Wolf Parade, Sunset Rubdown, Frog Eyes, Swan Lake, Handsome Furs...


I Wolf Parade, che esordiscono su Sub Pop dopo un promettente Ep, vengono da Montreal, ma al piglio energico e teatralmente emozionale dei pluridecorati e pluriorchestrati compaesani Arcade Fire (il loro riferimento più ovvio) preferiscono un voluttuoso wave-pop, asciutto eppure sofisticato, rasposamente melodico eppur detonante.
Sorta di agresti pensatori della new wave cittadina, Dan Boeckner e soci ambiscono a una forma canzone mutuata dal folk ma appassionata e febbrile, basata su riff metronomici dove i giochi delle sovrapposizioni vedono, oltre alla strumentazione tipicamente rock, uno stuolo di piani, pianole, organi e organetti (a dare alla formula uno spiazzante svolazzo spacey c’è perfino un theremin). Se volete, dei Feelies sposati all’indie (dei ’90, nei dintorni dei Pixies), oppure dei Modern Lovers all’Irish pub nella più sincera, logorroica e romantica delle ubriacature.
Dall’iniziale You Are A Runner And I Am My Father's Son, marziale e sgraziata, alla più vivace Grounds For Divorce, a farla da padrone sono delle concitate marcette, un espediente che culmina nei tempi più corposamente rock di Fancy Claps e in quelli decisamente anthemici (alla Arcade Fire, appunto) di I'll Believe In Anything.
Del resto, come c’è il tempo per ballare (grazie anche ad alcuni degli accorgimenti di casa Franz Ferdinand) e urlare fuori dalla finestra (per merito dell’energia contagiosa del cantante), non mancano ballate come la cupa e pessimista Modern World (vicina a certi Violent Femmes), la strascicata e intossicata Same Ghost Every Night (come l’avrebbero gradita i Flaming Lips qualche anno fa) e la più classica e romantica di tutte, Dinner Bells (con quelle tastierine che fanno tanto Cure mid-’80). E se la carne al fuoco pare già sufficiente, sulle cadenze intermedie troviamo le inerpicate strategie pop di Shine A Light e This Heart's On Fire , nonché quelle più trasandatamente goliardiche di Dear Sons And Daughters Of Hungry Ghosts (in cui Boeckner pare fare il verso a Paul Banks).
Nessun dubbio: Apologies To The Queen Mary è un fiume in piena spasmodico e sentimentale, con un grande, grandissimo, pregio: quello di trasformare la disperazione in gioia incontrollata. Pazienza se manca quel singolo che li farà ricordare al primo ascolto, il messaggio è comunque arrivato. (6.7/10)

Il Canada è una realtà con cui ormai siamo ben abituati a fare i conti, tanto che la bandiera con la foglia d’acero è diventata una garanzia di qualità esattamente come quella a stellestrisce e la Union Jack. Cosa aspettarsi allora se musicisti provenienti da band indie apprezzate come Destroyer, New Pornographers, Wolf Parade, Sunset Rubdown e Frog Eyes uniscono le forze in un supergruppo? Se poi sul cd troviamo il marchio della Jagjaguwar, un pronostico negativo diventa ancora più improbabile. Troppo facile, direte voi. E intanto il progetto Swan Lake, mostro a tre teste che vede coinvolti Dan Bejar, Spencer Krug e Carey Mercer, è proprio quello che ci si aspetta dalla somma delle parti. E anche qualcos’altro. In Beast Moans (e qua l’accostamento agli Animal Collective viene, come dire, istintivo) ogni brano è un laboratorio sonoro, ogni melodia il punto di partenza da cui si sviluppano intuizioni eccentriche e apparentemente casuali; un’idea obliqua del pop che può ricordare Xiu Xiu e Parenthetical Girls, ma che ha comunque le radici ben piantate nel folk e nel songwriting, anche di stampo classico (Bowie su tutti).
Merito di Bejar, certo – chi ha apprezzato Rubies di Destroyer non potrà che gradire Widow’s Walk, lo scarabocchio Malkmus A Venue Called Rubella, o il barlume Robyn Hitchcock The Freedom - ma anche delle alchimie sonore che si vengono a creare di volta in volta, in un insieme pastoso e oscuro di sovraincisioni (chitarre, tastiere, elettronica analogica e non, percussioni, drum machine) - e freakerie assortite. Tanto che lo stesso discorso vale quando sono Krug e Mercer a prendere il comando: vedi le più convenzionali All Fires e Are You Swimming In Her Pools, ma anche il blob Tv On The Radio di Nubile Days e Petersburg, Liberty Theater, 1914 (che vedremmo bene intonata da Micah P Hinson), o il twist psicotico e sgraziato di The Partisan But He's Got To Know (Nick Cave in combutta con Panda Bear & Co). Indicazioni di massima, le nostre: perdersi in questo magma in fondo è piacevole, e forse è meglio gettar via la bussola per gustarsi ogni sfumatura, ogni cambio d’atmosfera. Chiamatelo freak-folk-pop, se volete una definizione.
L’impressione tuttavia è che rispetto ai recenti Grizzly Bear - per tirar fuori un nome - questi altri animali abbiano decisamente una marcia in più. Sapere che Swan Lake sarà un progetto autonomo – i tre hanno promesso alla label almeno un altro disco – diventa così una promessa per il futuro. Staremo a vedere. (7.2/10)

Nell’albero genealogico della grande famiglia indie canadese, gli Handsome Furs discendono direttamente dai Wolf Parade, essendo il side project del vocalist Dan Boeckner, qui in duo romantico/casalingo con la fidanzata Alexei Perry, anch’essa residente di Montreal. Plague Park è solo l’ultima tessera di un microcosmo musicale che abbraccia progetti grandi e piccoli, alcuni fortunati altri meno, ma ciascuno con il suo peso specifico e il suo carattere, al punto che è difficile che qualcosa proveniente da quelle parti passi inosservata.
In questo caso è la Sub Pop a scommettere sulle mutanti folk songs di Boeckner, spogliate dalla ricchezza del gruppo di provenienza e appena vestite di gelida elettronica al laptop e di interventi minimali (cortesia della compagna), in un costante e suggestivo contrasto fra caldo (il pathos bowiano del canto, i pieni accordi di acustica) e freddo (i tocchi di wurlitzer, le elettriche acute e aliene, i paesaggi lunari delle tastiere). A una scrittura spesso ispirata, nutrita in prevalenza dagli ’80 e dall’estetica post Kid A -a tratti diremmo post Funeral, a testimonianza della sopraggiunta importanza dei cugini Arcade Fire - , si accompagna inevitabile una certa monotonia nei suoni, dovuta ai raggiunti limiti espressivi dei due. Un peccato tanto prevedibile quanto veniale: Handsome Furs Hate This City, Dead+Rural e Sing! Captain sono una delizia per ogni fan indie rock che si rispetti.(6.8/10)



Mentre il collettivo Sunset Rubdown ha già pronto il terzo disco (Random Spirit Lover) previsto in autunno, questo secondo album, risalente all’anno scorso, viene ora distribuito nel nostro Paese. Che il Canada da qualche anno sia foriero di alcune delle più interessanti novità in circolazione non è un mistero per nessuno, e non fanno eccezione i Nostri, combo di Montreal facente capo essenzialmente al bulimico Spencer Krug (già nei Frog Eyes, negli Swan Lake, voce, tastiere e songwriter dei Wolf Parade). Sunset Rubdown è nato infatti come suo progetto solista e poi si è trasformato in gruppo vero e proprio. Di pop obliquo si tratta, volutamente stratificato e schizofrenicamente teso tra barocchismi e melodie sghembe, attitudine cazzona e dissonanze/assonanze. La versione meno rock-folk e più destrutturata dei Wolf Parade, per intendersi, con la voce e il songwriting del Nostro a far da collante. Ricorda alcuni degli esperimenti bowiani dalle parti di Station To Station/Scary Monsters in più di un’occasione (la dissonante evocativa Snakes Got A Leg III per esempio) e la versione dissociata degli Arcade Fire virati Bright Eyes (la marcetta valzerata di Swimming). Con la nervosa title track che avrebbe potuto scrivere il Jamie Stewart dei tempi che furono, e con la giusta attitudine di just for fun alla base di tutto. Krug ci piace soprattutto per questo. (7.1/10)
Ed ecco quindi il Nostro anche nei Frog Eyes. Il gruppo - oramai arrivato al sesto album - è in realtà la creatura del cantante /chitarrista Carey Mercer (presente a sua volta negli Swan Lake, ok gli intrecci sono infiniti…) e rispetto alle altre band collaterali della stessa scena, si distingue per un maggior tasso di psicoticità, per canzoni destrutturate e ricomposte in un muro melodico di chitarre, tastiere e batteria. Non fa eccezione questo Tears Of The Valedictorian, fatto di lunghe jam psych (Caravan Breakers... che richiama degli Arcade Fire in odore di California sixties), fulminanti calligrafie rock-punk (“Stokades”), schizzate cavalcate melodiche (Reform The Countryside), dissonanze alla Talking Heads (Evil Energy, The Ill Twin Of…) e perfino lullaby alla Barrett (The Policy Merchant, The Silver Bay). Non tutto è allo stesso livello, però, e nell’ultima parte del disco si avverte una certa ripetitività nella formula; peccato perché alcune intuizioni erano pregevoli. Anche qui come altrove di pop obliquo trattasi, con psichedelia e dissonanza a far da costanti, per un altro tassello del mosaico canadese. (6.3/10)

A pochi mesi dalla distribuzione italiana del secondo album (Shut Up I Am Dreaming, uscito in realtà l’anno scorso su Rough Trade), ecco ancora il combo di pop obliquo Sunset Rubdown, questa volta su Jagjaguwar. La storia degli intrecci in casa canadese è nota, e il deus ex-machina del gruppo, Spencer Krug, che come si sa, gravita in vari altri ensemble (Swan Lake, Wolf Parade…) apparecchia un altro strambo piatto all’insegna del melting pot, questa volta ponendo più del solito l’accento sul versante psych pop.
Pezzi dilatati e stratificati, con lunghe jam acide (Magic vs.Midas), crescendo alla Arcade Fire fiati e voce compresi (The Mending Of The Gown), marcette alla Bowie post-Ziggy in acido (Up On Your Leopard…), e tutta una serie di stramberie psych ora alla Barrett (The Courtesan Has Sung) ora elettrificate e rielaborate alla Beck e Mercury Rev (Stallion), con tutta l’esagerazione del caso (For The Pier…). Una deriva che, rispetto al precedente, li fa peccare in dispersione mancando di unitarietà; vengono ripetuti alcuni spunti e se lasciano indietro altri, come le svelte pop song destrutturate marchio di fabbrica. Peccato, perché Krug sembra crederci parecchio. (6.3/10)

Non è un Apologies To The Queen Mary (il loro esordio del 2005) parte seconda questo At Mount Zoomer. Come dichiarato di recente dal leader dei canadesi Wolf Parade Dan Boeckner, negli ultimi anni si sono dedicati a un periodo di sperimentazione, improvvisando in una chiesa di Montreal di proprietà degli amici Arcade Fire. Da questo lavoro di jam è venuto fuori l’album, come un asciugamento delle lunghe session fatte fino ad allora.
Del primo disco è rimasta di base la struttura power pop melodico/acida, per il resto si tratta di pezzi costruiti su stratificazioni composite. Ecco allora il funk pop saltellante alla XTC dell’opener Soldier’s Grin, una Making Plans For Nigel che poi rallenta nella parte centrale, inglobando strutture psych; le derivazioni folk contaminate con l’acid rock di Call It A Ritual; le contaminazioni kraut rock dalle parti dei primi Kraftwerk (Language City); i bassi scuri alla Interpol misti agli anthem Arcade Fire (California Dreamer, The Grey Estates); le misture melodiche Bowie tra 70’s e new wave (Fine Young Cannibals, An Animal In Your Care), fino alla lunga Kissing The Behive finale, che lambisce il prog rock più barocco e i Television più visionari nella lunga cavalcata centrale.
Un miscuglio che avrebbe potuto rovinare la freschezza e la leggerezza del gruppo sin qui conosciuto, miscuglio che invece si rivela ben amalgamato scurendo i toni della band, di cui ora aspetteremo altre evoluzioni. (7.0/10)