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Bubblegum ispirato, etica della bassa fedeltà, devozione infinita verso il melodismo post-beat e beatlesiano dei medi 60’s e, infine, su tutto e tutti, l'icona salvifica dei Beach Boys, di cui i nostri hanno negli anni fornito rivisitazioni di volta in volta pregnanti e insistenti, sono tutto quanto forma l'humus da cui l'ispirazione degli Apples In Stereo trae linfa vitale. La melassa, in questi paraggi, solitamente, attacca ma non corrode. Corrobora, semmai. E tali sono le melodie di questo nuovo New Magnetic Wonder. Old fashioned, comunicative, solari, impregnate di polifonie corali prese pari pari dall'epoca dei “figli dei fiori”, filtrate attraverso l'esperienza melodiosa e scipita di Wings (Same Old Drag), Lennon (Sun Is Out) quando non Badfinger (il cui spirito abita molte delle 24 tracce di questo doppio album) o Electric Light Orchestra (Joanie Don'T You Worry, con echi gioviali à la Air). Il vocoder rimane ancora una passione dei nostri, e tale resta il suo uso in quest'ambito di canzoncine di puro e scintillante, scanzonato, pop: appassionato più che appassionante.
Lo stato dell'arte di tale prassi fu fissato insieme una volta per tutte, e tutte le volte per una, da ben altri gruppi del cosiddetto circolo Elephant 6, cui i nostri aderirono con ardore, e alludo ora agli Olivia Tremor Control. Quando, però, il gruppo azzecca il tiro giusto, ancor più che la melodia essenziale, ecco che piccoli gioelli d'artigianato 'revivalista' pop cominciano a respirare, librandosi alti, aprendo i polmoni, altrove rattrappiti, al soffio ispirato che fu di certo (poco) brit-pop d'una dozzina d'anni orsono. Sunndal Song, ligia a quanto appena detto, ricorda le pagine più ispirate di un gruppo quale i Lush di fine carriera (Lovelife, 1996). Un passo fuori quella palude, nella quale con le ultime mosse discografiche i nostri si erano arenati, è stato compiuto. New Magnetic Wonder: poco new, alquanto wonder, talvolta magnetic. (6.0/10)

On Your Own compariva nel 2001 su un Cd-R senza nome della Spin Art. Hold on to This Day era su un flexi-disc allegato al vinile di The Discovery of a World Inside. Altre quattro canzoni erano uscite finora solo sul mercato giapponese.
Qualche esempio per capire che per questa collezione di rarità non può valere il solito adagio “i fan già conosceranno bene…”, visto che probabilmente nemmeno il biografo e la mamma di Robert Schneider sono già in possesso di questa mezz’ora di odds & sodds degli Apples in Stereo. Possiamo dunque accoglierla come se fosse un album nuovo, e goderci l’illusione di trovarci faccia a faccia col disco perfetto per l’estate. All’inizio infatti fila tutto liscio, con Shine (In Your Mind) che tiene fede al titolo con i suoi scintillanti woh-oh e apre una sequenza di deliziosa e impalpabile di musica solare. La voce di Schneider, sempre svagata, talvolta femminile, pare non avere peso, sia che sia occupata a ringraziare il pubblico giapponese (Thank you Very Much) sia che stia accettando pazientemente i capricci della propria bella (“Mi piace quando sei buona/ma se sei cattiva/forse diventerò pazzo/ma è ok”, in Onto Something).
L’ottima partenza di questa raccolta dal titolo fuorviante culmina nel tepore pomeridiano di The Golden Flower, dove pare di vedere i Pavement che si rotolano sull’erba coi Pernice Brothers. Poi qualcosa si intoppa, a ricordarci che abbiamo a che fare con degli scarti, la formula si fa ripetitiva, si sbadiglia con l’accoppiata acustica Hold on to This Day/The Oasis e ci si accorge che il dramma scolastico di On Your Own avrebbe meritato maggiore attenzione in studio (quante volte il lo-fi ci fa pensare a un’occasione sprecata!). Fortunatamente prima di arrivare alla fine c’è il tempo di sorridere con il jingle che Schneider aveva preparato per il proprio sito internet, The Apples in Stereo Theme: “Siamo The Apples in Stereo/ci senti rockeggiare al rock and roll show/ti vogliamo far star bene/ti vogliamo far vedere la luce”. Nientemeno! (7.0/10)