One man band per un folk acustico in solitaria tra droni e mantra blues, David Thomas Broughton mostra un’attitudine che, partendo dai numi tutelari Drake e John Fahey, lo assimila ai folkster più recenti, da Bill Callahan- Smog a Devendra Banhart, fino alla musicalità di un Antony.


Quest’ album, uscito nel 2005 e ripubblicato sul finire dell’anno scorso dalla Plug Research, si rivela una piacevole sorpresa, che nel marasma di uscite incessanti ha corso comunque il rischio di non essere notato. Ma forse è nell’ordine delle cose, che le scoperte più belle avvengano fortuitamente. Disco d’esordio, cinque pezzi registrati live per una quarantina di minuti: tanto basta a questo giovane chitarrista di Leeds per mettersi in luce. Fuori dal giro delle next big thing inglesi, Broughton possiede una non trascurabile esperienza dal vivo accumulata negli ultimi anni, da cui deriva la scelta della registrazione di The Complete Guide To Insufficiency: in solitaria, alle prese con chitarra acustica, effetti in loop, una drum machine, percussioni. E una voce che incanta nei suoi mantra, ora sussurrati ora gridati, nel suo folk primordiale e spasmodico, salmodiato a mezza voce.
Siamo in presenza di un flusso sonoro continuo e dilatato, acido e iterativo, che concorre a creare una trance ipnotica in cui si fondono la malinconia, il dolore, l’amore, l’abbandono al dialogo con chitarra e ritmi percussivi, i loop vocali, con la sensibilità di un Antony, la musicalità di Drake e tutta la tristezza esistenziale del blues. La registrazione del disco è avvenuta in un’unica take (in una chiesa di Leeds, dai suggestivi effetti acustici), poi trattata con effetti in studio. Il suono delle campane (quanto involontario non è dato sapere) si percepisce nel finale di Unmarket Grave, fondendosi con la voce di Broughton in un unicum.
La sensazione, man mano che ci si inoltra nell’ascolto, è quella di trovarsi di fronte ad un unico pezzo, in cui circolarmente intro acustico, svolgimento cantato in iterazione (il finale psichedelico di EverRotating Sky) e coda finale (come il lungo noise in Execution) si ripetono senza soluzione di continuità. Un lungo interminabile canto di dolore. Il blues è anche questo. (7.4/10)

Originario della zona di Leeds, David Thomas Broughton esordisce nel 2005 con il sorprendente The Complete Guide To Insufficiency, campionario di folk acustico dronato in solitaria, con chitarra acustica, effetti in loop, drum machine, percussioni assortite e cantato mantrico. One man band con una cospicua attività live, musicista e grafico, autore delle copertine dei suoi dischi, Broughton mostra un’attitudine che, partendo dai numi tutelari Drake e John Fahey, lo assimila ai folkster più recenti, da Bill Callahan-Smog a Devendra Banhart, fino alla musicalità di un Antony. Il 2007 lo vede impegnato in alcuni progetti, tra cui una prossima collaborazione con il songwriter di Leeds Benjamin Wetherill e quest’ultimo It’s In There Somewhere, raccolta di materiale mai pubblicato e composto negli ultimi sei anni. Tra tracce acustiche minimali (Circle Is Never Complete), frammenti in loop (Gracefully Silent), bozzetti appena accennati (The Heart You Don’t Look Out For) e dark songs più composite (Why Are You Not Here), l’album non ci racconta in realtà niente che non si sapesse già sul Nostro, confermandone la cifra stilistica. In attesa di altri progetti a venire. (6.4/10)

Mini album di 5 pezzi che dura più di un CD medio (un’ora), vede la collaborazione dell’obliquo/ubiquo Broughton con il collettivo di Leeds 7 Hearts. Quest’ultimi sono dediti a una sorta di chamber improv mista a jazz, folk e contemporanea, con influenze balcano-orientali a completare la mistura. Album registrato in una chiesa della loro città, come del resto era l’esordio del Nostro, vs. 7 Hearts è un lungo fluire magmatico, in parte improvvisato, accompagnato dagli archi (violini, clarinetto) dell’ensemble che comprende anche un contrabbasso, e dal consueto chitarrismo looopato, che richiama immediatamente la prima opera sulla lunga distanza di Broughton, The Complete Guide to Insufficiency, in questo caso molto meno scarno per l’accompagnamento al seguito.
Così l’opener Weight Of My Love assume le sembianze di una drammatica ballad noir puntellata dagli archi che diventa man mano chamber folk livido, una sorta di Cave primigenio, così come la lunga suite No Great Shaker che finisce in una coda scomposta. E Fisted Hand si apre distendendosi in melodia per poi richiudersi nel finale, preparando il terreno alla conclusiva River Outlet, odissea narrativa e la più scarna del lotto, per voce, chitarra ed effetti, mentre gli archi qui la puntellano sottolineandone i momenti più drammatici, fino al parossismo finale. Album scuro, fa intravedere un altro possibile percorso (mentre fervono numerose altre collaborazioni intanto) e conferma la vena irrequieta e paradossale insieme del musicista di Leeds. In attesa di altri progetti (7.2/10)