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Thomas Function

di Paolo Bassotti
Un gruppo dell’Alabama si cimenta nell’epico tentativo di far rivivere i suoni della New York del punk senza far sbadigliare gli ascoltatori. Il risultato è un sorprendente album figlio di Talking Heads, Modern Lovers e Violent Femmes, un successo al quale manca solo un pubblico di innamorati pazzi per essere un trionfo.

Gli occhi chiusi e la fine del mondo

di Paolo Bassotti

Mi trovo a casa d’amici. Due maniaci del rock, una coppia per la quale organizzare una vacanza equivale a trovare il modo di conciliare i My Bloody Valentine in concerto a Manchester con Morrissey a Londra. Arriva il momento in cui cerco di spiegare come mai negli ultimi giorni non ho fatto altro che ascoltare uno sconosciuto gruppo dell’Alabama chiamato Thomas Function. Il web non è d’aiuto. Non hanno un loro sito ufficiale e su quello della loro etichetta non vengono nemmeno nominati. Su Youtube ci sono pochi video, girati male da qualche spettatore di un loro concerto (palloni da spiaggia volano tra palco e pubblico, come in una versione da hard discount del circo lisergico dei Flaming Lips). A guardarli bene, questi spezzoni di infima qualità potrebbero essere rivelatori di molti segreti dei Function, del loro modo di lasciarsi andare sul palco, di scatenare la reazione del pubblico. Chissà che cosa c’è nel punto fisso all’orizzonte sul quale pare concentrarsi il cantante Joshua Macero? Ma per un primo ascolto ci vuole qualcosa che suoni più pulito, che permetta di apprezzare il lavoro di scrittura. Ripieghiamo sull’orrido Myspace. Parte una canzone e m’accorgo che sulle facce dei miei amici appare un “tutto qui?”

È inevitabile, perché una qualunque canzone dei Thomas Function nella sostanza non è niente di più di un’eco, eseguita con qualche sporadica variazione, dei suoni gloriosi del CBGB’s. Tutto qui. Praticamente quel che stanno cercando di fare metà delle band americane.

In primo piano c’è l’organo di Zach Jeffries, che subito fa venire in mente Jerry Harrison al lavoro sul divino debutto dei Modern Lovers o nell’epopea dei Talking Heads. Pure la voce strozzata e la chitarra di Joshua Macero rimandano a quel mondo lì, a Tom Verlaine o all’accoppiata Hell/Quine. E non chiedetevi come ci sia finita l’anima di New York ad Huntsville, oggi tutto è ovunque, sempre, perciò c’è tutto questo traffico. I Function propongono Rock’n’Roll da buskers all’anfetamina, frenetico pure quando il passo rallenta (siamo pur sempre in Alabama, mica a New York), come se riprendendo fiato si riuscisse a mettere meglio a fuoco la propria paranoia.

La sorpresa sta nel fatto che l’insieme funzioni alla grande, le canzoni siano forti, vive, e l’intero disco bruci di verità e necessità. È come tirare un sasso nel lago e fargli fare cinque rimbalzi. I Thomas Function sanno coniugare aggressività e umanità con destrezza degna del Gattamelata in battaglia.

L’altra somiglianza palese ci dà un indizio illuminante sulla natura della loro forza. Specialmente quando si lasciano contagiare dal country, dal blues, dalla voglia di una ballata, Macero e i suoi ricreano l’ingenuo ed entusiasta senso di scoperta dei primi Violent Femmes. La sensazione estremamente piacevole è che i Thomas Function non suonino vecchio rock’n’roll per essere alla moda, per ricreare scenari mitici e affascinanti, per fingere quello che l’età gli ha impedito di vivere (cfr. il plastico di New York scala 1:2 eseguito con dovizia di dettagli dagli Strokes di Is This It). Pare piuttosto di coglierli sul fatto mentre azzardano certe soluzioni per la prima volta, come ragazzini lasciati a casa con libero accesso all’armadietto dei liquori, come apprendisti stregoni che non temono di demolire il laboratorio alchemico del maestro. È naturale che il loro album di debutto si intitoli Celebration!. Nelle sue tredici canzoni si celebra una festa di rabbia e gioia, di furia e di giovinezza. Ascoltando Relentless Machines, ad esempio, è facile immaginarsi Macero che s’avvita e si divincola come un sufi con la faccia di David Byrne, ma nemmeno per un secondo si pensa a una clonazione, a una citazione (anche se magari Macero dorme con Fear Of Music sul comodino: viviamo in tempi dove alla consapevolezza non si sfugge); piuttosto si percepisce la grazia ottusa dei bambini che girano in tondo per stordirsi. Il primo album, uscito dopo qualche 45 su vinile, pone un sacco di questioni interessanti, alle quali solo il futuro saprà dare risposte. La natura stessa dei Thomas Function li condannerà a non potere crescere? Pensate al destino di Television, Violent Femmes, Modern Lovers: combattere sempre contro il proprio Big Bang. Come potrà mai essere un secondo album di questi ragazzi di Huntsville? Nel debutto c’è talmente tanta carne al fuoco da far sospettare un incendio, con relativa necessaria ricostruzione. Ma prima di porre la questione della reinvenzione c’è un problema più urgente: qualcuno ascolterà? Esiste ancora un pubblico per questa roba (ovvero per la musica rock’n’roll, tanto per definire “questa roba” con un termine desueto)? Perché la paradossale killer application dei Thomas Function sta nel fatto di non offrire niente altro che musica. Tutto qui, davvero.

  • Filthy Flowers
  • Can't Say No
  • Winter Gray
  • Conspiracy of Praise
  • Snake in the Grass
  • 2012 Blues
  • Relentless Machines
  • Sherman 's March
  • Swimming Through a Sea of Broken Glass
  • Lights Down Low
  • Long Walk
  • Peanut Butter & Paranoia Jam
  • Earthworms

Thomas Function – Celebration! (Alive, luglio 2008)

di Paolo Bassotti

Questi ragazzi dell’Alabama esordiscono con un piccolo disco di classico rock’n’roll/punk alla newyorkese. Joshua Macero non s’atteggia a poeta – non è difficile immaginarlo accanto a Dante e Randall nel cast di Clerks III – eppure i suoi ululati sono degni di Jim Carroll e Richard Hell. Al suo fianco il gruppo tira che è una meraviglia, con Zach Jeffries che mette il marchio di fabbrica con un organo che pare comprato al garage sale di Jerry Harrison. Anche la produzione è da applausi, con suoni limpidi che non pregiudicano il calore e la spontaneità. La Celebration del titolo è il party del rock’n’roll e dei suoi fratelli. Si festeggia in brani come Relentless Machine, il capolavoro del disco, figlia della vorticosa Thank you For Sending Me An Angel dei Talking Heads, o come Sherman’s March e Peanut Butter & Paranoia Jam, che discendono dalla nobiltà di strada di See No Evil dei Television. C’è un poco di country che affiora a tratti, in tracce come Filthy Flowers o 2012 Blues (“corriamo con gli occhi chiusi/aspettando la fine del mondo”), e si incontra con piacere pure l’unione d’urgenza e pop dei migliori Violent Femmes (che belle Earthworms e Can’t Say No!). In Celebration! Ci sono gioia, rabbia, catarsi e frenesia, che si fanno musica senza doppi giochi. Proprio quello di cui abbiamo bisogno. (8.3/10)