
Nonostante siano indissolubilmente legati alla fine degli anni ’80, Wedding Present hanno superato indenni i venti e passa anni di carriera senza smarrire la freschezza. Saranno stati la parsimonia di sette dischi e l’alveo sicuro rappresentato da un culto solido, basato sulle canzoni e un look praticamente assente, però capace di far scuola oltreoceano. Li fai girare sullo stereo in sequenza, i loro dischi, e le canzoni ad alto tasso melodico dalla buccia un po’ ruvida, il rutilare scatenato ciononostante confessionale rimangono gli stessi. Come avere i Buzzcocks o J. Mascis disinfettati rispettivamente dagli ormoni e dall’indolenza, farli abitare sul pianerottolo accanto e rimembrare i giorni felici della cosiddetta “C86” generation, epitome di un pop britannico seriamente e meravigliosamente indie che non è più.
Cosa c’è di nuovo, allora, dall’ultimo Take Fountain vecchio ormai di tre stagioni? Steve Albini torna alla regia e le undici canzoni sono il frutto dei mesi trascorsi dal leader David Gedge a West Hollywood, per il resto segnaliamo con piacere la “solita” sfoglia sorridente poggiata su sferragliare chitarristico, ritmica rutilante e voce distrattamente sul filo della stonatura, vicina all’ascoltatore più di quanto sembri. Sono come sempre le composizioni a fare la differenza: frequenti dei territori conosciuti e il segreto e l’attrattiva stanno per l’appunto lì. Nei Dinosaur Jr. maturamente younghiani evocati in Palisades e Boo Boo, nella lamentela western tutta impennate The Trouble With Men, nel robusto discorso alla Model, Actress, Whatever…, nel jazz-pop che oggi diresti scozzese Swingers. Tanto per citarne alcuni che prevalgono sul resto, fatto di melodie incalzanti e spigoli armonizzati (menzione di merito per una Santa Ana Winds al crocevia tra Sonic Youth e Yo La Tengo impreziosita da un ritornello “british”) che è come andare in bici in discesa, senza pedalare. Il vento fischia tutto attorno e rischi di cadere ogni minuto: vuoi però mettere il brivido? (6.9/10)