I Low non hanno inventato nulla. Ma lo slowcore sembrava attendere loro per compiersi davvero. E così, oggi, il loro sound è un punto di riferimento. Da essi stessi, oramai, disatteso.

Di un percorso artistico, non sempre il compimento è la parte più importante. Prendete i Low: è durata quasi dieci anni la loro tenzone con lo slowcore. Dal primo, stordente capolavoro I Could Live In Hope del 1994 a quel Trust che nel 2002 porta tutto alle estreme conseguenze, se non poetiche senza dubbio formali. Poi lo scarto, il passo di lato che cambia le regole, ridispone le carte obbedendo ad una sensibilità nuova. I Low oggi non sono più i Low, eppure a sentirli come suonano e parlano non sono mai sembrati tanto consapevoli di ciò che vogliono essere e fare. Si esce disorientati dall’ascolto degli ultimi due album, ma loro tre sembrano perfettamente a loro agio. Realizzati.
E’ chiaro a tutti per cosa saranno ricordati, il motivo per cui li annoveriamo senz’altro tra le band più influenti a cavallo tra vecchio e nuovo secolo: il modo in cui hanno ridefinito le coordinate spazio-temporali di un certo fare rock che cataloghiamo di buon grado alla voce slowcore. Tempo e spazio: lento il battito, il passo invischiato nella densità emotiva, i sensi spaesati nella dissolvenza senza posa; sconfinate le prospettive, però basse, opprimenti e pietose, una cappa dolciastra, matrigna.
I tre ragazzi di Duluth – i coniugi Alan Sparhawk (voce e chitarra) e Mimi Parker (batteria e voce) più il bassista John Nichols (sostituito fin dal 1995 da Zack Sally, a sua volta appena rimpiazzato da Matt Livingston) – prendono le mosse dal folk-rock psichedelico, ma lo sottopongono ad una estenuante terapia omeopatica a base di Velvet Underground, depressioni Young, eterea doglianza Dead Can Dance, cupi mesmerismi Mazzy Star e – soprattutto – tormenti narcotizzati Codeine (ai quali, di fatto, finiscono per usurpare il titolo di sacerdoti dello slowcore). In un certo senso i Low sono dark, o meglio “gothic”, nella misura in cui perseguono una dimensione dolente e spirituale, innescata ma svincolata dalle miserie del quotidiano, mantenendo però a debita distanza le fogge iconografiche del genere.
Al contrario, tendono all'invisibilità. La loro presenza è rurale, tre figli di quella terra che li nutre di passione inquieta, di aria e sole che riempie il petto comunque e spinge ad un’esaltazione silenziosa. Perché il messaggio dei Low è semanticamente ambiguo: l'irriducibile desolazione, la mestizia febbrile e quell'etereo sdilinquimento sono accompagnati da un fremito costante, da una vitalità certo ombrosa ma indomabile, da un desiderio di elevarsi (quasi) religioso. Non c'è nichilismo nella musica dei Low, che è anzi – a suo modo – uno struggente inno alla vita.
Malgrado la qualità degli album (all'esordio faranno seguito Long Division e The Curtain Hits The Cast, rispettivamente nel ‘95 e nel '96) si mantenga sempre elevata, dimostrando una scrittura sempre intensa e una padronanza del linguaggio sempre più peculiare, in progressivo affrancamento dai modelli di partenza, i Low rimangono un prodotto di culto, sacerdoti di una chiesa in espansione ma riservata agli adepti della “contrizione lenta”. Neanche Secret Name (1999) e - nello stesso anno - la partecipazione al progetto In The Fishtank assieme ai Dirty Three (dove coverizzano con alterne fortune brani del repertorio younghiano) smuove più di tanto le acque. Credo sia più o meno in questo periodo, col ventre gonfio di un linguaggio maturo, ormai del tutto compiuto, che i Low avvertono la stretta al collo del cordone ombelicale. In un certo senso, Things We Lost In The Fire (2001) annuncia la resa dei conti con quello slowcore cui molto dettero, da esso ricambiati. Una esaltante carrellata di ballate celestiali e incalzanti, di psichedelia dilatata, estasi indolenzite e suadenti malìe, una confezione mai tanto orchestrata e friendly ad infiocchettare la stessa estatica afflizione (tenuta a bada da qualche goccia di prozac, magari).

Era qui che volevano arrivare. Difatti il disco fa centro. L'epifania indie-pop dei Low è una realtà con cui a quel punto occorre fare i conti. Il loro sound, quel gioco al limite tra essenzialità e densità, quel plasmare il climax di ogni pezzo come se vivesse di vita indipendente, non attendeva altro che farsi carne per classifiche. Formalmente potente e definito, poeticamente robusto, non poteva certo temere nulla dalla “banalizzazione” indie-pop. Che viene clamorosamente ribadita con Trust (2002), nel quale ribadiscono una disarmante capacità di partorire ballad ad alto tasso emotivo, dove dolcezza ed abbandono si abbeverano sempre più alla sorgente del rock. E', anche questo, un segnale. Che anticipa la svolta definitiva di The Great Destroyer (2005). Definitiva, perché anche se dopo questo album sfacciatamente rock – e a tratti pure rockista – i Low decidessero di tornare all'ovile dello slowcore, non sarebbe più la stessa cosa. Abbandonata la Kranky per la Sub Pop, e prodotti da un sempre smagliante Dave Fridmann, sorprendono tutti con un album disinvolto, in cui una certa durezza si alterna alle movenze catchy, l'intimità al fragore, la tradizione del folk-rock agli espedienti del moderno pop radiofonico. Nei testi sembra inoltre spuntare una sorta di “impegno” che fa i conti con l’attualità, un piglio più concreto e concreto, a tratti brutale, come è lecito attendersi da ex-anacoreti tornati a masticare delizie e magagne secolari.
Con Drums And Guns (Sub Pop, marzo 2007) vanno ancora oltre, scarnificando il sound in direzione electro, rinunciando alla tipica cortina di chitarra e al percussionismo palpitante in favore di droni sintetici e drum machine. Di slowcore non c'è più traccia, se non una non meglio definita tendenza a cucinare il mood con ieratica applicazione. Ma questa effettiva orecchiabilità non significa uno sbando poetico: c'è purtuttavia una tensione, un guaito di disagio emotivo, un irrequieto stare e fare anche quando l'atmosfera si snellisce e zompa dinoccolata. Ammiccano, i Low, con l'altra parte di sé, quello che non sono più. Che hanno dovuto appendere come maschere logore, come inutili paludamenti. Consapevoli in cuor loro che ciò che è stato – in termini di incidenza e di compiutezza – non potrà più essere. Ma anche che tutto ciò è inevitabile.
Per non farsi soffocare dallo stile – e il loro stile era tra i più meravigliosamente soffocanti – hanno dovuto metabolizzarlo, farlo sprofondare nell’acquitrino dell’anima. Per andare avanti, hanno dovuto togliere di mezzo i fantasmi. Il risultato è che sono molto meno coinvolgenti, forse addirittura trascurabili nel panorama musicale contemporaneo. Però sono vivi, in progress. Liberi di tentare approdi nuovi da cui assalirci con le loro meditazioni senza scampo. Come non augurare loro di riuscirci?
In parte. Volevamo fare qualcosa di più crudo e minimale, scoprire cosa sarebbe successo se avessimo messo da parte gli strumenti che usiamo normalmente: ci sarebbe piaciuto? Avrebbe suonato come i Low? Alla fine, ci siamo allontanati ancora più da ciò che eravamo un tempo. Penso sia una sorpresa, per noi e per chi ascolterà il disco.
La maggior parte del lavoro l’abbiamo fatto in studio con Dave Fridmann, ma il processo è stato pensato a casa. Vedi, la nostra arma segreta è… l’ignoranza. Abbiamo sempre lottato con i nostri limiti, con ciò che non riuscivamo a fare. E anche stavolta, l’ignoranza verso certe cose è diventato il nuovo limite da superare.
A dire il vero è stato tutto un girare manopole, sperimentare suoni, giocare con drum machine e creare loop di vario genere, provando e riprovando in modo organico e non artificioso. Suona come è stato fatto su un computer, ma in realtà non ho la più pallida idea di come si faccia! Probabilmente questo è il disco elettronico più analogico mai realizzato (ride, nda)!
Il processo in realtà è iniziato quando Zak era ancora nella band. Matt dal canto suo è un musicista diverso, con abilità specifiche. E’ possibile che questi fattori abbiano influito, ma non è facile dirlo con esattezza.
Di entrambi, immagino. Anche se all’inizio non sapevamo esattamente cosa sarebbe venuto fuori, sapevamo anche che Dave era quel tipo di persona che ci avrebbe aiutato ad andare nella direzione giusta per noi.
È possibile, mi sono divertito moltissimo a lavorare con lui. Dave è il tipo di produttore che ti aiuta a sperimentare, ad andare verso nuove direzioni… e, soprattutto, non ti riporta indietro.
Mi piace pensare che questo album non abbia riferimenti particolari a popoli, filosofie, governi o qualsiasi altra cosa. Sono canzoni a proposito dell’umanità in generale, di cose valide milioni di anni fa come oggi. Categorie fuori dal tempo, insomma. Penso che sicuramente dobbiamo imparare a riconoscere qualcosa in più sulla nostra natura, esserne più consapevoli. Se alcune persone sentono che questo disco sia legato al presente, per me comunque va bene, perché non c’è stato niente di premeditato o costruito.
No. Penso comunque che possiamo fare di meglio, che ci siano diverse possibilità per far sì che le cose cambino, per arrivare a una svolta. Ma in generale, sono molto scettico sulla natura umana… su ciò che la leadership fa agli uomini… su certi meccanismi ancora in vigore… sul nuovo governo liberale che si sta affermando l’America. Loro ci hanno già deluso. Lo capisci da come parlano, che non faranno niente di diverso. Ci sono sempre dietro le grandi compagnie e corporazioni. Ci vuole un cambiamento sostanziale. So che è spaventoso, ma occorre che succeda qualcosa di grosso. Forse c’è bisogno che qualcuno sia assassinato.
È una prospettiva interessante… vedremo.
Ecco dov’era finita tutta la chitarra dei Low! Scherzi a parte, ho sempre avuto un rapporto di amore/odio con la chitarra. E’ stata una compagna per molti anni, e continua a piacermi, ma mi relaziono ad essa in modi diversi, non sono quasi mai soddisfatto. Avevo già pensato di suonare meno la chitarra in un disco dei Low, ma non lo facevo mai. Fino ad oggi.

Penso di sì, i Beatles mi hanno sempre ispirato. Ogni volta che sono a corto di idee, prendo questo vecchio libro di canzoni dei Beatles che ho, strimpello un po’, ed è come se qualcuno mi scuotesse la testa e mi riportasse sulla giusta strada. Curiosamente, durante la lavorazione di questo disco ascoltavo in realtà a ripetizione Sticky Fingers degli Stones! Per qualche motivo, è stato uno dei pochi dischi rock che ho ascoltato negli ultimi due anni. Per il resto, cose molto diverse come M.I.A., o dell’hip hop.
Lo spero. La musica rock, anche quella più oscura e violenta, ha sempre provato a rendere il mondo migliore, a trovare risposte a domande come “perché viviamo”, “perchè continuiamo a vivere?”. Penso che la musica rock in passato sia già stata una forza vitale, ha contribuito all’apertura mentale, a una società più libera. La nostra generazione di musicisti dovrebbe avere meno paura a parlare di politica, o di cambiare il mondo. So che è diventato un cliché negli anni, pensa a gente come Bono. Ma va bene, ammiro personalmente chi ha il coraggio di dire pubblicamente ciò che va bene e ciò che non va bene in questo mondo.
Sì. Non penso sia un obbligo, per carità, ma se sei una celebrità e sei sotto lo sguardo della gente, è bene che tu faccia qualcosa, specialmente se sei stato fortunato e hai avuto molto dalla vita.
Beh, evidentemente le band di cui parli non sono più popolari come un tempo (ride, nda)! Non so, resto comunque ottimista, in un certo senso. Per quest’estate, Al Gore sta organizzando concerti in tutto il mondo per promuovere la sua politica sull’ambiente e i cambi climatici. I ragazzi andranno a vedere la loro band preferita o seguiranno l’evento via cavo, e in qualche modo riceveranno delle informazioni importanti. I cambiamenti lenti si fanno anche dando informazioni alla gente subliminalmente, o quando non se lo aspetta.
Thom è molto intelligente, sta facendo grandi cose, nonostante la stampa britannica a volte gli dia contro. Certo, mi piacerebbe essere attivo come lui, ma in realtà non ci ho mai pensato, non ho i contatti e soprattutto non ne so abbastanza… sono spaventato dalla mia stessa ignoranza!
Non è esatto. Semplicemente perché, come ti dicevo, non pensavamo all’elettronica quando lavoravamo al disco. Provavamo soltanto ad aggiungere e togliere dei suoni e a provarne di nuovi. Però, quando abbiamo aperto i loro concerti (nel 2003, nda), i Radiohead mi hanno ispirato moltissimo, sotto altri punti di vista. Una band sperimentale, creativa e soprattutto molto appassionata, con un solido progetto dietro le spalle. Io stesso avevo bisogno di essere più passionale. Di essere meno impaurito di ascoltare le voci fuori dalla mia testa. Di rispondere a domande come “cosa pensa la gente?”, “quanto valgo?”, “da dove vengono queste voci”?, “a quali devo dare ascolto?”, e così via.
Ad ascoltare le voci fuori dalla mia testa? Sì (ride, nda).
Non mi sono mai posto il problema in termini di proprietà intellettuale. Non mi dà fastidio se un nostro disco finisce su internet e la gente se lo scarica. Mi sorprende anzi che ci sia qualcuno tanto interessato da voler ascoltare i dischi prima che escano nei negozi. E’ una tendenza generale: negli ultimi due anni alcuni amici sono venuti da me con copie illegali di album in uscita (per esempio Thom Yorke, o i Tv On The Radio), ma non è un problema reale, alla fine la gente compra il disco originale, se gli piace. E’ come quando eravamo teenager e ci prestavamo i dischi tra di noi, solo che adesso accade molto più velocemente, a volte addirittura prima che il disco sia finito.
Il problema è maggiore per chi gestisce il business: le cose stanno cambiando in fretta e loro sono confusi, non sanno più come fare soldi. Per gli artisti invece è più importante fare concerti, nessuno fa più soldi vendendo dischi. E personalmente preferisco il contatto fisico con il pubblico, sentire l’aria che si muove nella stessa stanza. E’ il modo per avvicinare la gente alla musica, per farla sentire meno costosa, propria.
Non abbiamo mai avuto un posto in nessun quadro, siamo sempre stati degli outsider. Qualsiasi cosa succedesse là fuori, siamo rimasti seduti in un angolo ad osservare ogni cosa: i fenomeni di successo, le attitudini, la tecnologia, i cambiamenti, le tendenze, le mode. E’ una posizione interessante, anche se all’inizio la nostra alienazione poteva sembrare strana. Ma aveva perfettamente senso: con la musica che abbiamo scelto di fare non abbiamo mai avuto intenzione di essere popolari, di far parte del mondo pop. Comunque mi piace seguire il mainstream, puoi sempre trovare qualcuno che sia molto bravo e creativo, vedi certi artisti hip hop, o adesso gli Shins. È un bel segno, ti fa pensare che c’è sempre una speranza, che in qualche modo si va avanti.
L’ignoranza, senza dubbio (ride, nda). Figurati, quando abbiamo cominciato il nostro obiettivo massimo era fare un concerto… La verità è che siamo stati abbastanza fortunati a trovarci fuori dal giro. Questo ci ha spinti a provare ad andare sempre un po’ oltre le nostre abilità, a fare qualcosa che fosse inaudito (almeno per noi), qualcosa che potesse sorprenderci. Alcuni artisti vanno oltre il loro corso, e continuano a fare ciò che gli riesce meglio. Il problema è che arrivati a un certo punto si perde il senso, ci si dimentica perché si è cominciato, si perde quell’eccitazione simile alla nascita di qualcosa di nuovo, diventa sempre più difficile tornare bambini. E’ questa la sfida per me, posso ancora vedere una possibilità. Dobbiamo farlo.

I Low escono dal guscio per spandere allarme. Scuotendo le strutture,
infervorando le ritmiche, distorcendo i volumi, arrochendo la voce. Gridando
linquietudine che preme dentro. Una tavolozza emotiva più frenetica e pulsante che la sublime sacralità slow core dei lavori precedenti non avrebbe saputo riprodurre.
Insomma, Mimi, Alan e Zak devono essersi svegliati sotto un cielo rosso sangue e aver sentito con chiarezza correre nelle vene una febbre dapocalisse. Oppure, deve essergli semplicemente girato il boccino e con tutto il loro essere mormoni o che altro si sono voluti concedere un po di sano turgore.
Sia come sia, il risultato è questo The Great Destroyer, prodotto dal Mercury Rev sempre più occulto David Fridmann, settima prova in lungo per la band di Duluth, primo per la Sub Pop dopo lunga militanza Kranky.
Un album rock. Con ampi margini di cupezza, certo, e ci mancherebbe. Però trafitto da folate e vibrioni di watt, però scosso da crudi accessi di aggressività, però illuminato da una sussultante sbrigliatezza. Fin dalliniziale Monkey, con quelle percussioni minacciose, la chitarrina wave, le botte di batteria nel chorus e le staffilate dorgano, è chiaro che lespressione ha travolto le forme, e vivaddio.
E piacevole questo assalto, questa cruda sorpresa: il crepitare bituminoso di chitarre alla Crazy Horse periodo Weld di On The Edge Of (quel chorus senza batteria come una parentesi lucida nella pantomima nevrastenica, i versi ricordano l'invettiva acida e obliqua di Roger Waters), langoscioso escapismo à la Depeche Mode di Songs Of Faith And Devotion rinvenibile in Everybody's Song (il riff metallico, il drumming industriale, lausterità del canto, stilettate tangenti di chitarra, cigolii, flanger e synth), il mid tempo dritto e acidulo di Broadway (che va a spegnersi in una lunga coda psych, i sixties più Velvet che Byrds, il chorus sospeso tra evanescenze sintetiche, corde in reverse e voci echoizzate).
E ancor più fa piacere trovare in tanta discontinuità i segni della coerenza, i caratteri inconfondibili che ci hanno fatto amare per anni le sublimi giaculatorie dei Low. Vedi il chiesastico sorgere di voci su sfondo dorgano che apre Cue The Strings (malinconia assolta poi da grancassa, chitarra, riff dorganetto ed imprecisate evanescenze madreperla), oppure la mescolanza di denso ed etereo a soffiare sulla pelle country-rock di Silver Rider (coro lancinante, apocalissi crepuscolare, percussioni rombanti), e ancora lagnizione dilatata di Pissing (accompagnamento teso e sottile con piano e spazzole in evidenza, poi l'argine si rompe con un crepitio di watt, feedback e tuoni, assolo apocalittici e sgrammaticati).
Sembrano proprio a loro agio alle prese con questi asteroidi younghiani stemperati Red House Painters (labbraccio tra utopie e clangori di California, il crescendo prima ombroso e poi esplosivo di When I Go Deaf), ma ci sorprendono davvero quando dimostrano di sapersela cavare benissimo anche con materiale pop dindirizzo piuttosto radiofonico (quella Step che spiana una melodia degna degli Abba tra vocoder e vocina infantile per poi strapazzarla con un brusco lavoro di chitarra elettrica e la suadente tensione di Walk Into The Sea quasi i Mamas And Papas in trip garage).
Se poi il vento tiepido del folk si muove con naturalezza e passione tra le loro corde, confondendo brillantezza e insidia (quella Just Stand Back che mastica country rock con stralunata levità Wilco), afflizione e condanna (Death Of A Salesman, solo voce e chitarra per un peana atavico da loner cantastorie), allora vien voglia di aggiungere qualche centimetro al piedistallo sotto al monumento che qualcuno deve avere già eretto da qualche parte nellolimpo del rock. (7.3/10)

Dimenticate le suadenti carezze in slow-motion dei Low, ma anche quelle asperità che mostrano di tanto in tanto. Questo disco in proprio di Alan Sparhawk, chitarrista e fondatore del gruppo di Duluth, si sviluppa su tutt’altri codici. Per dare delle coordinate immaginate il Neil Young desertico della colonna sonora di Dead Man, capolavoro dell’accoppiata Jarmusch/Depp, ma sottraetegli tutti i riferimenti anche minimi al deserto e/o all’epica western.Quel che rimane è blues scheletrico, guitar-sound allo stato più brado, essiccato alla luce della luna tanto cara al gruppo madre, costruito sul solo suono della chitarra e null’altro e che si snoda sulle coordinate più care al minimalismo avant di Alan Licht o Loren Mazzacane Connors.
Il risultato finale – suddiviso in brevi schizzi appena accennati o lunghe suite – è un fluire di onde sonore riverberate, nate da semplici arpeggi ora ambientali, ora minimali dal sapore vagamente blues che si dilatano all’infinito in loops e drones. Apice indiscusso dell’album è il dittico centrale dalle tracce 3 e 4 che, occupando i due terzi dell’intera durata, rappresentano la vera spina dorsale dell’opera. Sagrato Corazòn De Jesù (Second Attempt),dall’intro vagamente flamenco, deborda, si slabbra, fino a sfaldarsi agonizzante verso territori di un neo-western alieno.
How A Freighter Comes Into The Harbor si muove invece da territori ancor più aspri, semi metallici quasi che sia il suono ad essere onomatopea del titolo del brano, per poi disgregarsi in un lungo sibilo dal sapore di un clangore industriale. I pezzi brevi, pur nella loro eterogeneità (dal noise catastrofico di How The Engine Room Sounds alla malsana e geniale cover di Eruption di Eddie Van Halen), restano invece soltanto dei brevi schizzi legati l’un l’altro come parti di un progetto più ampio quasi che l’intera raccolta fosse da vedere come una sorta di concept del post slow-core. Un disco dal mood che si riallaccia ad un sottinteso carsicamente presente nella discografia dei Low, in episodi come Do You Know How To Waltz dall’album The Curtain Hits The Cast o come l’oscurità pressante dell’Ep Songs For A Dead Pilot.
Per chi scrive, e soprattutto visto il curriculum di chi suona, capolavoro dell’autunno. (7.5/10)

Al secondo disco targato Sub Pop, prodotto come il precedente da Dave Fridmann, i Low si mettono nuovamente in discussione. Se The Great Destroyer era scosso da un impeto elettrico inedito, come dire "il fottuto album rock dei Low", in occasione dell'ottavo album la band di Duluth spoglia il suono sottoponendolo ad una frigida austerity sintetica. Pulsazioni digitali, archi campionati, loop di voci, le chitarre limitate al necessario, la profondità robotica del basso, demonietti psych più accessori che altro, il canto stesso di Alan e Mimi attento a non premere troppo sul pedale dell'enfasi.
Tutto così volutamente spoglio ed essenziale. In palpitante contrasto coi fantasmi e i tremori che si agitano nei testi (frutti amari dell'irrequietezza politica in cui viviamo), cuciti su melodie asciutte, avare sia negli ammiccamenti che nella contrizione. Si prenda l’incedere fosco di Dragonfly, tra feedback e brontolii sintetici, con l'organo e le voci a confezionare una mestizia impalpabile che rimanda al Peter Gabriel di Wallflower. Oppure quella Always Fade che mentre stempera il passo sordido Lou Reed e quello alieno Radiohead ti spaccia angoscia vestita di leggerezza. O ancora la trepida Murderer, dove un bordone quasi Sigur Rós (stentoreo e madreperlaceo) si consuma in attesa di un'esplosione che, come i famosi Tartari, non arriva mai. O infine quella Hatchet che architetta un funkettino accomodante tra cincischii digitali, deep bass (è il nuovo acquisto Matt Livingston, in sostituzione del dimissionario Zak Sally) e chitarrina rugginosa.
Tutti o quasi pezzi non nuovi, eseguiti più volte live: quasi fossero pretesti per altrettanti operazioni di chirurgia estetica, con lo scopo di ottenere - previo gli uffici del dottor Fridmann - la giusta tensione tra forma e contenuto, tra la frigidità della pelle e il rovello interiore. In definitiva, è forse l'album meno coinvolgente dei Low. Spiazzerà, deluderà, farà discutere (lo sta già facendo). Ma, se ho capito dove volevano andare a parare, è un disco riuscito. (6.6/10)

Alan Sparhawk confeziona con Retribution Gospel Choir il progetto della porta accanto, riempie la stanza d'amplificatori, invita Matt Livingston ad occuparsi delle quattro corde, chiama Eric Pollard a pestare sui tamburi (senza curarsi troppo del casino), quindi lascia a Mark Kozelek l'onere e l'onore di organizzare la serata (leggi: la produzione). La moglie Mimi Parker fa una capatina giusto per vedere se i ragazzi hanno bisogno d'uno spuntino, casomai d'un coretto in Breaker, pezzo qui in versione ben più turgida di quella presente in Drums & Guns, cosa che del resto accade ad una fosca e palpitante Take Your Time. Già, perché Alan e compagni di merende si prendono la loro serata di libertà e danno fuoco alle polveri, anche se tutta l'elettricità e la veemenza e la disinvoltura di questo mondo non potrebbero sbaragliare la ben nota calligrafia indolenzita.
Sentitevi quella What She Turned Into che pure sciorina una allure pop-rock inaudita per il Nostro, o una Somebody's Someone all'insegna di un hard blues ingrugnito: resta pur sempre quella vibrazione sotto, un'inquietudine partecipe da cantore della contemporaneità che non molla l'osso e che esala evidente tra gli umori e le scariche quasi Stone Temple Pilots di They Knew You Well, per non dire del rugginoso malanimo di Destroyer e Holes In Our Heads (tipo Jason Molina strattonato dai Crazy Horse). Paradossalmente, questo disco che svela aspetti inediti di Sparhawk, sembra in realtà precedere tutta la sua produzione, un viaggio alla scoperta delle spinte propulsive del verbo slowcore, un risalire alla radice che frutta una generosa, potente immediatezza (di stampo Hüsker Dü in For Her Blood e in bilico tra Nick Cave e Dream Syndicate in Easy Prey).
Di più: sembra che non abbia mai fatto altro, e caspita se ne ha combinate di robe memorabili. Verrebbe da dire che le ugge viscerali e acidule di Kids - quasi un apocrifo younghiano - sono quello che gli (ci) auguriamo da oggi in poi. (7.1/10)

Filmato a più riprese durante il tour del 2007, questo film-documentario firmato dall’olandese David Kleijwegt ci guida per mano all’interno della dimensione più intima di una delle band più intime in circolazione. Tutto incentrato sulla coppia Alan Sparhawk e Mimi Parker, You May Need A Murderer ce li mostra - a casa, a Duluth, e on the road, in veste di genitori felici, casalinghi indomiti, ferventi uomini di fede (entrambi mormoni praticanti) e, ovviamente, musicisti indie navigati. Alla lunga l’effetto predominante è quello da “filmino delle vacanze”, non fosse per i bei – ma purtroppo brevi – inserti di performance live, dedicate in prevalenza ai brani dell’ultimo Drums & Guns; dalle interviste esclusive (o meglio delle confessioni in flusso di coscienza di fronte alla camera, perlopiù in suggestivi ambienti familiari), emerge il pensiero di Alan sulla società contemporanea, sulla tanto odiata amministrazione U.S.A., sulla perdita della ragione, sul rapporto degli uomini d’oggi con la fede e Dio – tutti temi già esplorati nelle liriche delle canzoni più recenti. Data la natura originaria di special televisivo, la durata complessiva è di 70 minuti, a cui si aggiungono, solo in audio, 12 minuti circa (appropriamente titolati At Home With.. Low) di tracce acustiche peraltro già presenti nel film. In definitiva poca musica, qualche sbadiglio di troppo; nessun extra, né sottotitoli. Just for fans.