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Introduzione
Critica
Webografia

The Chap

di AA.VV.

 

 

 

 

 

  • Baby I'm Hurt'n
  • Woop Woop
  • Now Woel
  • Long Distance Lovin'
  • Woop
  • Auto Where To
  • The Premier At Last
  • Arizona
  • Arts Centre
  • I Am Oozing Emotion
  • Younger People
  • Clissold Park
  • Emerson Lake And Palmer

Ham (Lo Recordings , 20 giugno 2005)

di Antonello Comunale

Tenendo presente l’alluvione continua e incessante di nuove uscite discografiche, sarebbe un vero peccato lasciarsi sfuggire questo secondo disco dei Chap, soprattutto in virtù del fatto che Ham ha tutte le sue cose al posto giusto: arrangiamenti variegati, melodie frizzanti, umore divertito, citazionismo post moderno e una sciccosa supponenza che si manifesta in tutta la sua coolness già dalla tigre mascherata in copertina.

I quattro londinesi (Claire Hope, Johannes von Weizsäcker, Panos Ghikas and Keith Duncan) sono gli evidenti continuatori di una corposa tradizione, che partendo dai Beach Boys, e continuando con gruppi come Blur, Beta Band, Supergrass, ecc. ha lavorato sulle “good vibrations” della pop rock music, senza dimenticare il lato più riflessivo e melanconico, quindi senza diventare goliardici ed effimeri. Da parte loro, i quattro ci mettono gli ormai inevitabili ed enciclopedici riferimenti musicali. Uno stile che è un raffinato amalgama di tanti elementi passati, e che sballotta il disco da un estremo all’altro, sempre operando però su una base che è essenzialmente elettro rock.

Il tessuto elettronico non è mai invadente, le trame glitch mai fini a se stesse e sempre alla ricerca di un dialogo con le chitarre (Auto Where To, I Am Oozing Emotion), altre volte la ritmica è ironicamente dance (Woop Woop e Long Distance Loving) mentre non mancano i momenti più rock, dove pulsazioni elettro e chitarra distorta trasportano i Chap dalle parti degli El Guapo (Now Woel, Arts Centre). Il pregio maggiore del disco è proprio quello della varietà, il suo alternare momenti frenetici alla Talking Heads (Baby I'm Hurt'n) ad altri di languida ed accorata introspezione (Woop, The Premier At Last, Clissold Park). Il sipario si chiude con una presa in giro di Emerson Lake And Palmer, che è anche una manifestazione di intenti:

Modernisation is what we're about

Without warning you'll suddenly run out and cry

Goodbye (7.0/10)

  • They Have A Name
  • Fun And Interesting
  • Caution Me
  • Carlos Walter Wendy Stanley
  • Surgery
  • Take It In The Face
  • Ethnic Instrument
  • Proper Rock
  • The Health Of Nations
  • Wuss Wuss
  • I Saw Them

The Chap – Mega Breakfast (Lo, 19 maggio 2008)

di Gaspare Caliri

Gli inglesi azzeccano spesso la piacevolezza di ascolto; ma ciò che forse ancora più spesso li contraddistingue è la capacità di dissimulare con essa la perigliosità del proprio calcolo. Mega Breakfast, terzo album dei Chap, ci dà un’ennesima prova del fenomeno; e se i quattro londinesi fino al precedente (e un po’ meno prescindibile, a dire il vero) Ham ci convincevano più con le proprie armi variabili, ora lo fanno da arbitri, che ponderano le distanze scegliendosi due duellanti alla volta che si contendano lo scettro di riferimento. La scorza di questo ultimo lavoro sembra cioè di più facile fruizione del precedente, ma su questo va concentrata l’attenzione, non limitata.

È vero che in They Have A Name e soprattutto in Caution Me si avverte l’inserimento divertito e divertente di riff non troppo lontani dal math rock maturo e più autodivertito (vedi ultimi Don Caballero). Il terreno di elezione è però più spostato verso la fetta di musica che va da Hot Chip a El Guapo. Ci sono pure i Brainiac a sbocciare in Ethnic Instrument; e in sostanza è questa triade a eleggersi come papabile primo sfidante.

Sì perché dall’altro lato c’è Proper rock – ma anche Carlos Walter Wendy Stanley, e non solo per il passaggio di testimone delle due voci, una maschile, una femminile – che fa tesoro dei Fiery Furnaces; ma lo fa sottraendo loro l’esplicitazione dell’effetto cut-up, e quindi negando quell’aspetto che rende il duo spesso difficile da inserire in comparazioni. E fa effetto soprattutto vedere come lo sguardo, una volta posato sulle fornaci, non si stacchi più da loro, in modo anche retroattivo, come una lente attraverso cui filtrare Mega Breakfast. Il compostaggio virtuoso è comunque meno invasivo della materia di cui sono fatti Widow City e precedenti. Ci fa però capire che il legame tra i Brainiac (o gli Hot Chip, specie quando si fa ballare) e i Fiery non è impossibile, è solo un modo diverso di impostare un frullatore.

In conclusione, chi ha vinto? Un pareggio, siglato dalla ciliegina sulla torta, una citazione (I Saw Them) della tradizione di tutte le parti in causa, nella veste dei synth tardi Settanta dei Kraftwerk. E tutti se ne tornano a casa contenti. (7.2/10)