
L’etichetta, la Cuneiform di Silver Spring (MD), consiglia questo disco agli amanti, nientemeno, che di Magma, Boredoms, This Heat, King Crimson e Terry Riley. Il rinomato mensile britannico The Wire, che tanti guida negli insondabili oceani di suono delle produzioni discografiche contemporanee, ci poeticizza su, e scrive di un "dark chalice that intoxicated Lark’s Tongues era King Crimson…".
I Guapo, alla luce di quanto riportato, sono quindi facili e difficili al contempo da classificare. Prog rock di certo li si può definire, ma con la coscienza meno autocompiaciuta del medesimo. Magma, appunto, e poi i King Crimson intellettuali e angolari della trilogia terminata nel ’74. Difficile da categorizzare perché, e questo è il bello del nuovo Five Suns, mescolano quel gioco vetusto fatto di Mellotron e partiture arzigogolate ad una vena altra apprezzabilissima. Forse persino Stockhausen, sempre così recalcitrante nei propri giudizi sulle musiche altrui, ne avrebbe apprezzato i talenti.
Evidenti in quella "sinfonia prog" – solo che qui ai movimenti della forma classica se ne aggiunge uno in più, son cinque parti infatti – che è l’iniziale Five Suns. Furiosa, disturbata, sostenuta dal braccio forte di un basso propulsivo e tenace, dal Mellotron, l’Harmonium e il Fender Rhodes che tutto travolgono, sgretolando l’epicità da loro stessi voluta in continue polveri hard della miscela sonora, la lunga pièce in questione è forse il riassunto definitivo di 30 e oltre anni di instrumental prog.
Al contempo ne è una celebrazione emozionata ed una rielaborazione sofisticata. Chiudono il platter altre due belle prove del gruppo: Mictlan e Topan, nel segno, sempre più evidente ad un ascolto continuativo del cd, d’un sound voluttuosamnete costruito ed anche trascinante.
Un disco che sbriciola i tanti ostacoli odierni in cui il genere prog si imbatte, nelle sue figliazioni derivative dai Seventies soprattu tto, con la malcerta grazia d’un bulldozer. (7.0/10)

Daniel O’Sullivan è stato il vero innovatore del sound dei Guapo. Del resto lui è uno di quelli che “ha la visione”, il tocco opportuno, la malia giusta… forse anche un po’ di genio, ma guai a scomodare questo termine per i musicisti contemporanei. Quindi io non l’ho detto, non lo dico e non lo dirò. E’ pur vero però che Elixirs chiude la trilogia (se per i fan Five Suns era L’impero Colpisce Ancora allora questo è ovviamente Il Ritorno dello Jedi) sotto il segno inequivocabile della sua mano, libera di inventarsi tutto quello che vuole ora che anche Matthew Thomposon se n’è andato. Elixirs quindi suona diverso e osa cose diverse non solo (e ovviamente) rispetto ai dischi storici, ma anche rispetto ai precedenti due album. Qui O’Sullivan e David Smith si affacciano su territori poco battuti e cercano di variare un po’ il registro, perdendo un bel po’ di ruvidezza. Il risultato? Fortemente altalenante. Il disco si apre con il capolavoro assoluto di Jewelled Turtle un brano che in 13 minuti di quiete agitata alterna atmosfere thriller e inflessioni gitane e mediorientali. Un disco intero tutto su questo livello e sarebbe il capolavoro definitivo dei Guapo. Che è ancora da venire, giacchè il resto dei brani del disco è di qualità assai inferiore. Il solito intreccio di Magma e King Crimson, il solito mood un po’ dark (ma rispetto a Five Suns o Black Oni qui stiamo in spiaggia a prendere il sole…). Tutto un po’ scialbo e incolore. La finale King Lindorm regala nuovamente brividi di piacere con una terrifica frase di piano gotico, quasi Black Tape For A Blue Girl. Insomma questa nuova line-up in due ha bisogno ancora di essere rodata per bene. Matthew Thomposon ci manca. Rimandati al prossimo disco per un giudizio definito. Per adesso: (6.0/10)
Ci sono gruppi che fanno del bene alla musica. Che riescono ancora a tenere tutti i tuoi sensi attivi per almeno tre quarti di concerto. Questa tipologia di gruppo, sempre più rara a incontrarsi, annovera tra le sue fila un quartetto londinese che per molti era già una conferma: i Guapo.
Salgono sul palco vestiti con jeans e body neri elasticizzati, decorati con paillettes e ricami abbinati a quelli della copertina di Elixirs. E' il primo tocco di ironia della serata. James Sedwards si fa largo tra la folla e si piazza al centro del palco. Sguardo raggelante e capelli da paggetto ricordano Javier Bardem di Non E' Un Paese Per Vecchi, mentre il manico del basso puntato verso il pubblico potrebbe mimare la singolare arma da fuoco del personaggio coeniano. Secondo tocco ironico (probabilmente involontario). E per ora con i sorrisi siamo a posto. Il concerto può iniziare. A calarci nell' atmosfera è un crescendo di vocal drones, gong e oscuri bordoni dall' altro mondo.
O' Sullivan si posiziona al Rhodes e sembra incarnare tutte le qualità che l' immaginario collettivo vorrebbe di un giovane lord inglese, mentre dall' altra parte del palco Torabi sfoggia una sfolgorante Gretsch e qualcuno nota l' impressionante somiglianza tra lui e Rui Costa.
I quattro iniziano a suonare ed è tutto un turbinio di aspettative tradite, ma sempre in positivo. Il basso di Sedwards è un malloppo di suono preciso e costante, a tratti ostinato, che sa anche disegnare linee melodiche articolate. I pezzi di Black Oni muovono il sangue. Tempi spezzettati alla maniera prog, la chitarra di Torabi suonata metal, ma che tale non è (anzi a tratti è piuttosto psichedelica) e il Fender di O' Sullivan che sembra celebrare un rito di spossessamento collettivo. Momenti di stasi e controllo della crisi, sottolineati da poche note tenute, si alternano ad altri di spasmo e nevrosi, in cui le dita scorrono abili sull’ incendiaria tastiera.
David J. Smith alterna la batteria al gong (e ad uno strano idiofono non meglio identificato) e si rivela un aiuto officiante estremamente diligente. In poco meno di un'ora si toccano tutte le corde dell' animo umano e c'è spazio anche per viaggi psichedelici e virate su violenti ostinati di chitarra e basso. Di quando in quando Torabi improvvisa un balletto da adolescente a un provino pubblicitario. A poco più di metà del live si inizia a sentire un po' di stanchezza, ma il dettaglio è trascurabile, che il livello di partecipazione collettiva finora mantenuto lo bilancia e supera ampiamente.
E’ una serata che ricorderemo a lungo, questa con i Guapo: pubblico non scarso, ma neanche numerosissimo (e gruppi così ne meriterebbe), bilanciato da un clima sopra la media (per quasi metà concerto nessuno ha osato interrompere il continuum dei pezzi con un applauso o una parola).
Sarebbe stato bello poter avere Jarboe o Tucker per uno dei due pezzi cantati di Elixirs e ci piacerebbe vedere più spesso gruppi di tale calibro calcare i palchi della capitale. Confidiamo nel calendario a venire.