Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Lightspeed Champion

di Antonio Puglia
...
  • Number One
  • Galaxy Of The Lost
  • Tell Me What It’s Worth
  • All To Shit
  • Midnight Surprise
  • Devil Tricks For A Bitch
  • I Could Have Done This Myself
  • Salty Water
  • Dry Lips
  • Everyone I Know Is Listening To Crunk
  • Let The Bitches Die
  • No Surprise (For Wendela) Midnight Surprise

Lightspeed Champion - Falling Off The Lavender Bridge (Domino / Self, 25 gennaio 2008)

di Antonio Puglia

Cosa c’entrano dodici eleganti e ineccepibili canzoni folk-pop, riccamente orchestrate e minuziosamente arrangiate, con un ragazzetto di colore dai capelli assurdi che fino all’altroieri torturava la chitarra in una band punk-nurave londinese, gli sfuggenti Test Icicles? Si può dire tutto di Dev Hynes, tranne che sia un tipo prevedibile: per il suo debutto come cantautore sotto il moniker Lightspeed Champion, ha lasciato la gloria patinata delle pagine del NME, i kids adoranti della capitale inglese e le luci strobo dei club indie per rincorrere il suo personalissimo american dream. Destinazione Omaha, Nebraska. Se a qualcuno ronzano nelle orecchie i nomi di Saddle Creek e Bright Eyes, ha fatto centro: Mike Mogis, che insieme a Nate Walcott è l’architetto principale degli ultimi dischi di Conor Oberst, ha infatti messo più che lo zampino nelle songs di Falling Off The Lavender Bridge.

L’esperto producer ha vestito le storie suburbane del ventenne londinese – corredate da tutti i fuck,shit e motherfucker del caso – con un suono sontuoso e classico (pedal steel, piano, organo, banjo, mandolino, controcanto femminile, archi e chi più ne ha ne metta), parente stretto di Cassadaga del caposcuola Oberst. Oltre a vantare un timbro pericolosamente vicino al primo Costello, Dev è però più vicino, come sensibilità di scrittura, a giovani colleghi londinesi come Edward Larrikin e Jack Peñate - di recente, autori di ottimi esordi -, quando non allo stesso Kele dei Bloc Party.

Il risultato complessivo è un piccolo capolavoro di produzione e allestimento sonoro, che eleva di una spanna gli standard del cantautorato indie-pop odierno: aldilà della stessa caratura dei brani (per lo più pregevole), ciò che impressiona è la ricerca del dettaglio, sia nell’arrangiamento sia nella costruzione dei brani. Sentite, ad esempio, quanti strumenti si susseguono in Dry Lips, o con che ricchezza si dispiega l’epopea di Midnight Surprise (suite di dieci minuti fra aperture orchestrali, esplosioni rock, intrecci di chitarre Interpol in acustico, enfasi corale Arcade Fire). Il rischio di precipitare nella pura maniera è lì a un passo, ma siamo troppo accecati dalla luce per accorgercene. (7.4/10)