Il teorema per calcolare la circonferenza degli Heliocentrics è semplice. Il loro Pi greco è il ritmo, il loro raggio la psichedelia, e il loro diametro un misto sensazionale di funk, soul e jazz. Madlib e Dj Shadow benedicono i nuovi leoni. Malcolm Catto è il nuovo Dio del Groove.

“Good luck trying to categorize their music”. Alla Stones Throw, il quartier generale di Madlib, ci augurano buona fortuna, perché sanno che gli Heliocentrics sono un brutto affare per i giornalisti più svogliati. Se negli anni ’90 parlavamo di crossover, un decennio dopo siamo ormai abbondantemente nel post-crossover, in una terra di nessuno dove i segni musicali più disparati s’incastrano con sorniona malizia. Le musiche più interessanti oggi sono proprio così. Un pout-pourri di elementi, arrangiati in maniera astuta e con la sapienza del senno di poi. La sociologia che ne consegue è chiara. Non siamo più nella modernità, e nemmeno nella postmodernità propriamente detta. Siamo un passo più vicini al caos, ma ciascuno con un sorriso isterico sulle labbra. Ieri c’era Lester Bowie e il suo Avant Pop - Brass Fantasy, oggi ci sono gli Heliocentrics di Malcolm Catto e quello che potremmo definire come Avant Rare Groove o anche come Iper Fusion Psichedelia.
La messe di ristampe jazz, l’hip hop più deviante, il funk più lussureggiante, le soundtrack più kitsch, la “generazione cocktail” e gli exotismi di ogni latitudine che ritrovano una propria centralità per il nuovo uomo civilizzato dell’epoca Matrix. Gli Heliocentrics sono una formazione che si alimenta da tutte queste radici, si inventa un robusto tronco di sonorità psichedeliche misto hip hop jazz, e fa sbocciare potenti frutti di intricata musica groovedelica da rimanerci immediatamente secchi. Del resto Malcolm Catto non lo abbiamo mica raccattato dalle strade due minuti fa. Il Nostro porta lettere di referenza firmate Madlib e Dj Shadow, che è un po’ come dichiarare subito di che colpa si è colpevoli. E infatti come ci si può professare innocenti quando tra i verbali che lo incastrano troviamo sulla stampa anglosassone dichiarazioni del genere: “Immagina George Martin e David Axelrood che producono un disco hip hop. Idealmente combiniamo la ruvidezza dei 7” funk, la pesantezza del dub, la spontaneità del free jazz e gli effetti sonori della psichedelia. Non siamo ancora riusciti ad ottenere tutto questo, ma è un risultato che pensiamo di poter raggiungere restando su questa strada”. Per la serie molte idee e anche un po’ confuse, ma dopotutto il loro fascino sta anche qui. Gli Heliocentrics non sono solo Catto.
Intorno a lui una formazione di otto persone con un nocciolo strategico costituito insieme a Jake Fergusson (l’uomo al basso) e Mike Burnham (elettronica ed effetti). I tre hanno una matrice comune di ossessioni e interessi. Malcolm e Jake sono una sezione ritmica dalla sapienza luciferina e con un mestiere solido, costruito in anni di militanza in sessioni disparate, per non parlare dei Soul Destroyers e come backing band di Dj Shadow per l’ultimo disco, The Outsider. Nel curriculum leggiamo che Madlib è un loro grande fan, tanto che li ha campionati in più occasioni, non ultimo nei dischi a firma Yesterdays New Quintet, e se gli apprezzamenti arrivano anche da lui, in costante ricerca di smartness e coolness in giro per il globo mediatico delle musiche di fine-inizio millennio, un po’ di garanzia di qualità c’è a prescindere. Oh no? Certo siamo nel 2007, e nella musica ormai vige sovrana la regola try and buy A testare con le proprie orecchie le qualità di Out There si rimane immediatamente drogati da un conglomerato di sonorità zuccherosamente liquide, campioni da porno seventies (deep deep throat), jazzismi criminali da thriller morriconiani, bordate di basso iperfunk, attitudini più o meno free. La copertina dell’album lo rappresenta al suo meglio. Un disegno circolare con una miriade di tasselli che concorrono a comporre l’immagine. Proprio come nella musica. Un mosaico senza soluzione di continuità in un disco con tanto di intro e outro, e realmente concentrico, anzi no… eliocentrico! Malcolm si professa particolarmente soddisfatto delle qualità umane del suo lavoro, quel taglio analogico e vintage che sa di rétro ma non in modo eccessivo: “Preferisco ascoltare qualcosa con delle grezze emozioni umane, piuttosto che qualcosa che suoni tecnologicamente brillante, ma senza anima”. E probabilmente queste sono le regole che si impone anche quando si tratta di scegliere vecchi dischi funk e soul da ristampare con la sua Jazzman Records. Una sola cosa è certa. Nell’anno in cui abbiamo dovuto aggiornare le pagine dei necrologi con un nome come James Brown, gli Heliocentrics ci danno una pacca sulle spalle, ci rilassano l’animo tormentato e ci aiutano ad elaborare il lutto.

Quest’anno vanno di moda il cosiddetto rare groove e Il kitsch démodé. O per lo meno a noi piace pensare che certe coincidenze non siano tali. Luke Vibert e Perrey appena un mesetto fa strizzavano l’occhiolino all’Exotic Moog di Martin Denny; i Beastie Boys quest’estate si sono calati perfettamente in una versione instrumental lounge e ancora Madlib e M.I.A. che rubano al tentacolare repertorio di Bollywood, e qualche mese indietro King Britt ad antologizzare, con tutta la scienza del caso, un primo volume di chiccherie cosmic jazz da far venire la bava alla bocca a qualunque musical antiquario. Infiliamoci pure la copertura costante delle produzioni Sublime Frequencies, Finders Keepers, Vampisoul e Soul Jazz. E’ il panorama di una nuova “generazione cocktail”, quella che al cinema va in brodo di giuggiole di fronte alle strizzatine d’occhio marcate anni ’70 dei Grindhouse di Tarantino e Rodriguez e non dimentica che questo è l’anno in cui è morto James Brown e hanno dato l’Oscar ad Ennio Morricone. E’ il quadro generale dentro cui si colloca un disco come quello degli Heliocentrics, multiforme creatura di Malcolm Catto, uomo di percussioni e ristampe funk-soul.
Un Intro e un Outro dal piglio cinematico: campionamenti vocali, batterie trattate, elettronichetta vintage, chitarre acide da trip californiano. Nel mezzo? Un’operazione chirurgica dove il cadavere di un jazz già trasfigurato viene sezionato a colpi di bisturi hip hop (Distant Star, Sirius B, Untitled, Before I Die) e lame funk (Once Upon a Time, Beyond Repair, The Zero Hour, Joyride) con innesti di narcoletica psichedelia, campionamenti cinematici, infezioni cosmiche. Quello degli Heliocentrics è un grande Grindhouse di musiche old style. E nel disco c’è di tutto, di più. Tirate acid funk da poliziottesco che nemmeno De Angelis e Micalizzi (Beyond Repair, Joyride), congegni astral jazz da odissea spaziale che guardano a Sun Ra e Marcus Belgrave (The American Empire, Age of the Sun), sinistre sceneggiate exotiche da giallo-thriller italiano che solo Morricone (A World of Masks, Sounds of the East).
Alle prese con la cover di Winter Song di Nico, gli Heliocentrics partono immediatamente per la tangente e la trasfigurano in una nenia cosmica, con buona pace delle pretese neoclassiche di John Cale. Out There è l’unico disco contemporaneo immaginabile come musica di sottofondo per il balletto di Barbara Bouchet nel night di Milano Calibro 9. Insomma… materiale per un culto istantaneo. (7.5/10)