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Elbow

di AA.VV.

 

 

 

 

 

 

  • Ribcage
  • Fallen Angel
  • Fugitive Motel
  • Snooks (Progress Report)
  • Switching Off
  • Not a Job
  • I've Got Your Number
  • Buttons and Zips
  • Crawling With Idiot
  • Grace Under Pressure
  • Flying Dream 143

Cast Of Thousands (V2, 2003)

di Stefano Solventi

Il difficile secondo disco. Ebbene sì, è tempo di aggiornare i luoghi comuni del rock: visto il fitto proliferare di new releases tutte scafatissime, allineate alla wave del momento e in sella a produzioni onerose, la cosa più difficile sembra diventata sopravvivere al proprio stesso apparire sulla scena, alla particella di novità rappresentata da un altro nome, un altro titolo, un altro fenomeno che tira le fila del gioco.
Chi sono gli Elbow? Ah sì, quelli di Asleep In The Back, pop struggente e ombroso, qualche ottimo spunto, arrangiamenti perlopiù ipertrofici, voce tra il collasso ipoglicemico ed il suicidio, palpabile propensione prog però addomesticata entro canoni soul, folk ed elettronici. Un buon disco quel loro esordio, la cui mancanza di misura pareva forma sensibile di una capacità compositiva non comune e allo stesso tempo cartina di tornasole dei propri limiti. Come se complicare e ispessire le trame, come se estenuare l’interpretazione fin sull’orlo del parossismo avesse potuto in qualche modo redimerne la colpa, d’essere cioè poco più che bravi, mediamente talentuosi, un bel po’ meno che geniali.
Anche per questo, non è che attendessi la loro seconda prova con ansia. Però eccola qui e non mi spiace per nulla doverci fare i conti. L’impressione è che il primo obiettivo dei mancuniani sia stato proprio rintracciare quella benedetta misura allora così caparbiamente disattesa: difatti le orchestrazioni si presentano sofisticate (una cura per certi microsuoni ai confini del glitch) ma sobrie, sempre sotto controllo, organiche; le ritmiche sbuffano con una certa flagranza; le strutture si dipanano indolenzite attorno al proprio fusto melodico, e lì concentrano il loro raggio d’azione. E’ palpabile un senso di accorata disciplina, che tuttavia – ahilei, ahiloro – emana talora un senso di timore.
Vale a dire, se traspare sottopelle la ben nota generosità emotiva, sembra avere le ali tarpate, sembra sbattersi sotto una campana di vetro, si avverte chiaramente un’aria da freno a mano tirato. Ecco di nuovo quel non saper andare oltre, quel non sapere dominare in pieno la materia e quindi il rifugiarsi su ordinarie strutture da ballata, senza ricavare alcunché d'inaudito malgrado lo sfarfallare dei preziosismi, unica consolazione un certo rispettabile equilibrio (ok, non è poi poca cosa).

Ne risulta un’atmosfera - come dire? - intorpidita in cui si fa luce una decisa impronta black, spirituals angelici (l'iniziale Ribcage, che qualcosa deve ai Blur di Tender) e tribalismi in vena di mistero (su tutte Grace Under Pressure), che a dire il vero sembrano più scenografie che altro, sembrano una location di comodo che spinge il mood dell'insieme nel grembo di un disarmante fiabesco noir, al cospetto di un esotismo posticcio, riprocessato ad uso, consumo e misura dell'occasione. A cui si finisce col non credere.
Non mancano tuttavia occasioni d'interesse: folk bagnati in una specie di psych cupa (vedi il breve outro Flying Dream 143), gli sbuffi energetici dal motoristico ardore (il rigurgito new wave di Fallen Angel), brumosi spurghi d’anima (come nel sordido jazz blues I've Got Your Number, memore di un fraseggio hendrixiano), lo sguardo gettato nel nero del cielo (la mestizia sospesa - e francamente stucchevole - di Switching Off e Crawling With Idiots, il trepido doppio cuore dell’opera).

Poche le manovre d’alleggerimento, col risultato che sembrano un po' fuori luogo: come la saltellante Snooks (con quel deragliamento strozzato di corde – vocali? - a ricordare le schegge industrial-prog nell’ultimo Gabriel) o il prodigarsi sostenuto di Not A Job (tra Every Breath You Take dei Police e Let Down dei Radiohead).
Nel complesso le tracce difettano di respiro, sembrano sogni impagliati, fantasie fuori corso. Come ossigeno che si dilegua per assenza di gravità (vedi l’apnea emozionale di Fugitive Motel, valzer notturno con sfarfallanti implicazioni jazzy), come una visione inguaribilmente timorosa di se stessa.
Se il primo disco è stato una rincorsa eccessiva sul trampolino, questo Cast Of Thousands sembra una spinta opportunamente (necessariamente) trattenuta, in cerca di compensazione. Resta da vedere che tuffo ne uscirà. Eh, proprio così: il difficile terzo album. (5.5/10)

  • Station Approach
  • Picky Bastard
  • Forget Myself
  • The Stops
  • Leaders of the Free World
  • An imagined Affair
  • Mexican Standoff
  • The Everthere
  • My Very Best
  • Great Expectations
  • Puncture Repair

Leaders Of The Free World (V2 / Edel, 5 settembre 2005)

di Gianluca Talia

Con le dichiarazioni rilasciate dal gruppo sul loro nuovo corso artistico ed in particolare sull’ambiziosa scelta di abbinare alle undici canzoni diLeaders Of The Free World una sorta di videoclip-movie parallelo, più d’uno si era sentito in dovere di cercare riparo in un luogo sicuro e asciutto.

Concepito come una sorta di trovata a metà strada tra i light show psichedelici e gli esperimenti della factory di warholiana memoria, il progetto visivo ha avuto una notevole influenza sulla musica, stando a quanto dice il leader della band Guy Garvey, assumendo così un ruolo piuttosto centrale all’interno della nuova opera.

Posto che anche i meno scettici dovrebbero insospettirsi quando dei musicisti rock cominciano ad occuparsi più del contorno che della portata (nel classico e purtroppo diffuso delirio di onnipotenza artistica a tutto tondo), gli Elbow dimostrano comunque un certo coraggio nel partorire un disco come questo: cinquanta minuti in cui la costruzione delle canzoni, fondata com’è sulla struttura strofa-ritornello, non potrebbe essere più tradizionale.

L’unico trait-d’union con i precedenti lavori finisce così per essere solamente l’attenzione ed il gusto per il dettaglio, in una naturale ma incomprensibile prosecuzione dell’opera di scarnificazione degli arrangiamenti: ridondanti ai tempi di Asleep In The Back, asciutti e talvolta ai limiti dell’essenziale oggi. A farne le spese sono sostanzialmente i synth e le chitarre elettriche, quasi scomparse in favore di quelle acustiche. Ma se il risultato è un album meno cupo e claustrofobico, il sound distintivo della band, così ripulito dai preziosi orpelli, è andato a farsi benedire ed anche la vena compositiva mostra segni di stanchezza.

Nonostante ciò, non si può certo dire che le belle canzoni manchino ed è piacevole farsi trascinare nell’aggraziata inquietudine di The Stops, uno dei pochi passaggi insieme a Everthere, in cui la voce di Garvey non sembra in pericolosa involuzione. Tra le canzoni risparmiate dal caro-arrangiamenti a farsi preferire sono poi la (moderatamente) elettrica Mexican Standoff e la Blur-iana titletrack.

Per i molti ascoltatori che si erano accostati agli Elbow grazie all’oscuro fascino del già citato e fortunato esordio e che già nel successivo Cast Of Thousands avevano constatato un’incrinatura nella scorza artistica della band, questo terzo disco non potrà che rappresentare un ulteriore passo indietro. Chi, al contrario, ha apprezzato i picchi d’intensità raggiunti con alcuni frangenti del secondo disco (benché manchi una nuova Fallen Angel o una Powder Blue ) si delizierà con questa nuova manciata di sensibili motivetti pop. (6.2/10)

  • Starlings
  • The Bones Of You
  • Mirrorball
  • Grounds For Divorce
  • An Audience With The Pope
  • Weather To Fly
  • The Loneliness of a Tower Crane Driver
  • The Fix
  • Some Riot
  • One Day Like This
  • Friend Of Ours
  • We're Away

Elbow – The Seldom Seen Kid (Universal, maggio 2008)

di Antonio Puglia

Sembra sia impossibile star fuori dalle mode, in UK. Gli Elbow sono la classica eccezione che conferma la regola: nostalgici e caparbi, i mancuniani si sono rivelati capaci di scavarsi la loro nicchia, pur flirtando a inizio millennio col pop emotivo di Coldplay e (ormai estinti) Doves. Ciò che li ha saputi distinguere, sin dal lontano esordio Asleep In The Back, è quell’ondeggiare fra suggestioni Genesis e sospensioni Talk Talk, fra morbide trame acustico-elettriche enfatizzate dalla voce di velluto di Guy Garvey; piatto ricco e prelibato tanto per gli affamati di prog quanto per i poppettari più malinconici. Una via percorsa non sempre con coerenza e passo fermo, adesso nuovamente imboccata con The Seldom Seen Kid, quarto album che ci restituisce il quintetto in una forma che, francamente, non speravamo tanto buona. Ci sono un po’ tutti gli ingredienti della formula classica del gruppo, stavolta uniti a una ritrovata ispirazione compositiva (il soul di Mirrorball, il gospel percussivo di The Bones Of You, le atmosfere da soundtrack d’antan di The Loneliness of a Tower Crane Driver) e una rinnovata sicurezza, che consente anche qualche azzardo senza rischio di perdere la mano (la beck-iana Grounds For Divorce, la malinconica e ironica Audience With The Pope), non mancando di soddisfare smanie amabilmente rétro, fra classe (The Fix, duetto con un ineffabile Richard Hawley) e inevitabile maniera (l’enfasi simil-Verve di On A Day Like This). Un ritorno che vale più di una chance. (7.0/10)