
La (ri)scoperta dei suoni e dei colori della tradizione musicale brasiliana operata nel corso degli ultimi anni da alcuni tra i più importanti personaggi della scena dance internazionale ha riportato l’attenzione su di una scena, quella carioca, per lungo tempo rimasta al di fuori delle canoniche rotte musicali/commerciale. Un ripescaggio che ha dato modo a molti artisti della nuova generazione di poter esportare i propri lavori anche al di fuori dei patri confini, (vedi tra gli altri Seu Jorge, Cibelle, Bebel Gilberto), e ad alcuni vecchi leoni come Tom Zè di tornare prepotentemente alla carica.
In un panorama quasi interamente occupato da formazioni e produttori per lo più riconducibili all’attuale etica ed estetica glamour/dance, i paulisti Cansei De Ser Sexy con il loro background equamente diviso tra punk/rock ed iconografia pop, del tutto alieno dalla classicità del suono popolare brasiliano, rappresentano una piacevole eccezione, seppur con tutte le problematiche e le implicazioni che si può portare appresso una formazione sudamericana formata da cinque ragazze ed un maschietto, che cerca di recuperare, fuori tempo massimo, il suono electro-rock di matrice europea. CSS è, infatti, un album che ha nella studiata goliardia delle Chicks On Speed il suo referente primario (CSS Suxxx, Meeting Paris Hilton), e che si snoda attraverso pillole disco teen punky poppy alla maniera dei mai dimenticati Bis (Alala, Let’s Make Love And Listen To Death From Above, Art Bitch, Off The Hook), reminescenze Slits (This Month, Day 10) e brani apparentemente più secchi e grintosi che sembrano interpretati dalle Bikini Kill immerse in un bagno di schiuma (Patins).
Piacerà molto a chi subisce incondizionatamente il fascino esotico delle produzioni made in Brazil, agli amanti tardivi dell’electroclash ed a qualche profugo del bastard-pop. Tutti gli altri si troveranno tra le mani un prodotto divertente ma, a tratti, estremamente interlocutorio. (6.5/10)

È con un po’ di stanchezza che recensiamo Donkey, nuovo disco delle Cansei De Ser Sexy – oggi orfane del basso di Ira; quello che doveva essere un disco più compatto, più ragionato, almeno secondo Lovefoxxx, trendy-vocalist delle brasiliane, in effetti si rivela unitario solo nella noia “più suonata” verso cui sono state virate le farfalle - almeno divertenti - del disco d’esordio. Sopravvive unicamente in Beautiful Song il mood diLet’s Make Love…, mentre altrove prevale l’impegno dove, francamente, non è richiesto.
Ciononostante qualcosa di interessante c’è; e quel qualcosa probabilmente deriva dal solito discorso di secondo livello sul post-punk inglese. Non riguarda certo Jager Yoga, ambientato sì (e pesantemente) in zona Gang Of Four, ma con la complessità di un esercizio in sala prove; semmai c’è da fare qualche ipotesi sullo spostamento della new-new-wave qualche anno più in là, nei riferimenti citati, e cioè in quei primi Ottanta del passaggio al synth-pop, con i New Order su tutti (Believe Achieve).
Non mancano obviously episodi di cliché wave (I Fly), anche se a volte con una ritmica non banale (Give Up) – ma vengono pur sempre dal Brasile, le CSS. Con Donkey si assumono però soprattutto cucchiaiate di quelle angolature dimenticate (Move) dai vari Franz Ferdinand, compresa la mutant (Reggae All Night) coscritta – e quindi matura anch’essa, diciamo affiliata alle compile Ze Records - ma americana – certo, di quella New York un poco più inglese del resto degli Stati Uniti.
Peccato dunque per i tanti episodi dimenticabili e prevedibili (Rat Is Dead (Rage)), perché oltre a condizionare il giudizio in senso negativo, lo rendono distratto; il che non premia le intenzioni forse più serie della band; ma del resto apre qualche spiraglio alla somma synthpop più postpunk uguale, su per giù, elettropop. (5.5/10)