
Gli uomini di marketing, quelli cresciuti a pane e Kotler, hanno ben presente il ciclo di vita del prodotto. Il percorso di nascita, ascesa, consolidamento e decaduta che qualunque prodotto segue nel suo rapporto con il mercato. Sebbene una simile teoria sia oltremodo fredda e meccanica per essere applicata ad una cosa come la musica in generale e il rock in particolare, è difficile non vedere nell’excursus degli islandesi Sigur Rós, un percorso analogo.
Dalla psichedelia naive di Von, consumata tra pochi intimi di Reykjavik, all’incredibile ascesa nell’immaginario collettivo rock con Agaetis Byrjun, fino al consolidamento del disco senza titoli ( ); se avete seguito il discorso fino ad ora, probabilmente avrete intuito dove voglio arrivare: Takk… è il quarto capitolo della saga e dopo ripetuti ascolti si rivela come il meno riuscito.
Quando si ha un suono così particolare è sempre difficile proseguire di disco in disco. Da un lato c’è chi li vorrebbe perennemente uguali a se stessi, ibernati per sempre in uno stile subito riconoscibile, dall’altro lato la domanda di evoluzione è continuamente in agguato: Takk… scontenta entrambe le posizioni, chiudendosi in una esasperante autoindulgenza che non va in nessuna direzione. Un disco inconcludente, adagiato su stesso, sull’idea stessa dei Sigur Ros, che semmai li fa devolvere verso una pratica musicale molto più digeribile, ma dal sapore insipido e sciapito. Basti ascoltare Agaetis Byrjun e subito dopo Takk… per rendersi conto di come la trama sonora sia stata semplificata e scarnificata. Quello che li caratterizzava come una band particolarissima, capace di produrre momenti sonori estremamente ricercati, complessi e creativi, è scomparso, compensato da una produzione abbastanza classica, che appiattisce tutto e non lascia molto spazio all’inventiva.
Sul piano dei contenuti musicali non si lavora meglio e il terzo pezzo, Hoppipolla, ne è l’esemplificazione: una suite scialba e informe, infarcita di campanelli, tastiere e archi, che dà l’unica sensazione di essere buona per le festività natalizie. Il primo singolo Glosoli, sembrerebbe quasi un mezzo plagio dei Mùm se non fosse per il caratteristico modo di cantare di Jonsi, come sempre ermafroditico e farinelliano. Il resto del disco segue queste coordinate: da un lato brani più lunghi nello stile di Hoppipolla, come la estenuante Milanò (che non è una dedica, ma solo un’indicazione del posto dove il brano è stato suonato la prima volta) che si allunga inutilmente fino a toccare i dieci minuti; altri ancora si candidano a successivi singoli, come Saeglopur, con un vorticoso ritornello a base di chitarre riverberate e note gravi di piano (si grida vendetta al cielo per la dimenticanza in cui ancora versano gli Slowdive) e la bella, ma banale nell’evoluzione, Gong.
Ed è davvero tutto qui. Anche l’umore si adegua e rende grazie al successo. Dopo lo stupefatto e malinconico sinfonismo di Agaetis Byrjun e le cupe planate ambientali di ( ), l’Islanda si riscalda un po’ e si apre al mondo con il sorriso. Peccato che le premesse musicali non facciano sorridere più di tanto. (5.0/10)

Hvarf
Heim
Un punto dovrebbe essere ormai chiaro. I Sigur Ros hanno scritto pagine memorabili della storia della Musica. Proprio così, Musica. Senza distinzioni, ghetti, definizioni, generi. Ogni loro mossa viene seguita con attenzione persino dalla stampa generalista, che non a caso ne canta le gesta donando al gruppo islandese un’aria di sacralità che ormai hanno soltanto i Radiohead (essere accettati ed idolatrati ovunque, dall’intransigente indie che ormai considera le CocoRosie commerciali, al tamarro che per darsi un tono intellettuale ascolta Karma Police a tutto volume in macchina). Di loro si è detto di tutto. L’uso dell’islandese, il senso di mistero, l’hopelandish (la lingua inventata dai Sigur Ros) sono elementi che hanno certamente contribuito alla causa (essere la band più influente del tempo).
Hvarf-Heim è un doppio disco che accompagna Heima, il documentario dal vivo dei Sigur Ros contenente una serie di esibizioni live nei posti più suggestivi d’Islanda. Il contenuto dei CD non corrisponde a quello del DVD. Hvarf-Heim, infatti, è un lavoro per metà elettrico e per metà acustico, in cui il gruppo si cimenta con alcuni dei brani più rappresentativi del proprio repertorio più tre inediti (il prescindibile crescendo post rock di Salka, la piacevole coralità pop di Hljomalind e la solennità di I Gaer, che per la verità ripete un copione già sentito in tante altre canzoni sigurosiane). Alla fine questi due CD non rappresentano un acquisto indispensabile per chi già ha familiarità con la band islandese, dato che i brani sono molto simili alle versioni originali. Meglio allora considerare Hvarf-Heim come una sorta di bignami utile per chi vuole entrare per la prima volta in contratto con i Sigur Ros. Le emozioni in quel caso saranno assicurate. (7.0/10)

Parola chiave: Abbey Road. In realtà solo una canzone vi è stata incisa, il resto ha preso vita - previa la coproduzione di Flood - tra New York, Reykjavik e addirittura l’Havana, ma dei mitologici studi londinesi sembra pervasa tutta l'attuale idea pop dei Sigur Rós. Per farsi un'idea della strada percorsa dai fasti del secondo album, basti confrontare due mini suite come la vecchia Ny Battery e la nuova Festival: nella prima sbuffi di geyser e ululati di navi immani, nell'altra un viluppo angelico tra chiesastico e beachboysiano, da quel fascino sismico e brumoso all’attuale raffinata, eterea veemenza. L'enfasi orchestrale come un accidente calcolato sulla fragranza delle voci, delle corde, delle pelli. L'epifania del suono come parte del vivere stesso, l'atto della ripresa sonora come strumento anzi pelle del suono stesso, un suono-vita. Gioco giocato con le dinamiche vellutate e i timbri cremosi di archi (le fedeli Amina) e ottoni, su cui spandere un immaginario di ectoplasmi e perturbazioni elettroniche, retaggio di un antico esotismo ormai precipitato tra gli uomini e in un certo senso - oseremmo dire wendersianamente - bramoso di cielo.
Insomma, gli ex-oggetti misteriosi del pop-rock alternativo sono germogliati sul davanzale del mainstream, fiore sontuoso e fragile che accetta di confrontarsi con idiomi più potabili senza fingere disinvoltura anzi alludendo ad una sublime precarietà. Attori in un ruolo che non gli appartiene, investono di buon grado e senza mezze misure la loro calligrafia e la sensibilità estetica, giocandosela sul terreno dei Coldplay "enianizzati" riuscendo d'amblé a suonare più eniani di loro: sentite la densa impalpabilità di Góðan Daginn e di Suð Í Eyrum, quell'impeto di bambagia e le aureole luccicose, la melodia sobria ma avvolgente come un retrogusto U2 – quelli eniani, ça va sans dire - nella frugale e squillante Við Spilum Endalaust.
C'è anche una brezza tribal-freak che potremmo dire modaiola, soffia forte nel singolo Gobbledigook per poi riaffiorare in filigrana qui e là, ma sembra più che altro un espediente estemporaneo, funzionale al senso di progressiva, ineluttabile contrizione che percorre la scaletta. Cui corrisponde un sempre più intimo abbraccio melodico, come se i Sigur ti avvicinassero le labbra alle orecchie per sussurrati il loro infinito ronzio di consolazione. Se Ára Bátur - ecco il pezzo inciso ad Abbey Road in un solo take con un'orchestra di 70 elementi - ricalca il tipico schema delle loro mini-suite (una lunga dimessa pulsazione, una dolcissima mestizia che si espande sullo sfondo vaporoso, poi l'innesco del crescendo che in questo caso è un mantice d'archi, legni e ottoni tra il pastello ed il barocco), l'accoppiata Illgresi e Fljótavík rimandano al Corgan minimal crepuscolare di Adore, a sua volta debitore del Peter Hammill più quieto, mentre la conclusiva All Alright è un congedo mesto e malfermo che scomoda il Peter Gabriel di Wallflower nientemeno.
In conclusione, abbiamo questa band che è scesa sulla terra ma ancora soffre un magnifico complesso di alienazione. Una band molto ambiziosa ma discreta, romantica nel mescolare bizzarrie avant e languori demodé, pervicacemente aggrappata a un'idea pop che non smette di volersi vivida conseguenza e immaginifico lenitivo della realtà. (7.2/10)
La cornice è di quelle coi fiocchi: notte d'estate con stelle appese sopra il giardino dei Boboli, più o meno nel cuore di Firenze. Dove una folla nutrita siede attendendo gli islandesi col loro corredo di sogni epici, esotismo misterioso, angelica potenza, romanticismo fanciullesco e quant'altro. Nell'aria si respira curiosità e chi scrive ne mette un bel po' della propria, visto il cambiamento radicale di sound e poetica introdotto dall'ultima fatica Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust.
Gente precisa, gli islandesi: neanche il quarto d'ora di ritardo accademico che la serata ha inizio. Il tempo di smaltire un pizzico di sconcerto provocato dalla mise dei quattro (sorta di travestimento alla Village People minimali: il pianista in frac, il cantante coi peneri, il bassista tipo il Boss altezza Tunnel Of Love, il batterista in tenuta da regnante bislacco come una nostalgia The Tubes...) e subito abbiamo modo di accorgerci quanto il vecchio verbo Sigur male si stemperi col nuovo, come se gli idiomi non fossero sovrapponibili e a dire il vero lo sospettavamo. Alla fine, insomma, non stupisce se la scaletta caracolla con un certo affanno tra i fasti del passato e le più fresche trepidazioni, pescando quattro pezzi dal più recente lavoro, tre dall'epocale Ágætis Byrjun, ben cinque da Takk e uno ciascuno da Von, Heima e ().
Neppure mi sorprende l'entusiasmo con cui il pubblico accoglie i pezzi nuovi (soprattutto riguardo la coinvolgente Góðan Daginn), maggiore - che lo crediate o meno - di quello riservato a cavalli di battaglia quali Olsen Olsen o alla invero sempre stupenda Ný Batterí. Il punto è che i Sigur hanno voltato pagina, bisognerebbe accettare la cosa fino in fondo, in primis Jónsi e compagni. La loro partita si gioca ormai su un versante pop "alto", raffinato e frugale, come un fendente di fioretto portato alla vena scoperta tra la sobrietà del sound e certe doglianze melodiche semplici ma efficaci, fidando ora su uno splendido afflato cameristico e poi su trepidi minimi termini folk.
Una calligrafia evidentemente decantata dalle esperienze, dalla voglia di rinnovarsi partendo da se stessi. Tu chiamala se vuoi maturità, fatto è che le tattiche di accumulazione ed esplosione del passato (da Svefn-G-Englar a Sé Lest) suonano oggi come impetuosi peana adolescenziali, fatalmente foderati da un alone di "come eravamo" che un po' stona e a dirla tutta - ebbene sì - stanca. Per dire, sia le quattro Amiina con la loro parvenza di ninfe arboree che la candida brass-band (un bel miraggio felliniano dopo un trip oppiaceo nel cotton club) sembrano un bel po' a disagio quando attorno a loro monta la furia elettrica degli elementi, malgrado siano presenze davvero azzeccate anzi direi irrinunciabili tanto dal punto di vista scenico che sonoro (vedi che razza di festa imbastiscono con Gobbledigook).
Se vi pare il caso, potremmo eleggere questa scomoda situazione ad emblema di una crisi non del tutto risolta eppure fruttuosa, ovvero necessaria. Almeno per tutti quelli che si aspettano di avere a che fare per molto tempo ancora con una grande band chiamata Sigur Ròs.