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Introduzione
Critica
Webografia

Al Green

di aavv

 

 

Copertina: ...
  • Lay It Down
  •  Just For Me
  •  You've Got The Love I Need
  •  No One Like You
  •  What More Do You Want From Me
  •  Take Your Time
  •  Too Much
  •  Stay With Me (By The Sea)
  •  All I Need
  •  I'm Wild About You
  •  Standing In The Rain

Lay It Down (Blue Note / EMI, 27 maggio 2008)

di Paolo Bassotti

Il nuovo disco di Al Green - a tre anni da Everything's OK - è di un'ovvietà incredibile. Ed è ovviamente bello. Ti precipita nella caligine sciropposa del soul nella cuspide tra sessanta e settanta, sogno memphisiano di realizzazione esistenziale e sentimento sublimato alla corporalità, una rivoluzione annunciata dalle voci incredibili dei Thomas, dei Pickett, dei Floyd, cui quella di Green si accodò divenendone incontestabilmente sorella.

Ma Lay It Down è in tutto e per tutto un disco del presente, concepito assieme ad Ahmir "?uestlove" Thompson, batterista dei The Roots, e dal produttore inglese James Poyser (già al lavoro tra gli altri con Erykah Badu, Lauryn Hill, Macy Gray e Queen Latifah). L’amore per quelle sonorità è condizione necessaria e sufficiente affinché ne escano timbri caldi e flessuosi, dinamiche felpate, trame vivaci su cui Green ricama il tipico falsetto disarmante, con la setosa baldanza di sempre.

Tre protagonisti del nuovo soul arrivano a rendere omaggio, dimostrando d'aver capito bene la lezione: una trepida Corinne Bailey Rae nella deferente Take Your Time, il frondoso Anthony Hamilton in una turgida e acidula You've Got The Love I Need, il fin troppo celebrato John Legend nel caracollare madreperlaceo di Stay With Me (By The Sea). Il caro Reverendo li accoglie senza alcuna boria, duetta con una disponibilità ed un entusiasmo rari, anche se a dire il vero si fa preferire quando conduce il timone da solo, come in No One Like You - tanto prevedibile quanto ammaliante - o in quella Too Much dove taglia a fette certe brumose evanescenze del cuore.

Wath more do you want from me è il titolo di un pezzo ma anche una domanda e assieme la risposta: oggi che il soul continua a ritagliarsi un ruolo importante sul fronte della pop-music (sia bianca che nera), ad Al Green chiediamo d'indicarci l'ingrediente fondamentale affinché ne esca musica viva e vera e non l'avatar di qualcos'altro. Attorno a lui tutto sembra compiersi con una certa facilità, ma il difficile sta proprio nel fare in modo che ogni chitarra, organo e fremito d'archi sciorini un discorso organico, caldo, mai fine a se stesso e soprattutto sincero. Perché per il soul la genuinità - concetto ormai remoto, non riproducibile artificialmente - continua a essere l'imprescindibile anello di una catena ancora in grado di sgranare splendide emozioni. E scusate l'ovvietà. (6.9/10)