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Neurosis

di AA.VV.
I Neurosis sono un'entità multidimensionale che attraversa i generi musicali più estremi degli ultimi vent'anni proponendosi agli ascoltatori specifici di volta in volta come gruppo seminale, anomalia, pietra tombale. Impossibile definire la musica prodotta, sia per la sua continua evoluzione nell'arco di un ventennio, sia per la moltitudine di rimandi e influenze.
Foto: Neurosis

 

Cavalieri nella tempesta

di Paolo Grava

I Neurosis rimangono un enigma per i pasdaran dell'etichetta e della classificazione, mentre un suono assolutamente unico li rende riconoscibili al primo, doloroso, ascolto. La loro storia, iniziata a metà anni '80, si dipana nel periodo di maggior creatività nel campo della musica estrema, negli anni in cui in varie parti del mondo sperimentatori audaci e pazzi scatenati manipolano incoscientemente generi considerati in antitesi e altamente pericolosi. In Inghilterra Napalm Death e Carcass avviano la rivoluzione grindcore, in Scandinavia gruppi come Bathory e i loro seguaci si abbandonano al culto blasfemo denominato black metal, in Oriente grazie a gruppi come Zeni Geva e Boredoms il rumore viene coniugato secondo gli incomprensibili ma affascinanti ideogrammi japanoise; da una sponda all’altra dell’Atlantico nuove band gettano le basi dell’industrial contaminato, dalla Florida Death e Morbid Angel diffondono l’epidemia death metal, al CBGB'S i concerti noise e NYHC portano la violenza (non solo sonora) a livelli di guardia, Chicago è terrorizzata dagli eccessi maniacali di Steve Albini e John Brannon, gruppi come Earth, Melvins, Eyehategod traducono in maniera degenere il verbo sabbathiano.

C’è da perderci la testa, sembra che ovunque e in ogni campo musicale si inneschi una folle rincorsa alla ricerca del limite ultimo, senza paura, senza pregiudizi, senza pietà. I Neurosis partono dalla California, patria dei Black Flag e degli Slayer, alla ricerca del Sacro Graal dell’estremismo rock. Dopo un paio di album in sordina, si fa per dire, esplodono con Souls At Zero, dove sfondano le barriere residue tra i generi e rompono tabù inviolabili. La fusione eretica tra hardcore e metal, materia e antimateria rock, trova una delle rappresentazioni più credibili e più resistenti al logorio del tempo. Nel calderone vengono negli anni aggiunti samples di stampo industrial, viaggi lisergici, mantra tribali, oscuri ricami folk e blues, stratificazioni post rock, incubi dark ambient. Il tutto viene espresso dal vivo con l’ausilio di un impianto video che amplifica l’impatto sul pubblico. Through Silver In Blood li consacra a livello planetario senza scalfirne la credibilità underground, i Neurosis riescono a partecipare all’Ozzfest in compagnia di Pantera e Machine Head e scatenare un headbanging oceanico e poi gettarsi in progetti sperimentali come in Adaptations & Survival, disco dei Tribes Of Neurot, estensione avant del gruppo, basato sui suoni prodotti dagli insetti. Negli anni intraprendono interessanti progetti personali e fondano una propria label per mantenere il controllo sulle opere e a diffondere band affini, mentre i dischi del gruppo base rasentano sempre più la perfezione. La diminuizione progressiva dello scarto e l'effetto sorpresa tra un album e l'altro non intaccano la rispetto guadagnato negli anni, che ne fa uno dei gruppi più influenti degli ultimi decenni, forti di un'attitudine sperimentale e di una coerenza che pochi altri possono vantare in simili ambiti.

Nati a Oakland in piena era reaganiana come power-trio hardcore, Scott Kelly alla chitarra, Dave Edwardson al basso e Jason Roeder alla batteria si stabilizzano presto con l’ingresso di Steve Von Till, che affianca Kelly alla chitarra e contribuisce alla brutalità del cantato. Il primo disco, Pain Of Mind (Alchemy; 6.5/10), esce nel 1988 ma il riferimento potrebbe essere il 1984 orwelliano, i brani esplosivi passano in rassegna le varie forme di controllo e manipolazione dell’individuo e non risparmiano strali contro il conformismo (United Sheep), la guerra (Stalemate) e la religione cristiana (Life On Your Knees). Il suono è violentissimo, l’influenza di Black Flag e dell’hardcore europeo è evidente e, pur essendoci dei tentativi di superarne i classici stilemi con l’incipit di Reasons To Hidee con la strumentale Geneticide, niente lascia presagire gli sviluppi futuri.

Il passo successivo avviene con The Word As Law (Lookout, 1989; 7.0/10), uscito per la Lookout di Larry Livermore, specializzata in gruppi più melodici come Green Day e Operation Ivy. I Neurosis non si fanno certo influenzare dai compagni di stanza e innescano il primo cambiamento: la lunghezza dei brani raddoppia, il suono, pur rifacendosi all’hardcore, presenta inaspettate anomalie. Emblematiche in questo senso Blisters e To What End? che superano i sei minuti, durante i quali alle classiche invettive ad alta velocità si susseguono rallentamenti melvinsiani, aperture acustiche spettrali e ripartenze tribali, assoli hard-rock e code rumoriste.

Un lavoro considerato a posteriori di transizione, un’ecografia dell’embrione del futuro Neurosis-sound in cui la mostruosità dello stesso non è ancora del tutto riconoscibile. Le otto tracce sono pervase da un mood malsano e opprimente per riporta alle stagioni post-punk e non è un caso che nel 7”Empty (Allied, 1990) appaia la cover di Day Of The Lords dei Joy Division.

Passati all'Alternative Tentacles di Jello Biafra, portabandiera del rock americano non allineato, i Nostri salutano il nuovo decennio con uno degli album più sconvolgenti dell'epoca, Souls At Zero (Alternative Tentacles, 1992; 8.0/10). Più di un ascoltatore di fronte all’inizio a base di echi di campane e campioni vocali in sovrapposizione di To Crawl Under One's Skin, deve aver pensato a un caso di omonimia e aver maledetto il venditore. Il crescendo strumentale successivo, solenne e mesmerico, gli intrecci di tastiere e percussioni e pure il cantato, rabbioso e sofferente, non lasciano spazio a dubbi: siamo di fronte ai Neurosis vittime di una mutazione cronenberghiana che li ha resi aberranti e al tempo stesso sofisticati e imprevedibili.

La successiva Souls At Zero è catterizzata da una cadenza doom che si scioglie in spirali esoteriche, A Chronology For Survival, di poco sotto i dieci minuti, è un’odissea di una drammaticità insostenibile che si inabissa per esplodere, alterna vocalizzi ultrafiltrati e inumani a cori marziali (“Rise! Run! Feed! Ripen! Wound! Wither! Fall! Rise Again!”), sfocia in surreali giardini folk e precipita nei baratri senza fine dell’Ade sabbathiano. L’utilizzo di fiati e archi, l’innesto di samples, la trasformazione dei brani in suite rompe tabù inviolabili per la comunità hardcore. Di fatto diventa inutile parlare ancora di hardcore, siamo di fronte a un incrocio eretico tra Amon Düül, Chrome, Saint Vitus, Killing Joke e Discharge. Il cambiamento in atto ha toccato ogni aspetto della band, a partire dalla formazione, con l’ingresso di Simon McIlroy alle tastiere e campionatore e di Adam Kendall che si occupa della parte visuale delle esibizioni. I testi perdono ogni traccia di concretezza e di riferimenti politico-sociali, dal realismo punk si passa a un simbolismo drammatico che accentua il senso di angoscia durante l’ascolto. È come se lo sguardo rivolto verso la società venisse deviato verso l’alto (o verso il basso) in direzione di divinità oscure o catastrofi incombenti. In realtà è rivolto verso l'interno verso la psiche dell'individuo. Angoscia, dolore, disperazione, trovano in Souls At Zerouna delle più convincenti trasposizioni in musica mai realizzate.

Neurosis

La mutazione in atto non si arresta e con Enemy Of The Sun (Alternative Tentacles, 1993; 8.5/10) la band di Oakland sforna il suo album più infernale. Il largo uso di campioni e di effetti sposta ancora più il baricentro verso l’industrial music, il suono aumenta di potenza, Lost si apre con una meravigliosa citazione di The Sheltering Sky di Paul Bowles (via Bertolucci) che lascia poi spazio a cori spospesi spazzati via dall’arrivo di una pioggia di meteoriti ultra-metal-core. In Cold Ascending/Lexicon ampie dosi di noise pervadono l’aria, quasi dei detriti cosmici in sospensione, quello che esce dalle casse è un magma indecifrabile a base di suoni sintetici, feedbak e drumming schizofrenico. L’alternanza quiete-tempesta del disco precedente, che seguiva quasi un ciclo naturale/stagionale con tanto di avvisaglie e riflussi, viene alterata in turbini (apparentemente) caotici in cui galleggiano brandelli acustici, carcasse industrial e iceberg doom. Enemy Of The Sun è un viaggio a ritroso verso il brodo primordiale della musica estrema, verso il primitivismo rock, che si conclude con Cleanse, una cerimonia percussiva in lenta trance-formazione verso una radiazione di fondo sonica.

Segue un nuovo cambio di label a favore dell’emergente Relapse e un periodo di pausa dedicato a tour, collaborazioni e progetti paralleli, una pratica che nel tempo porterà alla formazione di Tribes Of Neurot, più che un side-project un alter ego sperimentale della band, un ensemble aperto ad altri artisti che negli anni interagirà spesso con il gruppo californiano. Through Silver In Blood (Relapse, 1996; 8.5/10) si apre in maniera percussiva, quasi a evidenziare un continuum con il Nemico del Sole. Con i dodici minuti del brano omonimo i Nostri sfoderano le armi migliori, dimostrando quanto ormai quello che suonano sia un genere musicale a parte, non catalogabile se non come Neurosis-sound. L’agghiacciante Locust Star con i cambi di ritmo e di umore, l’intersezione vocale tra Kelly e Von Till, rappresenta uno dei brani di maggior effetto del repertorio neurotico, definendone il paradigma. Strength Of Fates, un’insolita ballad cupa, e Aeon, con tanto di tastiere gotiche in apertura, richiamano chiaramente atmosfere decadenti. Al caos si sostituisce un certo ordine, la ferocia rimane immutata ma l’urgenza espressiva sembra essere incanalata maggiormente che in passato. Ormai la formazione cresciuta intorno ai membri originari si è trasformata in un ensemble dal numero variabile e di conseguenza i concerti assumono sempre più l'aspetto di performance multi-mediali in cui l'aspetto visuale si interfaccia alla perfezione con la potenza esecutiva. Difficile rimanere insensibili alle proiezioni, dalla reiterazione ossessiva del suicidio in diretta di Budd Dwyer all’uso psichedelico e subliminale di immagini e simboli.

Leggendario a questo proposito il tour europeo in compagnia degli Unsane, durante il quale le esibizioni terminano con una session indemoniata con le due band sul palco a riprendere Cleanse, un rituale sciamanico a base di tamburi, didgeridoo, tape-loop e feedback. Through Silver In Blood è il disco che sfonda definitivamente tra le schiere di metalheads in cerca di nuovi stimoli, la partecipazione all’Ozzfest del 1997 e i successivi articoli sulle riviste specializzate in musica pesante ne decreta il successo. Intanto i semi gettati iniziano a germogliare generando band che iniziano a ispirarsi, in maniera più o meno originale, ai cavalieri dell’apocalisse sonora. A questo punto i Nostri potrebbero amministrare la posizione raggiunta, continuando a sfornare dischi fotocopia, magari abbandonando l'attitudine sperimentale e virando decisamente verso gli accoglienti lidi metal.

Invece con Times Of Grace (Relapse, 1999, 7.5/10), prodotto da uno dei guru della musica rumorosa, Steve Albini, inizia una nuova trasformazione, le sfumature progressive virano decisamente verso il post-rock (End Of The Harvest) e l’ambient isolazionista (Exist), mentre nei momenti più muscolari le chitarre, forse per la complicità del produttore, prendono il sopravvento (Times of Grace). Brani come Away, uno dei brani più psichedelici mai registrato, rendende irriconoscibile il gruppo a chi non ne abbia seguito l’intera carriera. In poco più di dieci anni i Neurosis hanno cambiato pelle più volte, senza voltarsi indietro, dimostrando di saper fagocitare generi ingombranti senza rimanerne sopraffatti ma riuscendo ad assimilarli alla perfezione. Il desiderio di mantenere il controllo sui propri lavori, dimostrato dai numerosi cambi di label, e la necessità di diffondere senza limitazioni le opere dei vari progetti e dei gruppi affini, porta alla fondazione della Neurot Recording, che inaugura il catalogo con l’EP Sovereign (Relapse / Neurot, 2000, 6.5/10), che contiene quattro brani esclusi da Times Of Grace, tra cui spicca l'imponente An Offering.

A Sun That Never Sets (Relapse / Neurot, 2001, 7.0/10) che esce anche nella versione DVD curata dalla new entry Josh Graham, è un'opera maestosa in cui confluiscono le esperienze soliste, in particole si sente l’influenza dei dischi dark folk di Von Till in brani come The Tide e Stones From The Sky, dove veniamo trasportati in scenari agresti e surreali prima della consueta catastrofe e la decomposizione sonica finale. Per Falling Unknown si potrebbe parlare di blues del dopo-bomba da suonare seduti su una distesa di macerie, From Where Its Roots Run è un mantra per ciclopi a base di drumming ipnotico e rumori arcaici, con la voce intona una nenia inquietante, quasi un'evocazione malefica. Forse il primo disco in cui prende forma il sentore che l'evoluzione si stia per arrestare. Nonostante l’ottima qualità dei brani, sempre più articolati, la migliore produzione e le ormai consolidate capacità tecniche, si ha l’impressione che la vena ispirativa stia per esaurirsi. Nel frattempo escono due dischi live su Neurot (Live In Lyon e Live in Stockholm) e Neurosis & Jarboe (Neurot, 2003, 6.0/10), frutto della collaborazione con la ex-Swans, un’opera che potrebbe scuotere nuovamente le acque e innescare un nuovo tsunami creativo, ma si rivela un mezzo passo falso che non va al di là dell’esperimento inferiore alla produzione originale dei partecipanti. The Eye Of Every Storm (Neurot, 2004, 7.0/10), uscito l’anno successivo, continua la ricerca sull’asse folk apocalittico/post-rock con le consuete deflagrazioni improvvise. Left To Wander sembra portarci veramente al centro di un uragano, in un posto in cui l’aria è immobile e regna una pace bucolica e surreale, The Eye Of Every Storm potrebbe essere la degenerazione di un kraut trip andato a male. No River To Take Me Home si perde in un miraggio di chitarre desertiche, la sommessa Shelter aumenta il senso di insicurezza e di angoscia.

Per quanto siano stati i maggiori profeti di uno dei suoni più radicali di sempre, definito per comodità heavy mental o avant-metal, ormai i Neurosis non sono i soli depositari del verbo e gruppi come gli Isis ne insidiano la posizione dominante, mentre altri utilizzano formule totalmente nuove dimostrando quanto ci sia ancora da dire in fatto di musica estrema nel nuovo millennio.

Con Given To The Rising (Neurot, 2007, 6.5/10) la sensazione è che la parabola sia giunta al suo culmine, se non che sia già in fase discendente. Riff di piombo, rincorse chitarristiche vertiginose, urla strazianti, clangori noise, intermezzi acustici forgiati con cura e incastonati alla perfezione nella struttura del disco. Mancano però le novità che in passato hanno sbalordito l'ascoltatore ormai sicuro di conoscere la materia trattata e sconvolto il neofita, quelle intuzioni geniali e tremende che hanno fatto loro perdere l'equilibrio o la ragione. La band californiana, il cui nucleo originario suona insieme da più di un ventennio, continua comunque a sfornare dischi decisamente più interessanti rispetto a buona parte dei cloni che li circondano.

Il progressivo diradarsi delle esibizioni ne ha fortificato la fama leggendaria, ponendola in testa alla lista dei desideri di molti appassionati, posizione giustificata in pieno da uno degli act più scioccanti sulla faccia del pianeta. L’unica cerimonia possibile prima dell’apocalisse.

  • Given To The Rising
  • Fear And Sickness
  • To The Wind
  • At The End Of The Road
  • Shadow
  • Hidden Faces
  • Water Is Not Enough
  • Distill (Watching The Swarm)
  • Nine
  • Origin

Given To The Rising (Neurot / Wide, maggio 2007)

di Paolo Grava

Prodotto da Steve Albini, Given To The Rising è il titolo dell'attesissimo ritorno dei Neurosis, uno dei nomi cardine del panorama della musica estrema. Una band, partita a metà degli anni '80 dall'hardcore radicale, ha subito continue mutazioni incamerando influenze molteplici, dal metal al folk apocalittico, dall'industrial al post-rock, e aumentando il numero dei componenti fino a diventare un ensemble multimediale.  Il disco si apre con un riff sabbathiano che non è proprio il massimo dell'originalità per una band abituata in passato a stupire dai primi secondi l'ascoltatore.

Fortunatamente il disco si evolve poi sprofondando l'ascoltatore nelle classiche atmosfere da incubo per poi esplodere in ciclopici crescendo chitarristici.Fear and Sickness sfodera colossi granitici frantumati da un finale noise dissonante e corrosivo.Il resto dell'album mostra le armi migliori dell'arsenale neurotico, To The Wind ci trasporta in un'odissea siderale di stampo Constellation, per poi catapultarci nell'occhio di un ciclone di riff taglienti e percussioni traumatiche, la quiete che segue è illusoria perché il brutale growl di Scott Kelly fa da rampa per una nuova discesa agli inferi.

Shadow e Nine sono intermezzi in puro stile Godflesh, in Hidden Faces il consueto crescendo trova sbocco in un'eruzione di bordate chitarristiche e cori infernali. La quiete di Origin si riallaccia alle atmosfere eteree degli progetti solisti di Steve Von Till e pare che il gruppo si congedi in punta di piedi, se non fosse per l'epilogo distruttivo.
L'impressione è che i Neurosis si stiano evolvendo in maniera asintotica, avvicinandosi sempre più alla perfezione, ma diminuendo progressivamente lo scarto e l'effetto sorpresa tra un album e l'altro. Siamo di fronte a una catastrofe sempre più devastante ma sempre più prevedibile. (6.5/10)

    Scott Kelly
  • The Ladder In My Blood
  • Figures
  • Saturn's Eye
  • The Searcher
  • Catholic Blood
  • In My World
  • Remember Me
    Steve Von Till
  • A Grave Is A Grim Horse
  • Clothes of Sand
  • The Acre
  • Willow Tree
  • Valley Of The Moon
  • The Spider Song
  • Looking For Dry Land
  • Western Son
  • Brigit's Cross
  • Promises
  • Gravity

Scott Kelly – The Wake (Neurot Recordings, maggio 2008)
Steve Von Till – A Grave Is A Grim Horse (Neurot Recordings, maggio 2008)

di Antonello Comunale

Non è un paese per vecchi e la fine è vicina, per questo abbiamo bisogno di qualcuno che ci spieghi che non ce la faremo, che nessuno uscirà vittorioso col destino. Ormai i cattivi profeti non esistono più, piegati nel peggiore dei casi alla metodica macchina del sistema (Nick l’impiegato, Tom l’attore). Chi davvero aveva le stimmate è giustamente morto (Cash). I giovani leoni hanno dimostrato di fare molta scena essendo sensibili al fascino indiscreto delle donne (Lanegan). Ormai i veri cantautori dell’apocalisse si contano sulle dita della mano: Woven Hand, Michael Gira e… Steve Von Till e Scott Kelly. Gente con una storia ben chiara scritta sul volto e una visione terribile che gli serpeggia tra le dita. I due Neurosis escono fuori dalla tranquilla (…) risacca della band e si gettano a peso morto sull’arida sabbia delle prove soliste. Ciascuno con il suo modo, la sua scrittura, il suo piglio, le sue parole, ma con la stessa voce affondata qualche km sotto il catrame polmonare di un miliardo di sigarette. Kelly è nudo e crudo. Senza appello. Lui, la chitarra e niente più. The Wake è un lavoro ostile nel suo minimalismo forzato e senza vie di fuga, ma spesso trova la giusta via melodica che evita a malapena di farci morire tutti asfissiati. Steve Von Till è al contrario molto più raffinato. Giunto al suo terzo disco solista, aggiusta il tiro, alleggerisce la forma per quel poco che gli è possibile e azzecca il disco giusto al momento giusto. Anche qui ci sono un paio di cover: un’aggraziata Clothes Of Sand di Nick Drake, la supermalinconica Willow Tree di Mickey Newberry, una strepitosa versione di The Spider Song di Townes Van Zandt e la strana Promises di Lyle Lovett. I brani autografi perfezionano quanto mostrato nel precedente lavoro, con tocchi Angels Of Light quando si incede lenti e grevi verso la sconfitta (A Grave Is A Grim Horse, The Acre, Western Son).

Dei due, Von Till è certamente quello più abile a porla sul piano della comunicazione e del dialogo con l’ascoltatore, anche per via dei preziosi arrangiamenti. In confronto a lui, Kelly è quasi un bluesman pre-war che si esprime con segni misteriosi e indecifrabili. Per entrambi un comune sentire, che sa di acredine e disfatta. Con una colonna sonora del genere quando vedrete qualcuno incappucciato, che barcolla sotto la pioggia, stringe una boccetta di Jack Daniels in una mano e infila l’altra sotto la giacca per prendere qualcosa… sappiate che non sta per prendere la bibbia e farvi una predica. Le prediche son finite. (7.5/10) a tutti e due, ma il disco di Von Till è sicuramente migliore.