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Introduzione
Critica
Webografia

Zutons

di Antonio Puglia
  • Harder and Harder
  • Dirty Rat
  • What\'s Your Problem
  • You Could Make The Four Walls Cry
  • Family Of Leeches
  • Don\'t Get Caught
  • Bumbag
  • Always Right Behind You
  • Put A Little Aside
  • Freak
  • Give Me A Reason
  • Little Red Door

Zutons – You Can Do Anything (Pias / Self, 11 luglio 2008)

di Antonio Puglia

Arriva per i liverpudlians quello che potrebbe essere il disco della consacrazione definitiva, dopo il multiplatino di Tired Of Hanging Around e il botto (pur se di riflesso) della loro Valerie, ripresa con enorme successo da Mark Ronson e Amy Winehouse. Ma aldilà di consensi ed allori – tutti made in UK, d’altronde –, You Can Do Anything è l’ennesima prova di come aldilà della Manica il rock possa anche fiorire lontano da entusiasmi modaioli o da bolse melensaggini britpoppesche. Difatti, il famigerato terzo album degli Zutons ha visto la luce nell’assolata Los Angeles, sotto la supervisione dell’esperto George Drakulias (Black Crowes), che ha investito ulteriormente di vibes positive il sound denso e multireferenziale del quintetto; ne esce fuori un pop rock vario, articolato, dinamico, stratificato, multiforme, revivalistico senza essere calligrafico, classico senza suonare eccessivamente rètro (come invece è successo di recente ai rivali di sempre, i Coral).

Il segreto della formula sta probabilmente in un’attitudine indie (leggi: aperta), riversata su un bel miscuglione di power pop, Motown, psichedelia, soul, folk e rock; vengono in mente Badfinger (Put A Little Aside), Supergrass (What’s Your Problem), gli immancabili Fab (dopo la benedizione di Sir Paul in persona e la partecipazione agli eventi legati a Liverpool ‘08, non poteva essere altrimenti), Stevie Wonder, Roxy Music, the Band, il pub rock di metà ’70 (Always Right Behind You). Tutti ingredienti ben dosati, senza mai strafare, con quella giusta dose di ironia (nei testi, nella veste sbarazzina del tutto) che aggiunge punti a un risultato di per sé ragguardevole.

Non è tutto oro quello che luce – fosse tutto all’altezza di Little Red Door, chiusura da groppo in gola, saremmo di fronte a un piccolo capolavoro del genere -, ma se anche solo la metà del brit rock attuale avesse l’onestà e la freschezza di questo disco, ci sarebbe solo da guadagnare. (7.0/10)