...


Ci avevano provato in molti, compreso Calvin Johnson (Beat Happening, K Records) che è notoriamente un suo estimatore, ma alla fine Jandek ha ceduto alle pressanti richieste di David Tibet dei Current 93 e si è concesso per un’incredibile apparizione live, lo scorso 17 ottobre 2004 all’Instal Festival di Glasgow. Per chi non fosse a conoscenza del personaggio, basti sapere che si sta parlando di un’autentica leggenda vivente.
Un cantautore texano, che pubblica dischi attraverso la sua etichetta, la Corwood Industries, dall’ormai lontano 1978, senza mai apparire dal vivo. Fino all’ormai mitica domenica di ottobre, non si sapeva nemmeno se il suo aspetto fosse davvero quello dell’uomo che appare ripetutamente sulle copertine dei dischi, misteriosi ed inquietanti fotogrammi sul vuoto della solitudine. L’apparizione live è stata calcolata fino al millimetro. Nessuna pubblicità dell’evento, con l’unica informazione preventiva che ci sarebbe stato un rappresentate della Corwood Industries. Sul palco Jandek è apparso magrissimo, volto scavato e pallido, in un completo nero. A fargli da spalla una sezione ritmica d’eccezione: Richard Youngs al basso e Alexander Neilson alla batteria.
Glasgow Sunday altro non è, allora, che il primo disco live di Jandek, per un totale di otto brani inediti in una riproduzione fedele della serata, che migliora la qualità del bootleg circolato subito dopo l’evento, ma senza rinunciare al rumore e agli applausi del pubblico. A dispetto dei dischi che nel catalogo Corwood lo precedono, A kingdom He Likes e When I Took That Train, il live spezza il solipsismo acustico per cui il cantautore texano è più conosciuto, e ritrova il furore elettrico dei lavori di metà anni ’80, come The Rocks Crumble, Intestellar Discussion e Telegraph Melts. La musica è costituita da sguaiati blues lunari del tormento che trovano in Youngs e Neilson un tappeto ritmico, slabbrato, nervoso ed isterico. Il basso di Youngs, in particolare, ha una coloritura nero antracite che incupisce tutto il suono. La chitarra ha riflessi metallici che la fanno assomigliare molto a quella di certi Sonic Youth, mentre le liriche sono più lugubri e disperate del solito. L’esperienza deve comunque essere piaciuta molto al solitario di Houston, tanto è vero che a seguire si è prodigato in altre esibizioni live, parallelamente alla prosecuzione su Corwood della discografia con altri due dischi Raining Down Diamonds e Khartoum. Una ritrovata giovinezza artistica che ha dell’incredibile, per un personaggio e un musicista tanto particolare e criptico, quanto fondamentale per capire l’evoluzione del rock americano. (7.6/10)

Oggettivamente, non si può pretendere da una persona normale che passa per caso di qui, che sia informata sui fatti e che sappia tutta la storia che c’è dietro a Jandek, la Corwood Industries, le copertine, i dischi, le varie fasi e ora anche i live. Tra l’altro è anche estate, fa caldo e di casi clinici non si avverte certo il bisogno. Ma se uno non si informa, sia pure per sommi capi, su cosa ha combinato Jandek da venti anni a questa parte, probabilmente non riesce a capire perché ogni volta che fa un concerto si mobilita la creme de la creme dell’avant intellighenzia. Di Richard Youngs e Alex Neilson, praticamente la backing band di Jandek per i concerti anglosassoni, si è già detto. Grande formazione, grandissima prima apparizione live in quel di Glasgow. Tutto a sorpresa. Fan a bocca aperta. Da allora il rappresentante della Corwood non si è fermato più, è diventato uno showman, ovviamente alla sua maniera, e i suoi concerti ormai sono una cosa (quasi) normale.
Quello che proprio non è normale è uno show dove la line-up è costituita da Loren Connors alla chitarra, Matt Heyner (No Neck Blues Band) al basso e Chris Corsano alla batteria. Perché questa è stata la line-up che ha accompagnato Jandek per il suo concerto del 6 settembre 2005, in quel di New York. Confesso di essere stato a lungo scettico sulla reale opportunità del Nostro di uscire allo scoperto, ma se i risultati sono questi, lo scetticismo scompare come neve al sole. Manhattan Tuesday, in due dischi, riproduce fedelmente quanto avvenuto quella sera. Il contenuto è costituito da un’unica composizione in sette movimenti, chiamata Afternoon Of Insensitivity. Musicalmente è il disco di Jandek più gotico di sempre, fatta eccezione forse per Six And Six. Il canovaccio è lo stesso per tutto il concerto. Un sintetizzatore Korg che sotto le sue mani diventa un organo da cattedrale mitteleuropea; la chitarra di Connors che gli va dietro disegnando arabeschi riverberati e rasoiate wah wah; il basso di Heyner che incupisce ulteriormente il tutto come fosse un pesante tendaggio di velluto nero a poggiarsi su tutti gli strumenti e dulcis in fundo la ritmica densa e magmatica di Corsano che trama sotterranea e ficcante.
Testualmente è il Jandek cupo delle attese, dei pomeriggi abulici che inghiottono l’esistenza come buchi neri (All the phone rings are alarming/ It doesn’t matter/I can’t escape the weight of these days). E’ il Jandek che non riesce o non vuole trovare vie di fuga da se stesso pur essendo cinicamente consapevole delle sue ferite aperte (Self-inflicted stimulation is the deathbed/ Life is on the other side/The side I don’t know). Oggettivamente, il cliché del pazzo depresso che si lamenta strimpellando spasticamente la sua chitarra non ha mai avuto motivo di esistere, men che meno ora che il Nostro si produce in simili performance. Jandek è tante cose messe insieme: un depresso compiaciuto, un caso clinico da tabloid di terz’ordine, un nerd ipersensibile, un astuto figlio di puttana che ha saputo investire sulle sue ossessioni, un predicatore pazzo, un oscuro scrutatore della propria anima. Insomma, aveva proprio ragione Keiji Haino. Jandek è davvero l’ultimo vero bluesman della storia, ma ancor prima e soprattutto è uno di noi. (7.7/10)