Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

The Lights On... Samamidon

di Stefano Solventi
Predestinato ed enfant prodige con l'istinto delle frequentazioni nutritive e la flemmatica falcata a cavallo di tradizione e futuro. Ventisei anni di cui la metà passati a tessere una trama fitta d'incroci sorprendenti, in accelerazione esponenziale. L'ultima, quasi omonima incarnazione di Sam Amidon è un viaggio discreto ed esaltante nel cuore di un passato ancora vivo di futuro.

 

L'allampanata estrosità del genio

Samuel Amidon, classe ‘81 originario del Vermont, è uno di quelli che: ne sentiremo parlare. E parecchio. Figlio di musicisti (il padre e la madre portano avanti imperterriti e adorabili il progetto traditional folk The Amidons), l'estro versatile (oltre a suonare fiddle e chitarra, è cartoonist, videomaker e attore), voce ragguardevole e aspetto gracile/impudente che scomoda un’irrefrenabile empatia. Affinata la tecnica violinistica (tra gli esperti insegnanti, l’ex-Sun Ra Billy Bang, Mark Feldman e il maestro dell’improvvisazione Leroy Jenkins), debutta a soli tredici anni nel trio folk-world Popcorn Behavior, assieme al fratello Stefan (rampante batterista decenne) ed al coetaneo Thomas Bartlett, pianista di formazione classica, grande amico del violinista. La band licenzia tre album in tutto, prima di divenire un quartetto con l'ingresso del chitarrista e cantante Keith Murphy, ribattezzandosi per l’occasione Assembly, anche per marcare una nitida svolta avant folk.

Intanto Sam inizia a escogitare strategie proprie. Nel 2000 azzarda un Solo Fiddle il cui titolo dice tutto, mentre tre anni più tardi licenzia un Home Alone Inside My Head dove s'avventura nell'ineffabile territorio dei fields recordings intercalati di sperimentazioni elettroniche. Ma il passo decisivo coincide con il coinvolgimento nell'ensemble newyorkese degli Stars Like Fleas, formidabile dozzina (circa) di talenti dediti ad un palpitante neo-pop-jazz-psych. Il loro Sun Lights Down On The Fence (Præmedia, 2003) fa il botto presso i cultori dell'avant più inafferrabile, ma per Sam è solo un bel capitolo di un libro che s'ispessisce ad un ritmo formidabile. Risponde infatti alla chiamata del fido Bartlett per allestire il quintetto Doveman, il cui The Acrobat (Swim Slowly Records, 2005) diventa un piccolo caso tra i cultori del più trepido indie-folk. A questo punto per Sam gli eventi precipitano, si fatica a tenere il passo, a ricomporre la giusta sequenza.

Samamidon

Intanto occorre segnalare l’esperienza da attore in American Wake di Maureen Foley, film premiato alla Convention nazionale dei democratici, la cui soundtrack è affidata agli Assembly. Quindi, più o meno, potremmo ricostruire così: nel 2005 Bartlett raggiunge gli Stars Like Fleas in tour; nel 2006 gli Stars Like Fleas registrano il nuovo album in Islanda, avvalendosi dei servigi del musicista sperimentale australiano Ben Frost e dell'ormai lanciatissimo producer Valgeir Sigurðsson (Bjork, Sigur Ros, Múm e Will Oldham), per la cui etichetta Bedroom Company nel 2007 esce Speaks Volumes, debutto solista per il giovane compositore di classica e soundtrack Nico Muhly. Considerateli antefatti.

Per quel che ci riguarda, l'avvenimento decisivo è l'avvio del progetto Samamidon, da un'idea di Sam ormai in grado di spendere la faccia e giocare le proprie intenzioni/intuizioni fino in fondo. Ovvero, affrontare il repertorio tradizionale appalachiano alla luce di un neo folk allampanato, sghembo, trepidante come un Will Oldham giovane. Per confezionare il debutto But This Chicken Proved False Hearted (Birdwar Records, giugno 2007) chiama - indovinate un po'? – il solito Bartlett. Gli esiti sono ottimi: se Tribulation è l'emblema delle vibrazioni spettrali, del maldicuore senza tempo, a sorprendere è una “intrusa”, quella cover di Head Over Hills - pezzone pescato dal celeberrimo Songs From The Big Chair dei Tears For Fears – la cui spersa doglianza fa ripensare all'analogo trattamento inferto da M. Ward alla bowieana Let's Dance.

Neppure il tempo di digerire il party di presentazione del disco, che Sam si trova impegnato a sfornare il seguito. La location è l'Islanda. Il complice è Nico Muhly. La supervisione è di Sigurðsson. L'album è All Is Well (Bedroom Company). Quel che si dice un piccolo capolavoro. Tutto repertorio folk tradizionale, serafiche mestizie d'archi e discreti ricami elettrici/elettronici, un'interpretazione che ammicca sconfinata malinconia con flemma allampanata, col piglio da consumato performer però senza l'esausto bagaglio emotivo del performer consumato. Un colpo al cuore. Senza scordare che nel frattempo sono arrivati il suddetto nuovo Stars Like Fleas - The Ken Burns Effect (Talitres Records, settembre 2007) - ed il secondo capitolo di Doveman, With My Left Hand I Raise The Dead (Brassland Records, ottobre 2007). Ebbene, credo che di Sam Amidon sentiremo ancora parlare. E parecchio.

Copertina: ...
  • Sugar Baby
  • Little Johnny Brown
  • Saro
  • Wild Bill Jones
  • Wedding Dress
  • Fall On My Knees
  • Little Satchel
  • Death
  • Prodigal Son
  • All Is Well

 

All Is Well (Bedroom Company, 23 ottobre 2007 / Distribuzione 2008)

di Stefano Solventi

Opera seconda per l’entità Samamidon a pochi mesi dal debutto But This Chicken Proved False Hearted (Birdwar Records, giugno 2007). Se in quello coinvolgeva Doveman, alias Thomas Bartlett, suo amico d'infanzia, in questo All Is Well unisce le forze col compositore classico Nico Muhly ed il musicista electro-avant australiano Ben Frost, per quindi ricorrere ai servigi del celebre produttore Valgeir Sigurðsson (Bjork, Will Odlham, Cocorosie, Mùm...), nel cui studio islandese sono avvenute le incisioni. Il disco esce per i tipi di Bedroom Company - l’etichetta di Sigurðsson del cui roster fanno parte tutti i succitati – e prende le mosse dalla medesima idea che animava il predecessore.

Anche stavolta si tratta infatti di pezzi tradizionali del country folk americano riletti in chiave "moderna", ovvero stemperati in una calda trama elettroacustica che le tessiture orchestrali e altre discrete guarnizioni (le elettroniche, l'harmonium, il piano, il glockenspiel...) sbalzano su un piano di estatica trepidazione. Qualcosa che accade ora, qui. Che ci riguarda.

Volendolo individuare sulla cartina, le coordinate potrebbero essere Will Oldham (la fioca dolcezza di Sugar Baby), Red House Painters (la serafica Saro), Jason Molina (la solenne mestizia di O Death), addirittura Nick Drake (la flemma palpitante di Little Satchel). Ma quel che più conta è l'avvincente confezione dei pezzi, questo loro rivivere riaffiorando sotto la pelle asciutta della modernità, celebrando l'eterna valenza dei temi con una commovente mistura di mestizia e meraviglia, vedi gli stupendi germogli orchestrali in Wild Bill Jones e nella title track. Per certi versi, Samuel Tear ha contratto una malattia simile a quella dei The Books, in una variante certo più canonica ma non meno gravida di potenziali conseguenze. La prima: il folk è una pandemia mutante che non smette di fare vittime. (7.3/10)