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Il carosello astratto di Rugiada, il loop pianistico avvolto in cinematiche del ricordo di Nubes, il groove e le metronomie di Wheels smaltate di sottile psichedelia, il Satie di Sogno, i campionamenti del mare e le citazioni degli arcani Black Tape For A Blue Girl di Calabria. In altre parole Migrations è una sorta di termometro della contaminazione acustico-elettronica dell’ambient degli ultimi anni – e tirando fuori alcuni sample a mia volta - tra momenti ammalianti e riflessivi, adult understatement e contemporary meditation.
Ad ogni modo, difficile distinguere dove finisce la scrittura descrittiva dell’autore e dove iniziano certi punti acquisiti del settore. L’ambient, si sa, è soggetta a una rapida senescenza, le idee nuove invecchiano nel giro di un anno, e soprattutto, si utilizzano le stesse macchine (e interfacce) per creare praticamente ogni scenografia. Arrivati al punto d’affilare la penna, il fondatore della netlabel Openlab Records (noto anche come Mais), ci sorprende con Waltzing Chiara: un girotondo di ricordi Cinecittà. Fellini e Dino Risi in un carillon semplice semplice (ma perfetto). Teniamolo d’occhio. (6.0/10)

Il nuovo lavoro del napoletano Emanuele Errante è un organismo che respira, vive e cresce con lo scorrere dei minuti. L’humus che lo nutre, una volta di più, un’ambient lineare, discreta, mai sopra le righe, persino sin troppo disciplinata. Emanuele Errante non ha paura di suonare come un classico. Né teme gli strali di quanti, inevitabilmente, lo accuseranno di essere invecchiato prima del tempo per eccesso di purismo. Di essere nato artisticamente sotto la pianta di un cavolo già marcescente.
Se in parte vale anche per Humus il discorso che si faceva recensendo Migrations (Apegenine / Demos, 2007), lavoro che lo precedeva; se, cioè, si fa fatica a capire dove finiscono le acquisizioni di un genere ormai altamente formalizzato, le movenze manierate e un po’ appesantite dell’allievo di un BrianEno e dove invece si legge, riconoscibile, la firma dell’autore. L’organismo vivente che è la musica di Errante intanto, però, cresce, incurante dei nostri interrogativi: la texture di un tappeto sonoro fino ad allora monocromo si stratifica e arricchisce (Acquatic), subentra un piano (Primo Tema), lo frastagliano ritmiche minimal(quella di Steve Reich)techno (Ant’s Trail). Si finisce così per realizzare che qui nessuno ha la pretesa di riscrivere la grammatica di un suono già storicizzato, ma che talento, passione, mestiere e (tanta) umiltà di certo non mancano. (6.5/10)