

Il cosiddetto “blue collar rock” americano di ascendenze seventies – il rock del/per il proletariato della provincia, dal New Jersey di Springsteen al Detroit Sound di Bob Seeger, passando per il Midwest di John Mellencamp - si incarna nel nuovo millennio in questi ragazzotti di Brooklyn (ma originari di Minneapolis), arrivati al fatidico terzo album, già pubblicato sul finire dell’anno scorso in America.
Rock band classica con ascendenze garage e ispirazioni letterarie - da Dylan in giù - come nella migliore tradizione americana, confezionano con Boys And Girls In America un disco - prodotto da John Agnello (Dinosaur Jr., Mark Lanegan, Sonic Youth) -, il cui titolo è preso in prestito da una frase di On The Road di Jack Kerouac.
L’album si snoda tra ampi pezzi-suite basati sul piano (omaggio-reminiscenza della E-Street band e dei primi due dischi soul-funk di Springsteen), come Stuck Between Station, sorta di epopea sul poeta americano maledetto John Berryman, garage rock (Hot Soft Light), riff stoniani (Some Kooks con echi Stooges), ballad (First Night), rock epico e muscolare (Party Pit, Massive Nights), echi tra folk e americana (la scarna ballad Citrus che riecheggia il Costello di mezzo).
Conpiù di un debito per gente come Springsteen in primis, e poi Stones e Dylan, e come attitudine i Replacements il disco racconta dell’eterna provincia americana, con un occhio alla fuga e al riscatto, come nel più classico degli stereotipi del caso, e diventa epopea nel momento in cui universalizza alcuni temi intergenerazionali. Così si spiega il riscontro positivo che ad ondate successive il genere continua a riscuotere da quelle parti e non solo (Uncut sta assicurando la giusta esposizione anche in UK). La ripresa della tradizione americana, fatta con stile. (6.6/10).

Gli Hold Steady arrivano al quarto disco dalla prospettiva di chi, senza nemmeno farci troppo caso, si è trovato sulla proverbiale sedia che scotta. La storia è quasi da mitologia: una band messa su “just for kicks” da cinque disillusi musicisti over-30, poi diventata un affare via via sempre più serio: d’altronde se allestisci una macchina capace di produrre a getto continuo un rock tanto muscolare, epico, colto, alcolico, sorta di miracolosa via di mezzo fra la E Street Band e i Replacements, è inevitabile finire per trafiggere il cuore di quei tanti per cui il r’n’r è ancora una cosa che può salvare la vita (à la Thunder Road, per capirci). Pure se l’eco del fenomeno da noi è a malapena appena arrivata, c’è ormai un esercito di fedelissimi che li adora, gli Hold Steady, fra fan ultra-trentenni (e anche giovanissimi, che vi credete), redattori attempati di riviste inglesi e perfino qualcuno a Hollywood (Sofia Coppola e John Cusack, per dirne due).
Per tenere alta l’adrenalina, cosa allora meglio di un album veloce, immediato e urgente come Stay Positive? Rispetto allo scorso Boys & Girls in America - il terzo disco, quello dello sdoganamento -, la comunicazione è ancora più diretta, meno verbosa e concettuale, in your face (come dicono gli inglesi); a partire dall’elettricità ’80 di Constructive Summer (più R.E.M. dei R.E.M. stessi), poi sparata senza pietà attraverso altre cartucce veloci (Navy Sheets, Yeah Sapphire), senza rinunciare alle solite epopee di perdenti in anthem come Lord I’m Discouraged (Big Star dietro l’angolo) e Sequestered In Memphis, prossima favorita ai concerti. Aldilà di provvidenziali scremature e di una maggiore scioltezza e sicurezza (doti che di fatto annullano i difetti delle prove precedenti), la cosa che più ci piace di Craig Finn e i suoi è, in ultimo luogo, la capacità di parlare col cuore in mano (e il bicchiere nell’altra), senza paura di essere tamarri quando gli pare e piace (i cori da bar di Stay Positive, il solo col talking box -! - di Joke For Jamaica, il clavicembalo barocco di One For The Cutters), ma comunque certi di colpire dritti nel segno. Come nella conclusiva Slapped Actress, un drammone rock (ispirato da La sera della prima di John Cassavetes) di quelli che il Boss non scrive più da un po’. (7.1/10)