Al rumore può non esserci mai fine, ma di sicuro c’è una storia dietro. Affrontiamo, indifesi e senza tappi per le orecchie, la baraonda rumorista dei Sightings, formazione chitarra-basso-batteria newyorkese, giunta, dopo quasi un doppio lustro di attività, al sesto album. Sotto la concisione delle loro parole e la produttività della loro musica, scopriamo come fare raffinate elucubrazioni all’interno di una segheria.
Al rumore non c’è mai fine, ma può esserci un inizio e una continuazione, prima che sfumi via nell’indistinto. Il primo avvistamento dei Sightings può essere ricondotto al passaggio di millennio, ma già da qualche anno prima – per la precisione dall’inizio del 1997 – un chitarrista di Brooklyn, Mark Morgan, e un batterista, Jonathan Lockie, si divertono a suonare delle jam insieme. Gli esiti sono ancora ingenui, il sacro fuoco del rumore concede loro solo il fumo; poco importa, perché ciò che è cogente è semmai trovare un bassista che porti a compimento la configurazione che hanno in mente. Per trovarlo, attaccano qualche volantino nei negozi di dischi di New York City. Certo, è successo anche a molti di noi, ma di fatto nel loro caso ha funzionato; è il gennaio del 1999 quando nascono ufficialmente i Sightings, qualche mese dopo aver conosciuto Richard Hoffman e il suo basso, cioè dopo aver scoperto in lui il terzo angolo del triangolo.
Un’altra differenza con il nostro mondo è che nel giro di qualche mese il trio riesce a esibirsi in qualche locale, producendo gli avvistamenti di cui sopra. È evidente fin da subito che la gravitazione dei Sightings avviene attorno alla trasposizione del concetto di caos in musica, anzi alla produzione senza mediazione intellettuale di un “caosmo” di impatto folgorante, ma debole se sezionato in sede d’analisi.

Frega nulla di tutto ciò? Se si trattasse semplicemente di un gruppo che alimenta una scena – la fantomatica scena noise newyorkese dei primi Duemila – basterebbe la loro presenza massiva; ma sono i tre protagonisti a capire, per primi, che i riff utilizzati sono banali, che il rumore copre delle insufficienze, che suonare insieme per andare verso un altrove vicinissimo è un obiettivo che trascende un mood cittadino. Semmai, la scena noise si sposterà in conseguenza alle loro decisioni.
Mark decide di utilizzare la sua voce – un lamento direttamente preso da un incrocio tra harsh-noise e No-Wave – come defibrillatore studiato del loro rumorismo, come tramite tra un’esplosione senza direzione e una cascata cacofonica – ma ragionata - verso una formula. Nel frattempo il gruppo fabbrica due cdr che non vedranno mai l’uscita ufficiale; nella seconda traccia del primo (ovviamente senza titolo) è proprio la parte vocale a definire un andamento al mostro, ma non c’è solo quello; una riflessione diventa piano piano lampante, e li accompagnerà fino alle ultime realizzazioni; la debosciatezza del frastuono e la tabula rasa della melodia ricordano, più che riferimenti strettamente interni al rock – almeno nella tradizione del classico trio chitarra-basso-batteria – la deriva disumana – ma umana, come un reportage spaventoso – dei Throbbing Gristle degli inizi, quando veramente nulla era concesso all’ indulgenza musicale.
Come Genesis e soci, urge creare con l’impatto sonoro deflagrante un ambiente d’insieme – questo, lo diciamo subito ma l’abbiamo già detto , in Through The Panama diventerà ancor più evidente. Il rumore dei Sightings sembra quasi descrittivo, non vuole distruggere ma avvolgere nella distruzione. Tutte queste chiacchiere valgono per il 7”untitled del 2000 (uscito per la Freedom From), per la cassetta Live dell’anno dopo (per la Spite statunitense), ma soprattutto per l’esordio ufficiale del trio, già frutto di uno spessore che, appunto, più che di appartenenti a una scena si confà a chi una scena la crea o la ricrea, la rivitalizza. Sightings (Load, 2002; 7.0/10) è proprio questo: un masso lanciato dal cavalcavia su un’autostrada già piena di altri massi, che risultano, dopo l’impatto, polverizzati.
Come spesso accade, ciò che più sorprende è la liberazione ancestrale – e quindi quasi primordiale – di una stratificazione di rumore così complessa. Cuckoo è un galoppo primitivista su un appaloosa fatto di MDMA; Two Thoughts è l’estrema sintesi della solita European Song dei VU, al massimo delle sue conseguenze; in Don West la chitarra sembra un forno ustionante che continuiamo a toccare non curandoci delle ustioni; il gioco è insomma già quello che renderà famosi – o meglio, ciò per cui sono spesso citati da chi li conosce – e cioè la dissimulazione della strumentazione utilizzata, la più classica come abbiamo già detto, ma la più stravolta, al conto dell’ascolto.
In realtà la struttura ritmica di molte canzoni fa pensare a una corsa impervia ma affrontata con mezzi mostruosi. Il valore ritmico degli strumenti sta sopra, anche nelle cadenze più lente, al loro dimensionamento fatto dai feedback. E siamo solo al primo capitolo, per il quale Adam Strohm, della rivista Fake Jazz, dice – con una felice espressione – essere fatto di “two parts brawn and one part brain” (due terzi muscoli, un terzo cervello).
Il 2002 non vede solo l’esordio dei Nostri, ma anche la loro seconda uscita (oltre che un altro intermezzo live, anche quello uscito solo come cdr, Live at Free 103.9 FM). Si chiama Michigan Haters (Psych-O-Path, 2002; 7.0/10) e ha una chitarra che chiama a rapporto due personaggi illustri, vale a dire Sumner Crane, che triturava la sei corde nei Mars. L’inviluppo di feedback di Brought A Grandfather Clock si interrompe solo per staffilate che ricordano la seconda produzione del gruppo di Cunningham e Crane, quella dopo No New York, per intenderci. Scavando ancora nel possibile passato di tanto frastuono, Cargo Embargo (di poco più di un minuto) sembra propendere per estreme putrescenze hardcore. La novità principale è forse proprio la variabilità dei brani – nella lunghezza e negli esiti, che da questo disco sarà sempre più stupefacente, dal momento che compare dentro uno strato costante di rumore. Chili Dog sposa l’atonalità chitarristica con una base ritmica paranoica, che mostra dallo spioncino i Liars di This Dust Makes That Mud, così come i Wolf Eyes e i Boredoms – ma il japanoise è accostamento possibile per molta produzione dei Sightings.
I Feel Like A Porche, che pure compariva nell’esordio, viene ripresa e dilatata in una tensione ancora maggiore; del resto, come dice lo stesso Mark, “le canzoni generalmente vengono fuori dalle nostre jam nella saletta prove” (ascoltate la batteria della splendida Guilty Of Wrecking e avrete una sensazione di aggiornamento all’harsch della “New Thing” free-jazz newyorkese); il che ci porta a una precisazione: i Sightings non hanno ancora uno studio, ma dovranno aspettare il magnificato Arrived In Gold per averne uno; i risultati si vedranno. Per ora è quasi un bene, che i tre suonino e registrino in uno spazio angusto (e ingiusto); dà ulteriore claustrofobia all’insieme, crea riverberi che miscelano ancora di più gli strumenti, eliminando la questione del leader; fanno intridere le pareti della forza del male, le abbigliano di distruzione prima di fermarsi e riflettere.
In ogni caso, nel 2003 arriva Absolutes (Load; 6.8/10), e le cose non cambiano granché. Anzi, forse sì, e qui sta una caratteristica importante dei Sightings. Se la personalità è sempre quella, sembra maggiorata l’attenzione ai particolari, i tempi batteristici trovano angolature che li fanno assomigliare sempre più a riff (Reduction) – e vale viceversa. Un motivo c’è: Lockie suona anche la batteria elettronica, che filtra con distorsioni ed effetti che lo avvicinano a un chitarrista. La dissimulazione si complica. Anna Mae Wong è una liberazione che non finisce più, anzi, che non avviene mai; è come nel videogame Doom, la chitarra spara e la batteria segna i momenti in cui il personaggio si muove, con costante – anzi, crescente – timore che la fine si avvicini. Bishops è la techno-detroit del noise; entra in testa e crea squilibri al cervelletto che qualcuno chiamerebbe passi di danza. È tempo di pensare a uno spazio più adatto di una piccola sala prove.
Urge ora una piccola pausa, un excursus dal baccanale, un breve e meritato riposo per i nostri lobi vibranti. Chiediamoci cosa direbbero i Sightings se gli chiedessimo di parlare di una supposta scena rumorista di NYC. Direbbero forse che non sanno a cosa vi riferite di preciso, e, comunque, che loro non si sentono parte di una scena noise di qualsiasi tipo o provenienza. Spostando la focale, minimizzerebbero sugli effetti, sulla New York di oggi, della No-Wave di quasi tre decenni or sono. Di più: parlando di New York limiterebbero l’importanza di viverci nel disagio di subire un costo della vita troppo alto. Se poi gli citassimo il motto “industrial music for industrial people”, memori delle invenzioni dei Throbbing Gristle, ci lascerebbero abbastanza attoniti ammettendo di non conoscere la musica industriale, specie quella europea.
Ecco, togliete il condizionale, perché queste domande le abbiamo rivolte direttamente a Mark Morgan, il quale ci ha risposto con qualche riga concisa. Si direbbe solipsismo, come atteggiamento. Eppure qualche amico c’è. Un esempio? I Blues Control, altra gente materica che tratta col rumore, nella fattispecie dopo averlo comprato barattandolo col blues, appunto. Un altro? Andrew W.K., musicista che dopo qualche anno sarebbe diventato produttore di un EP dei Wolf Eyes e – se avete letto la recensione di Through The Panama il mese scorso lo saprete già – dell’ultima fatica (del sudore deve esserci) proprio dei Sightings, data 2007.

Torniamo però a tre anni fa, alla comparsa del già menzionato Arrived In Gold (Load; 7.8/10). L’età dell’oro per loro sembra effettivamente arrivata, con lo studio, si diceva, ma anche con un riconoscimento che non li relega più a una zona oscurata da Lighting Bolt, No Neck Blues Band e soprattutto Black Dice. I punti in comune con questi ultimi, a essere sinceri, paiono crescere, il che non potrebbe che mantenerli nell’ombra rispetto alla formazione di Bjorn Copeland. Ma le diversità sono ben più sostanziose delle affinità.
L’elemento di continuità con la produzione precedente, ma che qui si risolve, nel classico punto di catastrofe, in un passaggio a un livello più alto, è l’analisi materica della percussività degli strumenti tradizionali del rock. Questa volta però, checché ne dica Mark, spaziano davvero in un bacino di musica malata molto ampio. In One Out Of Ten una parlata simil-Blixa Bargeld procede, prima di impazzire, su rottami fatti di tocchi di chitarra e addirittura su un pianoforte (suonato, come esordio della loro collaborazione, proprio da Andrew W.K.); Sugar Sediment ipnotizza con un riff da scala blue del basso e poi procede – mostrandoci i suoi ultimi sospiri - al suo sacrificio; Odds On è figlia diretta ancora degli Einstürzende Neubauten (complice il violino di Samara Lubelski dei Sonora Pine) – e suona strano che i tre non li conoscano, se davvero è così. Del resto c’è chi dice che è comune a molti filosofi statunitensi fare invenzioni concettuali strabilianti, ignorando loro che quelle invenzioni sono patrimonio dell’umanità da millenni.
Fatto sta che i Sightings non hanno bisogno di inventare nulla, ma di abbagliare, più che con avvistamenti, con presenze concrete, di cui non si vede l’inizio né la fine. Internal Compass è l’ennesimo (ma in tempi meno sospetti) anello di congiunzione tra i DNA e i (penultimi) Liars; e la finale lunga valchiria di Arrived In Gold, Arrived In Smoke è la definitiva fagocitazione del mondo che sta attorno al trio newyorkese, in primis di provenienza Chrome. Una solidissima conferma che li mette nuova luce e che, forse, li mette di fronte a uno statuto diverso, che ha oneri oltre che onori, specie in relazione al futuro.
Facile pensare che ora Mark e soci abbiano qualche difficoltà a dare un successore ad Arrived In Gold. Oppure, molto semplicemente, si sono messi a suonare dentro il loro studio, aspettando che la loro esperienza e una volontà non intaccata facessero da sole la scrematura delle nuove jam in attesa di emersione dai tre flagelli.
Vengono intanto segnalati in una recensione su Cleveland Scene – non si capisce bene in base a quale principio – come la band più pericolosa d’America. A chi scrive pare invece che l’impatto di questa musica serva da calmierante, se pensato come sfogo. Come un principio omeopatico ma preso a dosi massicce; ok, in questo caso si chiama doping, ma fa lo stesso. Sono comunque discorsi superficiali, anche se tentiamo di complicarli. Per la cronaca, abbiamo chiesto a Morgan se il rumore rende felici, alla lunga, ma, tristemente (per noi), non abbiamo avuto risposta. Il migliore riscontro dei Sightings è semmai la prosecuzione imperturbabile del loro fare; End Times (2006; Fusetron, 6.7/10) è proprio questo; anzi, rispetto ad Arrived In Gold torna qualche passo indietro; a sorpresa non accenna neanche un istante a continuare la limatura del suono che il disco dell’anno prima (seppure senza risultati distensivi per l’ascolto); sembra prestare meno attenzione ai particolari; produce il marasma e il fracasso forse più dirompente di tutta la loro carriera (The Brains You Were Born With), anche se non disdegna un ulteriore mimetismo gristleiano (Carry On).
Il movimento è doppio, la violenza con cui i tre triturano i loro strumenti sembra rivelare l’estrema resistenza alla stanchezza, come quando si accelera il più possibile in autostrada per fare in modo che la velocità ci salvi dai colpi di sonno che sentiamo in arrivo… In un altro verso, però, End Times può essere letto come il canto del cigno dei Sightings che furono, con la fisicalità del loro arsenale (esemplare, efficacissimo, il trattamento riservato da Hoffman al suo basso in All The Scams, alternativamente marziale e scosso da elettricità pura), prima di lasciare spazio alle scelte già intraprese con Arrived In Gold. L’ultima nudità, specie in previsione di un lavoro di produzione che si farà decisamente sentire.
L’ambiguità è parzialmente risolta dalla riflessione più ricca che ci ha regalato Mark Morgan: “Tutto quello che posso dire è che sebbene ogni tanto ci sentiamo frustrati dai nostri rispettivi strumenti, tutti e tre amiamo ancora le armi che abbiamo scelto”.
End Times è la definitiva dichiarazione d’amore bellico, ma, a ben guardare, anche la risolutiva tabula rasa che rende possibile un’ambientazione nuova, cupa, violenta, ma non necessariamente puntata come un mitra verso qualcosa; è il bulldozer che crea volume vuoto per l’arrivo di Through The Panama, cioè quel mondo nuovo dove non sarà poi tanto surreale sentire una canzone; dove ci sarà tutto lo spazio che vogliamo per una The Electrician, cover di Scott Walker, scelta dal gruppo solo perché una bella canzone e perché capace di far intravedere un loro intervento interessante.
In quel mondo avranno luogo di esprimersi gli stessi riferimenti che hanno animato, secondo la nostra lettura, tutti i dischi da Sightings a End Times, e qui sta un punto notevole: saranno debiti già pagati, assimilazioni già digerite e ora ricostruite su un humus già loro. Nella musica dei Sightings, adesso, ecco la conclusione, gli avvistamenti non sono loro là, ma noi qua.

Through The Panama si mangia, in un carnevale di rumore, tutte le chiacchiere fatte attorno ai Sightings, alla loro formazione basso-chitarra-batteria, alla loro tecnica di camuffamento degli strumenti, al supposto utilizzo di ausili elettronici. Quel che conta in questa manifestazione di disforia rumorista è l’impatto del risultato, la forza d’urto che sì, è fisica, ma non si radica nelle interiora, come spesso avviene, ma nel cervello.
Non c’è inquietudine, o oscuro scrutare il mondo – nonostante la voce di Mark Morgan ricordi, quando si sdoppia in un simil-duetto (A Rest), la depravazione vocale dei Christian Death. Non c’è neanche concettualismo puro, sebbene non manchino (Cloven Hoof), nei colpi di batteria di Jonathan Lockie, riferimenti tamburistici alle sinfonie di Branca; ma già ci avviciniamo. Incrociamo piuttosto i dati acquisiti con The Electrician , cover splendidamente integrata nientedimeno che di Scott Walker (formalmente comparsa in uscite dei Walker Brothers, ma la firma è solo sua); ascoltandola non ci siamo mai resi conto di quanto i Throbbing Gristle possano essere accostati con successo a una qualsiasi wave.Avviene quindi una dilatazione che costruisce – quasi fosse un ambiente (Degraded Hours) – l’universo industriale come sfondo, Einstürzende compresi (Certificate Of No Effect), ma non d’assalto, ma di orientamento della percezione – ancora una volta i TG sono vicini. Detto diversamente, e molto più semplicemente, si tratta di trucchi riusciti di produzione. Se nei dischi precedenti i Sightings cercavano di tirar fuori la maggiore dissimulazione possibile dall’interno del classico terzetto batteria, chitarra e basso, con l’uso estremo degli strumenti stessi (sostanzialmente in regime di lo-fi); ora il filtro significante è produttivo; non si stupirà dunque il lettore se gli viene confessato che il produttore di Through The Panama è tal Andrew W.K., scelta meditata, del giro Wolf Eyes.
Tutto ciò va detto tenendo conto di un fatto, ovvero che la sostanza qui c’è ed è molta. La finale Black Peter cavalca un tema batterico (batteristico, ma malato) in un modo molto simile alla drum machine dei Big Black, ma con staffilate di chitarra alla Arto Lindsay, con la follia di un derviscio che batte i piedi e fa la danza della pioggia di sangue. Insomma, troppi colpi da maestro in questo disco per lasciare indifferenti. Alla fine alzi la mano chi ritiene importante sapere se davvero qui dentro ci sono solo chitarra, batteria e basso. (7.5/10)