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Introduzione
Critica
Webografia

Rollerball

di AA.VV.

 

 

 

  • Never Happy
  • Art Dries
  • Doc Nubbins
  • Ba
  • P.Mic
  • The Sky In L.A.
  • Bass Speaker
  • Doe Dar
  • Cds
  • Water In Barkt

Self Titled (Wallace / Audioglobe, novembre 2006)

di Stefano Pifferi

Rollerball, ovvero come l’immagine di copertina di un disco possa identificare la musica in esso contenuta.
Come le uova dipinte da oggetto del quotidiano divengono oggetti d’arte, lo stesso avviene con la musica del quintetto di Portland. Musica quotidiana, semplice che diviene però arte affascinante e coinvolgente al punto che ci si ritrova a rimettere il disco nel lettore appena giunto al termine. Quasi che questi cinque folletti americani – metà band rock e metà comunità freak isolazionista – avessero compiuto una magia, trattando il quotidiano da una angolazione differente fino a trasfigurarlo in vera e propria opera d’arte.
Così avviene con la loro musica. Altamente suggestiva, notturna e dal forte impatto visivo, richiede all’ascoltatore l’abbandono, prerogativa fondamentale per seguire quello che sembra essere un flusso di coscienza su pentagramma. Già l’iniziale Never Happy si delinea in questo senso: un mantra notturno e circolare, al tempo stesso desertico ed urbano, che fa il paio con la superba ballata soul-oriented Art Dries.
Le sorprese non finiscono qui, poiché la peculiarità del quintetto è quella di essere continuamente borderline tra forma-canzone e destrutturazione free. Prendono così senso associazioni apparentemente incongruenti di fiati e devianze elettroniche, stralci di improvvisazione e melodie wyattiane (Bass Speaker), bozzetti di folk apocalittico (Doe Dar) e ipnotiche marcette post-moderne (Cds), movenze da trip-hop allucinato e glabro (Ba) e distorsioni acid-jazz (Doc Nubbins).
Le liquide dissolvenze jazzate della finale Water In Bark e il folk deviato e spagnoleggiante di The Sky In L.A. (ospiti il drumkit di Bruno Dorella, la viola di Christina Abati e il sax di Jacopo Andreini) fanno di quest’album l’ennesima perla di una carriera lontana dai riflettori.(7.0/10)

 

  • Cesena Sweat Pants
  • Tweaker Developes Like A Diamond
  • American Alcoholic
  • Duluth
  • Towel Boy Tent
  • Bitsey, I Need A Boss
  • Tim Whitmer
  • Simon
  • For Edie
  • Kevin Loves Snowmen
  • Terry's Theme
  • The Highersons
  • Karen C.
  • Taxidermy Eye
  • Twinkie Burrough

Rollerball - Ahura (Wallace / Audioglobe, maggio 2008)

di Stefano Solventi

Uno dei segreti meglio custoditi del rock americano bazzica spesso il Belpaese, al quale è legato da un cordone ombelicale artistico ed ambientale che volendo potete identificare in nomi quali Bruno Dorella e Stefania Pedretti, entrambi presenti tra i credits di questo Ahura, ennesima prova su lunga distanza dei Rollerball, se non andiamo errati la tredicesima in undici anni. A occhio e croce è pure la più melodica, pervasa com'è d'un romanticismo indolenzito ancorché ovviamente anarcoide, sostenuto da quel tipico piglio avant che ben si accorda con la fiera voce di Mae Starr.

Aspettatevi quindi d'incrociare costrutti dal fascino pensoso e dalla sinuosa tracotanza (l'avvolgente tensione di Simon e Cesena Sweat Pants), roba che sembra un impasto di 90 Days Man e Yo La Tengo, salvo poi svoltare nella tensione ghignante d'una Towel Boy Tent (la consueta prova canora da brividi firmata Pedretti), nella sciropposa circospezione wave-jazz d'una Kevin Loves Snowmen, nella processione ispida e fosca di Taxidermy Eye (liberi di sentirci qualcosa dei Morphine), nell'estro art-funk d'una American Alcoholic, nel dub androide di Tweaker Developes Like A Diamond, nel post-punk turgido e sparigliato di The Highersons, infine tra gli spasmi e le insidiose astrazioni di Twinkie Burrough che sembra aver appena finito di digerire Bristol e Chicago.

Il pianoforte detta spesso la direzione e il mood, le corde macinano catrame bollente e turbolenze ruvide, le ance sono ruvidi zampillanti diversivi, il drumming impressiona più per l'energia che sembra trattenere di quella che rilascia, quanto alla voce ho già detto: il resto è una parabola imprendibile e sinuosa tra psichedelie sparse, tra istanze arty scese a patti con certi intrighi atmosferici, un "qualcosa" che galleggia tra il post più arguto e disinvolto, le più succulente perorazioni mitteleuropee, la teatralità trascinante dei seventies e chissà cos'altro. Disco eccellente di una grandissima band che meriterebbe lo sdoganamento definitivo. (7.6/10)