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Patti Smith

di Stefano Solventi e Teresa Greco
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  • Jubilee
  • Mother Rose
  • Stride of the Mind
  • Cartwheels
  • Gandhi
  • Trespasses
  • My Blakean Year
  • Cash
  • Peaceable Kingdom
  • Radio Baghdad
  • Trampin'

Trampin' (Columbia, 2004)

di Stefano Solventi

Leggevo in un forum una richiesta di chiarimenti circa il significato di "urgenza espressiva", formuletta pare molto impiegata dalla categoria dei recensori. Quanto a me, nel mio piccolo, posso confermare e confessare di farne uso con una certa frequenza.
Se in quel momento non mi sembrava il caso di intervenire per dare una risposta, adesso ne avrei una comoda. Basterebbe cioè confrontare la differenza che passa tra questo Trampin' ed uno qualsiasi dei primi quattro titoli della discografia di Patti Smith per squagliare ogni dubbio come neve al sole.
Se infatti la scrittura di queste undici tracce restituisce la (ex) sacerdotessa del rock ai livelli che più le competono, e a cui non si è più neppure avvicinata nei cosiddetti dischi "del ritorno" (non certo in Dream Of Life, meno che mai nei volenterosi ma confusi lavori dell'ultimo decennio), si avverte con chiarezza il fiato corto di chi non ha - perché non le conosce, perché vive ad altre frequenze - le chiavi del presente, e quindi si limita ad osservare/sbraitare da un pulpito piuttosto desueto nonché defilato.
Eh sì, è distante la signora Smith, per quanto si ostini a scrutare nel cuore dell'oggi, per quanto dedichi la sua esistenza ad indagarne le ragioni (anche dipingendo, come fa da anni con dignitosi riscontri di critica). I suoi modi sono gli stessi di molti, troppi anni fa, già a quei tempi a dire il vero sapientemente datati (sorta di figlia dei fiori sbatacchiata nel marciume dei marciapiedi newyorkesi, dove l'arte germinava spontanea camminandoti accanto trucida, tenera e minacciosa) però in qualche modo redenti - tataaaa - da una urgenza espressiva che si chiamava new wave. Ed accadeva allora, proprio allora, solo allora.
Oggi Patti è sempre lei, in gran forma, asciutta e combattiva, ma il suo habitat si è dissolto, svaporato. Comprensibile dunque che almeno musicalmente cerchi rifugio in una dimensione a suo modo "classica" e quindi inattaccabile. Sorta di country rock più o meno elettrificato con qualche sbavatura wave e psych, memore in primis dei Crazy Hose (per l'irruenza fibrosa e a tratti scomposta) ma anche di Jefferson Airplane (per una certa tensione svisante e visionaria), ma anche e più classicamente di tanta "americana", da John Mellencamp a Tom Petty (bastino le due tracce d'apertura, in particolare l'uso del fiddle in Jubilee e l'hammond in Mother Rose).
Un gran miscuglio di poesia e impeto ipercollaudati, che tuttavia imbrocca la giusta miscela, insomma funziona, assolvendo le canzoni dalla leziosità bituminosa delle precedenti opere. Ascoltate la declamatoria teatrale di Radio Baghdad e Gandhi, ascoltate Patti fendere i flutti della retorica (nella quale si tuffa senza ritegno) con invasamento torrido e statuario, spinta da una concitazione sulfurea di chitarre e drumming vigorosamente sbrigliati.
E già che ci siete verificate come e quanto quadrino i conti di Stride Of The Mind, le corde accese, farfisa e armonica a dipingere un quadretto un po' Lou Reed di mezzo, un po' Stranglers, un po' Dream Syndicate. E via andare col country rock di My Blakean Year stemperato da una chiosa ossessiva d'archi, oppure con le ombrose cedevolezze folk di Peaceable Kingdom e Trespasses vicine a certe penombre dello Springsteen "maturo", o ancora col più classico dei mid tempo dettato dall'austera amarezza di Cash.
Curioso il valzerone Cartwheels, arpeggi da carillon sabbioso, organo, fugaci coretti angelici e stridio di corde come un rimasuglio mnemonico Sonic Youth, mentre al contrario la title track - posta in chiusura di programma - sceglie la linea della sobrietà, soltanto voce e piano, quest'ultimo suonato dal giovane rampollo di casa Smith, Jesse Lee, per un'aria chapliniana che è forse l'idea più azzeccata del programma.
Concludendo, è forse il miglior disco che Patti avrebbe mai potuto licenziare, ben scritto, ben suonato, ben registrato, interpretato nell'unico modo possibile. Non sa emozionare quanto vorrebbe per le ragioni che ho più su tentato di esplicare, e questo è quanto. Anzi no, mi è rimasto da dire un'ultima cosa: avrà sempre il mio rispetto, signora Smith. (6.2/10)

  • Are You Experienced
  • Everybody Wants To Rule The World
  • Helpless
  • Gimme Shelter
  • Within You Without You
  • White Rabbit
  • Changing Of The Guards
  • The Boy In The Bubble
  • Soul Kitchen
  • Smells Like Teen Spirit
  • Midnight Rider
  • Pastime Paradise

Twelve (Columbia, 16 aprile 2007)

di Teresa Greco

Coverizzare, a mo’ di celebrazione, 12 canzoni importanti in una personale storia del rock: questo l’intento dietro al progetto Twelve, che vede partecipare i soliti Lenny Kaye, Jay Dee Daugherty e Tony Shanahan insieme a guest assortiti (Flea, Tom Verlaine, Rich Robinson dei Black Crowes).

Le scelte cadono allora su Beatles, Stones, Doors, Neil Young, Jefferson Airplane, Hendrix, Nirvana, Dylan tra gli altri e la Smith d’altra parte fa sapere che voleva risaltassero i testi; così si comprende meglio il senso di certe inclusioni (Everybody Want To Rule The World dei Tears For Fears pezzo evidentemente non adatto al suo repertorio, così come Pastime Paradise di Stevie Wonder, le due cover più improbabili).

L’artista che conosciamo si ritrova in Helpless del canadese pazzo (in acustico con archi), nella psichedelica White Rabbit introdotta da uno spoken word carroliano, in Smell Like Teen Spirit in una sentita versione rallentata, che ospita il commediografo Sam Shepard al banjo, nella Soul Kitchen doorsiana, che qui diventa talking blues ipnotico e in poco altro. Un album quindi per forza di cose disomogeneo e con interpretazioni altalenanti, a cui meglio avrebbero giovato scelte di repertorio più decise. Ma tant’è. Un excursus sul filo della memoria che come tale va quindi preso. (6.0/10)

 

  • The Coral Sea 1
  • The Coral Sea 2

Patti Smith & Kevin Shields - The Coral Sea (Pask Records, 11 luglio 2008)

di Teresa Greco

Trasposizione in spoken word del poema omonimo di Patti Smith, pubblicato nel 1996 come omaggio alla memoria dell’amico/vecchio amante, il fotografo Robert Mapplethorpe, morto di AIDS nel 1989, The Coral Sea viene registrato al londinese Queen Elizabeth Hall in due diverse occasioni nel 2005 e nel 2006. La performance ha visto la collaborazione di Kevin Shields dei My Bloody Valentine per l’accompagnamento di chitarra e tastiere, e successivamente al mixing del doppio CD ricavato dall’evento.

Non ho mai trovato la forza di leggere pubblicamente il poema, non ce la facevo. Il sostegno di Kevin Shields è stato essenziale per riuscirvi, tirando fuori le emozioni che mi hanno portato alla sua scrittura”. Così dalle righe di presentazione contenute nell’album. Ed è una performance accorata e commossa, partecipata, un lungo dolente canto funebre per l’amico, durante la malattia del quale la Smith racconta, sempre dall’intro al CD, ha sofferto e pianto molto.

Una performance molto diversa dallo stile poetico punk diretto e graffiante, con il quale l’avevamo conosciuta dalla fine dei ’70 in poi, a partire dalla raccolta Babel (1978). Qui predominano immagini e simbologie, in uno stile più pacificato che precede per accumulo, narrando in modo onirico gli ultimi giorni dell’amico, tra visioni e fantasie, fino al desiderio dell’ultimo viaggio per vedere le stelle della Croce del Sud.

Uno stile ispirato ai classici americani del simbolismo, Blake e Lovecraft, passando per la poesia dei Sessanta post-beat generation, per Allen Ginsberg, per il poeta musicista newyorkese Jim Carroll e Sylvia Plath. Ma anche per la visionarietà di un altro poeta musicista, Jim Morrison.

L’accompagnamento di Shields segue le circonvoluzioni recitative della Nostra, assecondandone i diversi movimenti, in un unicum che raggiunge picchi di emotività finalmente liberata. Una catarsi in poesia che emoziona come raramente succede con uno spoken. Necessario. (7.5/10)