
Il rock non può essere una religione, perché è troppo barbaro. Ma ci può avvicinare agli dèi.
Icona della frangia più psichedelica della new wave inglese con i Teardrop Explodes, pop star borderline tra ’80 e ’90 con i bestseller World Shut Your Mouth (1984) e Peggy Suicide (1991), acclamato ed illuminato critico musicale (Krautrocksampler, 1995), studioso di culture antiche (The Modern Antiquarian, 1998 - un’enciclopedia sui dolmen cui presto seguirà un volume sulle culture nuragiche della Sardegna), scrittore (l’autobiografia Head On /Repossessed, di recentissima pubblicazione in Italia); oppure, come più semplicemente ama autodefinirsi, sciamano. Tutti epiteti di cui Julian Cope, venticinque anni di carriera sempre on the edge, può orgogliosamente fregiarsi. Accantonata da più di dieci anni ogni velleità da star, negli ultimi tempi il visionario musicista di Tamworth ha stupito e disorientato la sua audience con una serie di album solisti usciti su indie (principalmente la propria Head Heritage) ed improbabili progetti collaterali come Brain Donor e L.A.M.F.; una produzione umorale, schizofrenica, frammentaria e, per questo, estremamente in linea con la “logica” del personaggio e la sua fama di freakedelico per antonomasia.
Citizen Cain’d prosegue decisamente questo trend: pur essendo un album di canzoni “pop”come il recente Rome Wasn’t Burned In A Day (2003), il mood è lo stesso che ha animato gli ultimi anni di attività del Nostro, seguendone percorsi e tematiche. Si tratta di un doppio concept - il protagonista è l’uomo di oggi, ormai lontano dagli dèi come il Caino della Bibbia - in cui Cope butta uno sguardo al contempo lucido e folle sui tempi correnti (rievocati esplicitamente in World War Pigs, I’m Living In The Room They Found Saddam In), in una forma musicale che - dimenticatevi una volta per tutte il pop acido, stralunato e sublime di Fried - attinge a piene mani dalla psichedelia di fine ’60 (vedi le lunghe jam I Will Be Absorbed e Feels Like A Crying Shame o la ballad Homeless Strangers), dal garage degli Stooges (omaggiati quasi didascalicamente in Hell Is Wicked, I Can’t Hardly Stand It, Dying To Meet You), trovando anche il momento per una visitina all’amato Scott Walker (Stomping Dionysius) e per (ri)scoprire anche una vena bizzarra e spettrale (The Living Dead e Edge of Death).
Didascalico e inconfondibilmente personale allo stesso tempo, Julian canta, incanta e stordisce con la sua chitarra acida, affrontando l’idioma rock con la stessa attitudine di un vecchio saggio, visionario e illuminato che sa precisamente come comunicare il proprio messaggio. Una consapevolezza che pochi in realtà possono permettersi, il cui inevitabile risvolto risiede forse in una scrittura non sempre efficace e tagliente come dovrebbe.
Ancor prima che un album, Citizen Cain’d è un concentrato dell’essenza del Cope di oggi. Di fronte ad una così decisa affermazione di personalità, viene quasi da pensare che Julian sia realmente uno sciamano, un tramite tra qualcosa di più grande e la nostra realtà. (6.5/10)

Undici mesi dopo il doppio Citizen Cain’d esce il doppio Dark Orgasm, formato in questo caso tecnicamente ancor più immotivato a fronte dei suoi tre quarti d’ora di durata, ma utile a mostrare la nuova uscita come l’auto-scimmiottamento della precedente. Perché se Citizen Cain’d era un album strutturato e a suo modo meditato, con alcuni fra i migliori momenti della carriera di Mr Cope (vedi World War Pigs), Dark Orgasm invece si presenta come il suo gemello idiota e lurido, quasi un prodotto autogeneratosi in quella brodaglia di elementi costituenti il cervello di Cope e la sua carriera più recente - antitesi rock alle sue lancinanti salmodie sciamaniche - rappresentata dall’hard-glam demenziale dei Brain Donor e lo stoner-kraut dei L.A.M.F. (la iniziale, peraltro suggestiva, Zoroaster sembra un’ulteriore farneticazione sul tema del lugubre tormentone Like A Motherfucker). Ma meglio ancora Dark Orgasm figura come un mostro figliato dal casuale rimescolarsi della membra decomposte del corpo rock, e così assistiamo all’emulazione sfatta e stracotta di Iggy & The Stooges ( She's Got A Ring On Her Finger che prende le mosse direttamente da Fun House) che a sua volta era l’emulazione sfatta e stracotta di Jim Morrison (e Cope lo dimostra proprio con I Don't Wanna Grow Back che sembra uscire da L.A. Woman con movenze iguaniche).
Sia ben chiaro, non siamo di fronte alla laboratoriale demenza dei Darkness che clonano i Queen e gli Uriah Heep, siamo piuttosto davanti a qualcosa di simile al maestoso e fallimentare provarci dei Queen alle prime armi quando ridicolizzavano inconsapevolmente Yes e Led Zeppelin (vedi l’autentico e sincero kitsch dei synth – qualcuno si ricorda del synclavier? – in I Found A New Way To Love Her). Genuinità e spontaneità. Un disco realizzato con lo stesso impegno che il nostro Saint Julian deve metterci per andare al cesso o per ruttare, ma anche con la stessa primordiale innocenza animale: i testi e le liner-notes – una roulette russa di insulti al Papa, Bush, califfi e vicini di casa – sintesi fra la scrittura automatica di Kerouac e la segreteria telefonica di radio Radicale, lo rimarcano anche a livello contenutistico.
Insomma pura merda d’artista, anzi, di druido. Sublime.
Per gli aficionados di Cope - che peraltro per recuperare quest’opera dovranno darsi ad internet - un disco da 7, per tutti gli altri un 4 “aiutato” quel tanto per arrivare con la media ad un (5.5./10) tollerabile per entrambe le categorie.

Di questi ultimi tempi, per star dietro a Julian Cope bisogna essere parecchio indulgenti o parecchio masochisti. Non sono una novità né la sua radicata ossessione su temi della lotta contro la supremazia delle religioni monoteiste, l’imperialismo americano, la distruzione della Madre Terra; né la sua totale devozione a un vintage rock acidissimo miscelato space-kraut-stooges-hardrock, che sconfina, se tutto va bene, nell’auto-indulgenza. Presa coscienza di quel che è, insomma, l’ascoltatore ormai sa a cosa va incontro la maggior parte delle volte, a suo rischio e pericolo (così è stato almeno per i più recenti Citizen Cain’d, Dark Orgasm e Drain’d Boner, con i Brain Donor).
In questo caso però Saint Julian pensa bene di confondere le acque, ammiccando al suo mai abbastanza glorificato (quanto remoto) passato di arguto songwriter pop, annacquando però canzoni che si vorrebbero discendenti di quelle di Peggy Suicide e Jehovakill! con chili e chili di liriche retoriche (sarebbe più il caso di dire esplicite e dirette, ma l’effetto finale è quello), o con i soliti trip psichedelici king-size da reduce dell’era dell’acido. Ci si trova così sospesi fra suggestive intuizioni Bowie (circa The Man Who Sold The World, nell’iniziale Doctor Know,) e Scott Walker (esplicitamente evocato in Beyond Rome) e trashezze immonde come il riffaccio di Vampire State Building (ascoltate un po’ da soli che roba è…), fra la melodia cristallina di Hidden Doorways e i ringhi Iggy Pop della title track, e quando c’è potenziale pop (come in They Gotta Different Way Of Doing Things), arriva comunque un arrangiamento freak ad inquinare.
Niente di nuovo insomma, solo qualche barlume di quello che ancora potrebbe essere un songwriter più che degno, e invece è ormai il personaggio assolutamente incompromissorio - e unico, che dir si voglia - che si è appiccicato addosso come un magico francobollo colorato. Il che, preso con la giusta filosofia, può anche essere divertente. Ma per quanto ancora? (5.8/10)

Meno superlativi del solito ma consueta e lucida analisi. Julian Cope stende un testo che parla di eroi capelloni e stonati, di musiche selvagge e bikers denudati.
Quando Headheritage, il portale web gestito da Julian Cope, rimosse gli articoli inerenti al rock giapponese allo scopo di rieditarli, ampliarli e renderli cartacei per il libro Japrocksampler fui sì contento per l’idea, ma preoccupato per noi italiani, costretti, alla luce dei due lustri e più trascorsi dall’uscita di Krautrocksampler alla versione italiana, a chissà quale attesa per sfogliarci il nuovo testo del druido nella lingua di Dante.
Mentre invece, con sommo stupore, non passa un anno dalla pubblicazione che Japrocksampler lo si vede nelle nostrane librerie al comparto saggistica musicale. Sulla scia del citato Krautrocksampler, Cope analizza il fenomeno rockista nipponico soffermandosi su eventi fondamentali (l’occidentalizzazione del Giappone avviata nella seconda metà dell’800, l’accettazione del gaijin - lo straniero secondo i nipponici - e la caduta del feudalesimo) al fine di inquadrare la nascita, prima, della scena sperimentale locale (con deliziosi aneddoti su Yoko Ono) e dell’Eleki (sorta di surf-music all’orientale), e da lì giungere alla venuta in quel di Tokyo dei Beatles e del musical Hair, vero snodo che raggruppò molta della creme japrock a venire.
Tutto concorrerà alla nascita dei vari Flower Travellin' Band, Taj Mahal Travellers, Les Rallizes Denudes e altri futen (eroe ribelle di un fumetto underground orientale) capelloni e barbuti, agitatori e nel contempo agitati le cui storie meritano di essere lette e, naturalmente, ascoltate seguendo la discografia a piè libro che Cope ordina in base al gradimento e non all’ordine alfabetico.
Interessante la postilla con gli album da evitare come esaltante la copertina del volume, ripresa dell’esordio della Flower Travellin' Band.
Un tomo di quasi 400 pagine - circa il doppio della guida cosmica – che racconta un epoca ai più sconosciuta.
Ora non resta che sperare in una messe di ristampe…