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Anticipato dal singolo-giocattolo Crazy, volato in testa alle classifiche grazie al solo download, St. Elsewhere è l’ultimo parto di Brian Burton a.k.a. Danger Mouse – già produttore dell'ultimo Gorillaz e di Pieces Of The People We Love dei Rapture -, che dietro la sigla Gnarls Barkley sforna 14 brani di breve durata, facili da digerire e contagiosi come il raffreddore, mischiando in maniera schizofrenica funk, soul, house, disco-music e *-hop per un album eterogeneo ma omologato al sentire comune; in altre parole, il disco dell'estate 2006.
Già, perché Crazy è ormai diventato un tormentone globale al pari di Hey Ya e The Seed(2.0) delle stagioni passate: lo senti ovunque, dal dancefloor alla spiagga, dal supermarket allo squat; l'ipervitaminica Smiley Faces mischia Funkadelic e Daft Punk, Superfly e Tron, la trascinante rivisitazione di Gone Daddy Gone dei Violent Femmes, basi frammentate e xilofono, ha nel cantante Cee-Lo il maestro di cerimonia a guidare il call-and-response.
Quest’ultimo - l'altra metà del progetto - interpreta il multiplo ruolo di predicatore, shouter e mc con enfasi e mestiere, passando dai sermoni cheap di Go-Go Gadget Gospel ("Freedom in hi-fidelity!") alle esperienze di vita vissuta(?) di Just A Thought ("And I've tried everything but suicide. But it's crossed my mind"), dove il trip hop incontra le sonorità di casa Stax.
Un filo macabro unisce l'ironica The Boogie Monster, che riprende nelle sonorità e nei temi i blax-horror degli anni '70 (Blacula? Blackenstein?), alla tragica Necromancer, che potrebbe essere il nuovo singolo dei Gorillaz, mentre l'hip-hop evoluto di Feng Shui e Transformer, mood da afro-ghetto, rime ipercinetiche e ritmi spezzati, fa da contraltare al suadente Motown soul di Who Cares? e On-line.
Prendete St. Elsewhere come preferite: acclamatelo come capolavoro che rinnova generi ormai fossilizzati, accusatelo di blasfemia nei confronti delle radici della black music, discutete sul post-modernismo e situazionismo dell'opera(zione), liquidatelo come disco meramente commerciale confezionato a tavolino e senz'anima.In ogni caso correte in soffitta a tirar fuori dal baule le scarpe da ballo. When was the last time you danced? (7.0/10)

Un po’ come aveva fatto Moby qualche anno fa, anche oggi il duo più furbetto dell’hip-hop contaminato ritorna con un album che rivisita la tradizione black/blues americana e la riporta ad orecchie post-00. Cavalcando l’onda americanissima della rilettura delle radici, Danger Mouse e Cee-Lo partono con una raffica di singoli che sicuramente spopolerà nei prossimi mesi. Il “mainstream illuminato” (vedi ad esempio la pletora di Grammy guadagnata poco tempo fa dalla Winehouse, un nome che si affaccia più al jazz ma che in fondo attinge sempre e comunque dalla tradizione blues) non è più un affare per pochi, tanto che oggi sembra quasi “consigliato” usare o proporre canzoni che varino tra stili per lo meno affini. Parola d’ordine: eterogeneità controllata.
Come bravi maestrini del pop i due rimescolano l’estetica dei Novanta con la N maiuscola: i nomi che saltano in mente sono i Gorillaz per il rock (di cui Danger è già stato produttore), Beck per il blues e i Roots per l’hip-hop. Qui, dato che si è già rischiato tempo fa, non ci si può discostare dal ritmo facile, dalla melodia inevitabilmente pop. Ma - per fortuna - pop non è sinonimo di banalità.
Gli arrangiamenti ben curati dei rockettini pieni di coretti accattivanti (Charity Case e Going On), il blues iperclassico di Who’s Gonna Save My Soul, il bellissimo viaggio onirico post-Tricky (Open Book), la ripresa di stilemi sixties e western (Surprise), il funk nerissimo di Run e gli altri blues spacey, rendono questa seconda prova un viaggio postmoderno su quello che deve essere il blues: matrice del nostro essere contemporanei.
La strana coppia ha ancora molto da costruire per proporre un classico, ma già oggi con questo nuovo disco sentiamo che i tempi per la maturazione si stanno accorciando. I nuovi Blues Brothers? Staremo a vedere. (6.5/10)