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Steve Wynn

di Aa.VV.

 

 

 

 

 

Copertina: What I Did After My Band Broke Up / Visitation Rights (DBK Works / Goodfellas, 2005)

What I Did After My Band Broke Up / Visitation Rights (DBK Works / Goodfellas, 2005)

di ©2005 Pasquale Boffoli

Steve Wynn ha guidato per tutti gli anni ’80 la band senza dubbio più influente e carismatica del movimento a stelle e strisce neo-psichedelico Paisley Underground, i Dream Syndicate. La sua carriera solista è iniziata ad inizio ‘90 in provvidenziale coincidenza con lo scioglimento della band, alla fine degli ’80.

Wynn non ha fatto certo rimpiangere il gruppo-madre, sfornando per tutti gli anni ’90 ed a nuovo millennio iniziato (Static Transmission, 2003) una serie di opere piacevolissime, da Kerosene Man a Fluorescent, da Dazzing Display a My Midnight incidendo per etichette diverse (Rhino, Zero Hour, Glitterhouse) sino a quell’indiscusso capolavoro del 2001 che è il doppio desertico Here Come The Miracles (Blue Rose Records), una sorta di summa della sopraffina e sapida vena cantautorale maturata gradatamente nei dischi precedenti senza mai tralasciare l’eredità psichedelica dei Syndicate, pur se fatalmente stemperata in nuovi stilemi compositivi più accessibili. Influenzato da sempre vocalmente e nelle liriche da Lou Reed e Dylan e come chitarrista da Neil Young, Wynn è stato coadiuvato costantemente in questi anni da Chris Cacavas, ex tastierista dei Green On Red.

Tutto ciò rappresenta praticamente il contenuto del primo dischetto di questo What I Did After My Band Broke Up, succulento compendio (17 brani) del lavoro sodo compiuto dall’artista americano nell’ultimo decennio, trascorso anche in tours in giro per il mondo : pure in Italia ormai è di casa e molto popolare da tempo. Ma la vera sorpresa di questa doppia uscita per la DBK Works è il secondo cd, Visitation Rights, inciso in perfetta e magnifica solitudine con il fido Cacavas.

Vecchi brani come James River Incident, Drought, Anthem, Something To Remember Me By, Crawling Misanthropic Blues, Mandy Breakdown sono rivisitati, ma è più esatto dire ‘sublimati’ dai due con una sobrietà stentorea che ha del miracoloso. Mai come in questo caso la voce di Wynn sa provocare brividi: la sua proverbiale distaccata freddezza interpretativa si libra libera da impedimenti ritmici nel tempo e nello spazio; il limpido piano acustico, il mistico organo di Chris Cacavas sono partners discreti ma avvolgenti in queste rivisitazioni ispiratissime e trascendentali, letteralmente scese dal cielo per farci soffrire con la loro bellezza sconvolgente. Le più carismatiche? Nessun dubbio: Anthem, Drought, Mandy Breakdown, Follow Me, For All I Care. (7.0/10)

Copertina: Steve Wynn & the Miracle 3 - ...tick...tick...tick (Blue Rose, 2005)
  • Wired
  • Cindy, It was Always You
  • Freak Star
  • Killing Me
  • The Deep End
  • Turning Off The Tide
  • Bruises
  • Your Secret
  • Wild Mercury
  • All The Squares Go Home
  • No Tomorrow

Steve Wynn & The Miracle 3 - ...tick...tick...tick (Blue Rose / IRD, settembre 2005)

di Stefano Solventi

Non c’è molto da dire su questo nuovo disco di Steve Wynn. Davvero. E’ ormai assodato come l’ex Dream Syndicate sappia districarsi tra profondità e sbrigliatezza, sciorinare l’energia di un ventenne e la pensosità del quarantenne con una disinvoltura che non potresti definire altrimenti che rock. Quel rock essenziale e umorale (chitarre, batteria, piano, organo, qualche effetto sulla voce e nulla più) capace di fare liturgia e baccano, poesia e incendio. Quel rock che lui ama più che se stesso, o almeno più che la sua manifestazione fisica e mediatica (da sempre spiegazzato angelo wendersiano con l’inquietudine nascosta sottopelle).

Ecco, il programma di …tick…tick…tick (una bomba sul punto d’esplodere? E dove?) è una delle tante possibili realizzazioni pressoché perfette di questa “poetica”, visto con quale agilità si passi dal riffarama distorto di Wired alla fok ballad tesa e younghianamente indolenzita di Freak Star, dal country-psych scorbutico di Killing Me alle cupe ascendenze errebì di Your Secret. Come al solito, Wynn – accompagnato dagli ormai fidi Miracle 3 – non inventa nulla. Non un grammo di ciò che si sente rivela combinazioni inaudite. Di peculiare c’è Wynn stesso, la sua totale dedizione alla causa, la fiducia nel fatto che il rock possa scavalcare l’ostacolo, sbrecciare il non-detto. Così ci ritroviamo di a fronteggiare la lunga Deep End, sognante e dispersa come malinconia Flaming Lips (ma senza la loro sistematica disarticolazione/trasfigurazione), il piano e la lap steel a disegnare miraggi declinanti, la tradizione (il country folk) come base, supporto, presidio della visione ultraterrena Pink Floyd, ed ecco, ecco che ci trema dentro qualcosa.

Similmente avviene, seppure in diverso grado e intensità, con le sgroppate tra sincopi funk di Wild Mercury (che tra chitarre al vetriolo e sospensioni in punta di piano rimanda a certe sfuriate dell’ultimo Cave), col Tom Petty a go-go di Bruises, con quella Turning Off The Tide che è praticamente una Vampire Blues (Neil Young, On the beach, per quei due o tre a cui sfuggiva) riesumata da un bagno anfetaminico. In ognuna, amarezza e fatalismo vanno a braccetto in una giostra febbrile, affrontando le sterzate e sferzate della vita con beffardo savoir faire (la dolceagra Cindy , It Was Always You, il garage blues di All The Squares Go Home con due organi incendiari). Infine cercando e trovando compimento nella conclusiva No Tomorrow, nettamente divisa in due parti: la prima svelta dal cuore agro, tre assolo in contemporanea che s'intrecciano pungolando il nervo della questione, Steve che nell'ultima strofa si nevrastenizza bowianamente; la seconda più quieta apre ad una pacificazione/rassegnazione emotiva, dove paradossalmente il "no tomorrow" diventa additivo amorevole. Il finale ci lascia dunque questa contraddizione, questa speranza tigliosa. Pura essenza Wynn. (6.5/10)

  • Slovenian Rhapsody I
  • Punching Holes In The Sky
  • Manhattan Fault Line
  • Love Me Anyway
  • She Came
  • When We Talk About Forever
  • Annie & Me
  • Wait Until You Get To Know Me
  • Bring The Magic
  • God Doesn't Like It
  • Believe In Yourself
  • I Don't Deserve This
  • Slovenian Rhapsody II

Steve Wynn – Crossing Dragon Bridge (Blue Rose, aprile 2008)

di Stefano Solventi

Non prendetemi neanche in considerazione se pretendete che parli di Steve Wynn con distacco. Ok, qualora sfornasse un brutto disco non esiterei a scriverlo. Ma è giusto ribadire che per quest'uomo nutro un'ammirazione pressoché totale di cui le righe seguenti sono giocoforza intrise, quindi sappiatelo e affrontatele con le dovute precauzioni. Bene, detto ciò posso affermare senza indugio che il qui presente Crossing Dragon Bridge aggiunge legna nella caldaia dell'ammirazione, per i cosiddetti esiti artistici certo ma anche e soprattutto per il modo in cui è stato concepito e realizzato.

Steve ha infatti raggiunto Chris Eckman in Slovenia, dove Mr. Walkabouts da qualche anno risiede, rispondendo alla proposta di realizzare un album. E così l'ex-Dream Syndicate ha concesso le ferie ai Miracle3 e ha passato tre settimane a Ljubljana incidendo e a respirando l'aria di un altro mondo, portandosi dentro il mondo che sappiamo, lasciando sbocciare insomma queste tredici canzoni che si prendono carico della situazione, smorzano l'impeto rock impastandolo di spersa malinconia, stemperando fatamorgane western e inquietudine balcanica nelle chitarre mai sopra le righe, negli organi che tremolano acidi, nell'enfasi sfuggente degli archi. Con lo sguardo ad altezza d'uomo di chi ne ha viste abbastanza e con abbastanza cuore da alludere prospettive ben più lunghe di un semplice disco.

Manhattan Faultline è trepidazione carezzevole e insidiosa, When We Talk About Forever ammicca l'epica guitta di un Cohen, God Doesn't Like It medita modernità blues con esiti quasi Depeche Mode, Annie & Me è adrenalina Tom Petty altezza Full Moon Fever, She Came - scritta dal cantautore sloveno Tomaz Pengov - la soffice cuffia per i nostri pensieri indolenziti, Punching Holes In The Sky un ponte di tremolante angoscia folk-psych tra Floyd e Donovan, le Slovenian Rhapsody che aprono e chiudono il programma una marcia ebbra e solenne tra ugge morriconiane e tremori mitteleuropei.

Uno scarto netto rispetto all'elettricità burrascosa delle ultime notevoli prove. Ulteriore testimonianza della matura vitalità di un'artista definitivamente ritrovato. (7.3/10)