo. Esistono miriadi infinite di interpretazioni per questo genere. Naturalmente non tutte mi aggradano ma devo confessare ancora la mia profonda passione per il mondo psichedelico.
La gioia. È una vera benedizione.
La condivisione.

Gli italiani Julie’s Haircut e l’inglese Sonic Boom, uniti da gusti/ influenze musicali comuni (garage sixties, prog, psichedelia british e non ecc.), se ne escono con un ep strumentale di matrice krautrock (una ‘facciata’ acida e incalzante + una facciata riflessiva e ambientale). Si tratta in realtà di 2 take ripescate dalle session di After Dark, My Sweet dei Julie’s (2006), che vedeva appunto la collaborazione dell’ex-Spacemen 3. Il risultato è un omaggio onesto e sentito allo space-rock, di ”‘maniera” quel tanto da farti venir voglia di rispolverare i classici del genere (metti, a esempio, un Join Inn degli Ash Ra Tempel), alla ricerca di un’epoca che ha finito inevitabilmente per assumere connotati leggendari e, a quanto pare, degni di essere copiati cartacarbone. N-Waves/ U-Waves è dedicato perciò ai fan della prima ora (da entrambe le parti) e a coloro i quali vogliano toccare con mano le conseguenze di una jam session evocata in onore dei bei tempi che furono. (6.0/10)