Fatti i dovuti distinguo, Giovanna d'Arco può ben dirsi plausibile erede contemporanea dello spirito (e anche d'un po' di forma) dei Red Crayola/Art And Language. Frettolosamente catalogata nel calderone emo più per l'origine Cap 'n Jazz che per costanti e reali ragioni stilistiche, la band dei fratelli Kinsella presenta semmai più affinità col tono svagato - come un'arguta ricerca irrobustita dall'ironia - che è la cifra artistica di Mayo Thompson e una delle assi portanti del post rock. Sentimento e metodo, alla fin fine, come del resto direbbero loro stessi.

Quinto capitolo della saga Joan Of Arc che, come annunciato, fanno uscire il loro album “rock” prima di quello sperimentale, previsto per i prossimi mesi per la Perishable. Nonostante questa scelta programmatica, con conseguente assenza di Jeremy Boyle, l’orientamento verso la forma-canzone, e il solito manipolo di collaboratori (non è un caso: Califone in primis), il suono del gruppo di Chicago rimane sempre quello. Le canzoni infatti anche stavolta si perdono fra un’emozione trattenuta e un continuo bisogno di trovare equilibri (anche intellettuali), e non sarà certo una superficie pop a far cambiare idea a Tim Kinsella & soci.
Per quanto sia un disco quieto, pacificato quasi, e appunto pop (le melodie non mentono mai in proposito) è la struttura ad essere come sempre minata nelle sue basi. C’è sempre qualcosa di geniale e noioso in questa operazione auto-referenziale dei Joan Of Arc nelle cui mani la materia indie-rock si sfalda e si ricompone in continuazione; e non è un caso che appena si lascino andare, come in Diane Cool And Beautiful, nell’essenzialità di Hello Goodnight Good Morning Goodbye o nella marcetta di Olivia Lost, tutto sembra trovare - finalmente - una via d’uscita. (7.5/10)

Da una rapida esplorazione degli scaffali, questa risulta essere la decima impresa in studio dei Joan Of Arc, una compilation di singoli e rarità edita in occasione del decennale della band di Chicago in cui c’è molto in cui perdersi come poco da perdere. Il policromo stile del gruppo ne esce comunque rappresentato in modo completo: le contorsioni Storm & Stress in Didactic Prom, una My Girl Dumped Me After The Free Trip To Japan disturbata da lamine fantasmatiche, il delicato e umbratile jazz folk filmico Please Don’t Mistake My Arrogance For Shyness non sono che tre esempi dell’attitudine di un gruppo atipico, prezioso masso erratico che sfugge da ogni parte più si cerca di incasellarlo.
Pur restando stabili certe coordinate, si ascolta in realtà un’ora e un quarto di frenetico agitarsi sulla mappa di musiche d’ingegno e progresso, indaffarati ma sorridenti dietro a pensieri che quasi non si riesce a tradurre in realtà tanto sono guizzanti e vivi. Tanto per non far nomi: For A Half-Deaf Girl Named Echo srotola una marcetta tra Texas e Cleveland e l’acqua cheta For The Skinheads And Hippies suggerisce pop acustico deviato; Please Sleep è lunare e Busy Bus, Sunny Sun un ipnotico gomitolo; Stemingway And Heinbeck approfitta del delizioso titolo postmoderno per volteggiare senza rete, You (Single) cresce su se stessa all’infinito e The Evidence punta invece lo sguardo fisso nell’orizzonte. La copertina raffigura un nido traboccante uova colorate: miglior metafora del contenuto non si poteva davvero trovare. (7.5/10)

Eventually, All At Once costituisce l’ulteriore tassello di un mosaico complesso dalle traiettorie affascinanti, che dicono di un mutamento in corso, evidente nell’eliminazione delle trappole elettroniche e l’accentuarsi di una componente acustica fino ad oggi defilata.
Ne risulta un idioma folk tinteggiato da un’attitudine psichedelica, dalle contorsioni Red Krayola meno evidenti rispetto al passato, dunque costrette in strutture un poco più lineari. Nel sottofondo corale di You Can’t Change Your Mind e nell’accidentata Scratches A Pencil i risultati sono buoni, ma nel cadenzato blues patafisico di Living Out In The Sea Of Umbrellas sono addirittura ottimi. Altrove, ovvero nell’estatico quadretto della title track, come nella seduzione pigra di I’m Calling Off All Falls From Grace o nelle digressioni continuedi The Words Have Cast Their Spells, il tono si mantiene invece acustico e meditativo.
L’irrequietezza stilistica e la voglia di mettersi in gioco rilevano alcune sottili titubanze, come se gli autori non si fossero fidati a intingere del tutto i pennelli nella nuova tavolozza, spremendo dai tubetti colori brillanti impiegati però già molte volte. Un passo avanti, due di lato, ma nessuno indietro: avercene ogni mese di dischi di passaggio così. (7.2/10)

Prima o poi rischi di annoiare i lettori, parlando della creatura dei fratelli Kinsella . Colpa in parte anche dei diretti interessati, del resto, perpetuamente e pervicacemente immersi nell’appassionato “girare intorno” a una musica apparentemente uguale, le cui mutazioni di disco in disco sono affidate ai particolari, a una ritmica più pronunciata o una dimensione acustica in rilievo. Siamo sempre lì: ogni uscita tratteggia il capitolo di un romanzo d’appendice, appositamente concepito per tenere in sospeso i lettori fino a chissà quando.
Due gli anni che separano Boo Human dal predecessore Eventually, All At Once, se non ci siamo persi nulla nell’intrico di progetti paralleli e tirature limitate che è la folle discografia della Giovanna da Chicago, tuttavia potrebbero tranquillamente essere due mesi, due giorni o due ore. Non cambia l’incostanza intellettuale (auto) ironica che regala la voce a un ponderante, sbilenco cantautorato folk (Shown And Told, So-And-So), alla svolazzante complessità di classe sopraffina (Just Pack Or Unpack), agli archi e all’elettronica sinuosi. Riflettendoci sopra, ti accorgi che tempra e stile sono i medesimi dei Maestri di una band a torto infilata nel limitante, autoreferenziale calderone “emo”: l’asse Red Krayola/Art & Language/Pere Ubu/Gastr Del Sol, in altre parole, nel cui solco di un avant-rock intelligente ma senza spocchia i Nostri lavorano da tre lustri.
Dunque tocca aver la solita pazienza e far girare il dischetto più volte pena la sua incomprensione, annotando come dell’avanguardistica frigidità contemporanea vi siano pochi e ignorabili avanzi, confinati a un paio di brevi siparietti. Di contro, i cinque minuti di Vine On A Wire padroneggiano una tensione in punta di tasti e lame sonore che partorisce lirica malinconia, la delicatezza sonora di A Tell-Tale Penis entra di diritto tra le cose più riuscite di Tim Kinsella e la suite If There Was A Time/The Surrender allestisce un andirivieni tra pieni e vuoti, cosmo e brume, Germania ’70 e Texas ’68 che atterra in lande a sé stanti. Musica che sviscera il proprio classicismo con capacità critica non comune, questa, perciò da premiare. (7.3/10)