
Anni fa avevamo sperimentato il soulful rock dei Kings Of Convenience e qualcuno si era sorpreso del fatto che due nordici potessero essere così vicini ad estetiche calde, piene di anima, appunto. Oggi, al debutto sulla lunga distanza, scopriamo questa giovane cantante in bilico tra Stoccolma e Malmö. Kissey Asplund, un nome che sembra uscito dalle pagine di Pippi Calzelunghe: uno di quegli archetipi che il punk ce l’avevano nelle vene. E se il punk (almeno all’inizio) se ne fregava degli stereotipi, possiamo dire che il sorriso e la voglia di comunicare nella bella e giovane cantante la fanno da padrone, scagliandosi contro la polvere dei produttori pop impagliati, matusa che ancora una volta stanno a guardare dall’alto delle classifiche di Billboard. Un’attitudine alla solarità che fa emergere inevitabilmente le sue origini caraibiche. Sud mescolato a nord. Poli che si attraggono in un mix fuori dal consueto.
La storia è quella di una normale myspacer che nel 2005 carica qualche traccia sul suo sito, una che considerava la musica come semplice ‘hobby’. Viene scannerizzata dai guru della crew francese Papa Jazz e inizia nello stesso tempo a collaborare con il Rhythm Lab, esce con i produttori della R2, mixa qualche pezzo con il suo stile personale. Poi esce il singolo With You e da lì la strada è tutta in discesa: il pezzo (una bomba soul-hop-jazz sciccosissima) viene suonato da radio internazionali e da DJ del calibro di Gilles Peterson, Marc Mac e Osunlade. Interviste, passaparola, post sul blog, concerti in America e la ragazza è già culto.
Il suono della Asplund è un misto di electroacusticità downtempo à la 4 Hero e di spoken soul con voce ‘bossa oriented’ che ammicca alla mai dimenticata Sade. Soul che non punta alle grandi casse armoniche delle ‘mama’ americane, ma che cerca il particolare gentile, quasi una cerimonia del tè in musica. Gli altri punti di riferimento sono tutti nel mix Novanta costituito da A Tribe Called Quest, The Roots, le prime produzioni che mescolavano jazz a hip hop della Hot Wax (DJ Krush vi dice niente?) e quel sentire aperto alla contaminazione che oggi stiamo ri-apprezzando nel pianeta electro.
Ma lo sguardo non può prescindere dalla produzione parigina. Ancora una volta la capitale francese ritorna come metropoli del ritmo e del sound europeo tutto. Se qualche tempo fa avevamo sottolineato la distanza da Londra e dalle coste atlantiche con l’uragano Missill, oggi riconfermiamo la peculiarità del nodo francese come connettore di anime multiple, sentimenti che seguono apparentemente traiettorie divergenti, ma che confluiscono poi sulla grande calamita simboleggiata dalla Tour Eiffel. È quasi inevitabile prevedere un successo per la giovane svedese. Se troppi pensano che Myspace sia solo un punto di cazzeggio per giovani svogliati, la Asplund come una piuma soffice ci ricorda che tutto è ancora possibile, e che l’underground non è ancora –per fortuna- un ricordo. Prima di sfondare, però, fate uno squillo a Parigi. Da lì uscirà la nuova Next Big Thing.

La nuova sensazione soul arriva da Malmö e Stoccolma. Sarà la somiglianza con le prime prove di Erika Badu o la commistione con l’elettronica che deve molto all’esperienza Lamb, ma la giovane e bella promessa del nu-soul con questo debutto riesce a inserirsi nel difficile mondo dell’indie soul senza essere banale. Sembra quasi di essere tornati indietro di qualche anno, quando Ursula Rucker sfondava le convenzioni con un album quasi interamente spoken sulla sempreverde !K7.
Se le premesse sono di tutto rispetto, la sostanza del disco -prodotto interamente dal combo hiphopparo parigino Papa Jazz Crew- non è assolutamente da meno: Beam Me Up e Another Glass due downtempo hop con richiami al calore della prima e dolcissima Sade, You & I un giochino su microscat e vocalizzi semilounge, Entrapped e Fuss’n’Fight due ostinati che si affiancano paurosamente all’ultimo Portishead, Hit Me With Medication puro deep hop novanta, With You la sensualissima rivincita in chiave hyperblues à la Björk.
La matassa sbrogliata da questa giovane promessa nordica (che nelle vene ha comunque qualche ramo black) riassume le esperienze e le sperimentazioni del nu-jazz novanta, di quella cosa che molti chiamavano fusion, ma che oggi sappiamo non essere (stata) nient’altro che ambient. Serviva un nuovo angelo per dirci che il 2008 è ancora e sempre di più ambiente, solo che questa volta la direzione dell’ago gira sul quadrante soul. In più non ci si può dimenticare che l’eredità di Alison Moyet (storica voce femminile dei primi Massive Attack) deve ancora essere raccolta. Noi scommettiamo col sorriso che Kissey potrebbe farcela. Un futuro tutto in ascesa.(7.1/10)