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Introduzione
Critica
Webografia

Alexander Tucker

di AA. VV.
Finito nelle secche del post-rock assieme agli Unhome (malgrado la corroborante frequentazione con David Pajo). Avvistato come membro aggiunto dei Jackie-O-Motherfucker. Multistrumentista, cantante, sperimentatore senza terra sotto ai piedi né appigli né - forse - confini. Salvo una psichedelia ronzante, densa, cupa, instabile, profondamente ingenua. Loner ineffabile e inafferrabile, come altri inglesi prima di lui. Alexander Tucker, se vi pare.

 

 

 

Alexander Tucker 2006 (Photo: Rhona Clews)

  • Hag Stones
  • Old Fog
  • The Patron Saint of Troubled Men
  • Phantom Rings
  • Alhadeff Music
  • Of Late
  • Welsh Harp
  • Hand of Reign
  • Sung Into Your Brightening Skull

Old Fog (ATP / Goodfellas, 2005)

di Stefano Solventi

A descriverlo, si rischia di sbandierare la solita ampollosità da recensore compiaciuto. Però non resisto, è più forte di me, quindi procedo: Old Fog di Alexander Tucker – già nei post rockers Unhome nonché collaboratore di Papa M e autore di un album acustico prodotto da Tom Greenwood dei Jackie-O-Motherfucker - sembra il prodotto di un algoritmo che ha avuto quali input certo maldicuore Black Heart Procession, le marmoree rarefazioni di Antony e il sogno polveroso di Devendra Banhart. Questo almeno per quanto concerne le sue manifestazioni folk-psych, dall’iniziale Hag Stones alla solenne liquorosità di The Patron Saint of Troubled Men, dagli esiti sublimi e sornioni di Of Late (nella cui lunga introduzione s’incontrano spezie acidule e falò nella prateria) al cupio dissolvi della conclusiva Sung Into Your Brightening Skull (che pure parte irrorata di suggestioni irlandesi). Poi c’è l’altra faccia di questo strano personaggio, quella che imbastisce quadretti bucolici tra lo spettrale ed il free (vedi le corde che friniscono e belano, i tonfi delle percussioni, gocce di vibrafono e spennellate di dittafono in Alhadeff Music), conturbanti giapponeserie (il breve intermezzo di Welsh Harp, non lontano da certi The Books), fatamorgane in bilico tra ipnosi e languore (quella Phantom Rings che tra muggiti atonali e riverberi caliginosi schiude una meditazione post-folk degna di certo Jim O’Rourke).

Quanto al primo aspetto, c’è da dire che tanta fede nelle possibilità della psichedelia primigenia, l’ostinazione con cui la si vuole ri-costruire e indurre, lasciano un po’ perplessi, quasi fosse più il frutto di un’ossessione privata che altro, oppure il rinculo esoterico di tanta troppo facile profusione lisergica d’oggidì. In quest’ultimo senso, è di sicuro meritevole l’esito pseudo-noise conseguito da Hand of Reign, denso brusio bianco che tra chitarre flangerizzate, percussioni e ululati va addirittura a rasentare l’art-psych inquieta dei Bardo Pond. Il secondo lato della questione è di sicuro più interessante, e in un certo senso obbliga a rivedere il giudizio sul primo, impegnato com’è a utilizzare il folk quale reperto da riarticolare, combinare, trasportare in ambiti diversi e diversi livelli di significato. Ovvero, in un ampio progetto di post-modernità. Che tuttavia non può non suonare un po’ in ritardo, alla luce di tutti i “post” che ci sono capitati negli ultimi anni. Il giudizio finale - l’avrete capito - non è positivo, ma non vi sarà neppure sfuggito quanto sia complesso e curioso questo signor Tucker. Che terremo d’occhio. (5.9/10)

  • You Are Many
  • Superherder
  • Spout of Light
  • Rotten Shade
  • Broken Dome
  • Saddest Summer
  • Pannemaker Doms

Furrowed Brow (ATP / Goodfellas, 4 dicembre 2006)

di Stefano Solventi

S'aggira imperterrito nella vecchia nebbia, Alexander Tucker. Ma non ditegli che è tutto un effetto speciale. Anche perché già lo sa. È un caso strano. Molto strano. Guardate le copertine dei suoi dischi, da lui stesso disegnate: non sono tra le più ingenue e inquietanti reminiscenze gothic-psych in circolazione? Ingenua inquietudine: ci siamo quasi. Occorre aggiungere: consapevole e beffardella. Già. C'è questo viluppo di sensazioni che accompagna l'ascolto di Furrowed Brow, il sospetto incessante che in questo wall of sound caliginoso, instabile, cangiante, fatto con gli arpeggi ipnotici di chitarre acustiche ed elettriche giustapposte (diluite, scombiccherate), di fuzz striscianti, di vibrafono scanzonato, di psichedelia astratta & astrusa in sella a bordoni d'organo attoniti e clarinetto sdrucciolevole, di vocalizzi come perorazioni da sacerdote hip(pie) hop e cori fantasma in un rituale anfetaminico, il sospetto insomma che in questo muro denso, versicolore e inafferrabile si nasconda una specie di scherzo.

Un bello scherzo: prendi le peregrinazioni folk-jazz di Tim Buckley, immaginati una versione atavica della Beta Band, cattura l'alienazione avanguardista di un Cage e l'esoterismo blues-folk di certi Led Zep, frulla il tutto col fosco noise dei Bardo Pond, l'ubriacatura lucida di Devendra Banhart e la disarticolazione bucolica degli Incredible String Band, magari con un piccolo aiuto (questa è vera) di  Stephan O'Malley dei drone-metal Sunn O))... No. Siamo seri. Tutto ciò è affascinante, deliziosamente anacronistico, forbitamente alieno. Ma non è possibile crederci davvero. Alexander - buon per lui - deve essersi divertito tantissimo a fare un disco cui non è possibile concedere molto credito. Perché tutto si ferma sulla soglia dello pseudo-qualcosa: pseudo-psichedelia, pseudo-avanguardia, pseudo-post-rock, pseudo-alt-folk. È l'ora di smetterla di specchiarsi di spalle, Mr. Tucker. Abbiamo capito che sei bravo con le scenografie. Ora vai con la sostanza. (5.9/10)

  • Poltergeists Grazing
  • Veins To The Sky
  • Omnibaron
  • Husks
  • Bell Jars
  • Energy For Dead Plants
  • Another World
  • Here

Portal (ATP / Goodfellas, 9 giugno 2008)

di Francesca Marongiu

Alexander Tucker è uno che aveva le idee chiare già nel 2005. In Old Fog le polveri secche e aspre del prewar folk si appiccicavano alle corde del banjo, accompagnandole in una ricerca sonora dove lo schema delle “eventuali” canzoni rimaneva in secondo piano e sostanzialmente free. Di lì ad oggi la formula non ha subito particolari variazioni, benché il suono si sia evoluto, inglobando le  suggestioni più disparate, dal minimalismo di Terry Riley alle derive post-metal dei Neurosis, passando per il sempreverde John Fahey, il cui singolare  finger picking ha rappresentato, in tempi non sospetti, una vera folgorazione per il Nostro.
Portal non esce dal seminato, e la reiterazione di pattern vocali (che risiedono più o meno sulla stessa tonalità da ben tre dischi!) come l' ossessione per  loop, feedback e drones  sempre più ricercati (ascoltate il singolo Veins To The Sky) rimangono il marchio di fabbrica di una musica che non fa alcunché per sconfessare le voci che circolano sul suo conto.
Ovviamente Tucker cammina lento, ma prosegue dritto per la propria meta; e quindi stavolta le escursioni ambientali si sono spinte oltre quelle del precedente disco (Furrowed Brow, 2006),  arricchendosi di suggestioni extraoccidentali (la bellissima Omnibaron), che devono forse qualcosa all'amica Fursaxa (esemplare, in tal senso, la cover di Rodeo In The Sky, purtroppo lasciata fuori dall' album, ma presente nell' ep Custom Made).
A conti fatti, Portal non è il disco che sancisce la consacrazione di Tucker nell'olimpo delle grandi personalità della sei corde freak e anarchica, nonostante nell'attuale panorama sia, insieme a Tom Carter e, a suo modo, Greg Weeks, tra le figure più significative.
E forse, rispetto a questi, è riuscito a creare un marchio di fabbrica, sin dal primo disco, merito che, ammetterete, non è da tutti. Il tassello mancante risiede probabilmente nel disinteresse nello sviluppare appieno le proprie intuizioni, e in una fedeltà a se stesso che a volte rasenta la cocciutaggine.

Per il resto si vuole bene ad Alexander Tucker, senza il quale oggi il doom folk sarebbe qualche passo indietro e la psichedelia orfana di una delle voci più "selvagge" del panorama contemporaneo. (7.0/10)