

Folle fibrillazione lunga undici tracce, undici proiettili corazzati
che prima sfondano poi rilasciano il veleno di unaccusa strisciante,
sarcasmo technicolor col mirino puntato sulla scintillante rovina
dell'occidente - sulla sua nevrastenica ipocrisia, sullincapacità di
stringere rapporti reali, di vivere come se fosse la vita - nell'era
delle tecnologie pervadenti, delle soffici iperpossibilità.
Ingrediente principe, il funky. Con frequenti eversioni soul e sapide voluttà blaxploitation: Nicotine & Gravy è in
tal senso un manifesto esplosivo, lasciuttezza ritmica che progressivamente
si anima di balenanti escrescenze (la pulsazione sempre più profonda
del basso, un piano, folate di tromba, scratch e ammennicoli sintetici) e la
melodia irretita da una giustapposizione di cori, frittura di corde ed archi
sussiegosi, fino agli allibenti arabeschi (!?) del finale.
E mentre siamo lì col tremito alle ginocchia a domandarci che cazzo
succede, parte il funky soul a manetta di Mixed Bizness che è tutto
uno sbocciare di ideuzze e colori e vocine e chitarrine guizzanti e ottoni
frenetici e collassi house insomma un prodigio, un brivido lungo e secco, una
lingua cacciata in bocca baciami stupido.
Qui niente è mai banale, dallumorismo che pervade lelectro
algida e slabbrata di Get Real Paid o lhouse cinematico di Hollywood
Freaks, dallelectroclash in nuce di Pressure Zone (in pratica
un glam riprocessato regolando i parametri da qualche parte tra T. Rex, Rolling
Stones e Depeche Mode) alla mestizia esilarante di Debra (non
fosse per il parodistico falsetto, sarebbe quel soul strappalacrime-e-mutande
che per scriverlo Lenny Kravitz darebbe tutta la collezione di gilet
laminati e occhialoni fumé).
Obbedisce alle leggi della straordinarietà anche lopening track Sexx
Laws, groove ad alta consistenza capace di mettere in gioco la ritmica
in frenetiche scorribande percussive, innestando a partire dal bridge un mandolino
malandrino intanto che la steel guitar palpita tra sbraitare di fiati e arzigogoli
sintetici.
Per non tacere poi lincredibile psych soul imbastito da Peaches & Cream,
in cui Prince sembra incontrarsi ad un crocicchio con Ry Cooder e
i Polvo (salvo poi sfibrarsi in un inciso gospel che sinfrange
su un bailamme fiatistico da purezza sentimentale). Cosa dire poi dellaccoppiata
theremin-vibrafono in Broken Twin? Mambo spigoloso come una bambola
assassina, come lo potrebbe partorire un Jon Spencer in paranoia technicolor
scomodando non so che fantasmi per soffiare in quellarmonica o spapereggiare
quei sax.
Ma davvero, vi dico, in pratica non cè in programma una canzone
debole, e Milk & Honey sta lì a dire: sono un gran fottuto
sbranaclassifiche, e allora? Dopodiché, come ogni traccia, inizia a
tendere trappole e prefigurare mille traiettorie, rivelando micro e macro citazioni
che vanno dai Ten Years After agli OMD, da Africa Bambaataa ai Kraftwerk,
da Marvin Gaye a Skip Spence, in un gioco che mentre plaude allevasione
pura sa essere multisfaccettato, complesso, persino stancante col suo intrigo
di ossessive sollecitazioni.
Infine, è impossibile non capitolare di fronte alla blandizie dolceagra
e beffarda di Beautiful Way, country venato dironia appeso a un
dialogo puntuto di chitarrine, attraversato da un luminoso bordone dorgano,
da una marpiona batteria soul e da una splendida Beth Orton addetta
al velluto dei cori, riservandoci in coda le ennesime, irreversibili stoccate
(un piano flemmatico, unarmonica da cuore a pezzi, una steel guitar che
impone profonde ditate nellanima).
Un disco così poteva farlo uscire solo un pazzo allultimo stadio
o un genio. Oppure a Beck, alla sua testa di marionetta sapiente mossa dai
fili di una follia mille volte più saggia della saggezza. (7.6/10)

Meravigliosamente autunnale ma con l'aria di cavarsela bene
in ogni stagione, sfoggio di monolitico equilibrio e sapiente
trama d'ispirazioni, ogni attimo di Sea Change sembra smarrirsi
nello iato tra vecchio e nuovo, nella segreta pena di coniugare
al futuro i modi e gli strumenti del passato. E viceversa.
Un disco che guarda al mondo (alle cose, al tempo) come da una barchetta in
mezzo al lago, le cui acque, si intuisce benissimo, sono radioattive. Aveva
ragione chi preconizzava un ritorno ai registri di Mutations,
ma solo in parte: quel senso del ludico e del meticciato stilistico (i valzerini
barocchi, le guasconerie tropicali, il blues storto) sembrano accantonati,
come del resto l'ironia.
Anche se forse, a veder bene, si è solo trasformata, sublimandosi nella
forma, annidandosi nella distensione levigata e quasi parodistica delle strutture
sonore. Stiamo parlando vieppiù di ballate, tutte piuttosto belle: ora
solenni inerzie folk, ora fumose stilizzazioni soul/R&B (vedi l'ottimo
omaggio gainsbourghiano di Paper Tiger), ora desolati languori futuristici
(la tremebonda Sunday Sun) oppure escrescenze di psych dissanguata.
Il brusio dellelettronica riempie gli interstizi come unangoscia
di futuro, rivelandosi col progredire degli ascolti il substrato essenziale,
il centro di gravità inconfessato del progetto. Pur nel calore del suono
suonato - la voce in primissimo piano, la compressione implosiva del drumming,
la densità delle corde e la nitidezza degli ammennicoli (il piano, la
slide, i campanellini
) - non ci abbandona mai un sottile retrogusto di
artificiosità, quasi fosse una ricostruzione virtuale basata su antichi
reperti genetici, un po come fanno i diafani alieni spielberghiani in AI.
Ma vediamoli, questi reperti: mestizie country rock come ne sfornerebbe
un desertico Ry Cooder (Side Of The Road), sorprendenti afflati
hip-prog vagamente Beta Band (Little
One), tagli melodici orizzontali e dispersi alla Red House Painters (End
Of The Day, It's All In Your Mind), il mantice accorato degli archi
come in certi Eels, il ciondolio chitarristico del Neil Young acustico
(specie nellamara tenerezza di Guess I'm Doing Fine e nell'iniziale The
Golden Age), l'opalescenza permeabile di Nick Drake (vedi la magnifica Round
The Bend, in cui peraltro balena il riflesso della Blue Melody buckleyana),
lepica raziocinante degli ultimi Air (Lonesome
Tears) e l'insidiosa evanescenza sintetica - come un'esplosione in fieri
- dei Radiohead periodo Ok Computer (produce
il disco, non a caso, un certo Nigel Godrich).
E cè il canto, naturalmente, perlopiù sintonizzato sulle
frequenze dimesse e allibite delle vecchie Static e Nobody's Fault
But My Own, come unultima irreversibile mutazione, lo stupore del
grado zero, rappreso nella più amara delle contemplazioni. Proprio come
quello sguardo, tra la danza dei colori, in copertina.
E un disco che - presumo - scontenterà i fan del primo Beck, abituati
a tutt'altre sterzate e (basse, altissime) definizioni: a meno che non abbiano
maturato nel frattempo il gusto per le rivoluzioni quiete, i subbugli sentimentali,
i ruggiti impalpabili della nostalgia. Senza fare cose sorprendenti, il giovane/vecchio
slacker sa ancora spiazzare. (7.2/10)

Per la prima volta Beck non sorprende: è questa la novità di
Guero, album-riassunto dall'ispirazione integra e dal brio ineluttabilmente
smorzato. É lopera di chi sa (che tu sai che lui
sa) che la mareggiata è finita e probabilmente non ce
ne sarà unaltra, anche se a battaglia finita ci
sono pur sempre queste conchiglie-canzoni
E tanto vale
raccoglierle, tanto vale fare un altro giro, finché il
motore gira, finché cè benzina.
Insomma, la spinta propulsiva è al lumicino, quindi il ragazzo dà prova
di saggezza dedicandosi a rigirare il fieno in cascina (bossanova, electro,
lo-fi, house, Portorico...), smerigliando i contorni di uno stile che è ormai
stereotipo. C'è da dire che sa farlo bene, con splendida ragion d'essere
per quanto rinunci a piantare paletti e pietre miliari, con quellintensità e
quella naturalezza che nessuno dei discepoli o presunti tali -
fatta eccezione per i primi Eels, sprazzi di Badly
Drawn Boy o Gomez -
ha saputo eguagliare.
Se accettiamo questa cornice, non rimane che considerare Guero per quello che è:
un buon disco, dove Beck fa proprio quell'icona-Beck che lo ha reso idolo/loser
generazionale, invitando a tornare dalle parti dei nineties un po come
fanno certi figuri incontrati di recente (Chemical
Brothers e AFX).
Un album, dunque, che se da un parte creerà un effetto amarcord per
i trentenni che hanno conosciuto il formidabile Hansen di Mellow Gold o
di Odelay, dall'altra dovrebbe farlo apprezzare - forse per la
prima volta - alla next generation classe '80 in virtù di quel caratteristico
avant-folk che è modalità stilistica ancora piuttosto attuale.
Ad onor del vero va detto che ci sono altri motivi dinteresse: risiedono
un po' nella scrittura (peraltro non paragonabile ai vertiginosi impasti tra
delirio e malinconia del passato) e un po' di più nel dominio della
materia, nell'abilità di far suonare complesse orchestrazioni semplici
e viceversa, nella capacità di mantenere vivo l'ascolto grazie ad un
sistematico depistaggio sonoro - i continui trapassi stilistici e i relativi
caleidoscopi temporali - senza mai perdere di vista la coerenza formale.
Questo spiega abbondantemente il ritorno dei vecchi collaboratori Dust Brothers (quelli
che stavano dietro a New Pollution, per intenderci) a coadiuvare tanto
nella scrittura quanto nella produzione di quasi tutte le tracce in programma.
Non deve essere stato facile tenere botta alla versatilità di Beck,
ma ce lhanno fatta e cè anche la loro firma in calce sia
in Que Onda Guero (house rap indolente e stradaiolo, il riffettino-icona
ossessivo come certe cosine Eminem) che in Missing (tropicalismo
e oriente, elettroniche arse e sparse, il mantice degli archi e la voce intorpidita),
in Rental Car (RnB che centrifuga una melodia pseudo-Cobain tra
electro-house sgangherata e pop-psych puntuta) e in Hell Yeah (funk
robotico e pulsante, tra Hancock e Beastie Boys, un corettino-aidoru,
la repentina apparizione di un'armonica graffiante).
Detto che gli appena citati Beastie Boys mettono lo zampino nello spartito
delliniziale E-Pro - con tutto il suo essere funkone chitarroso
e robotico - e che la tanto chiacchierata collaborazione con Jack White ha
partorito una gradevole ma non certo imprescindibile Go It Alone (sorta
di shuffle tumido col buon Jack relegato a macinare un basso cupo), le circostanze
che più impressionano sono la marcia stolida e visionaria di Scarecrow (che
tra corettini umorali, brandelli d'armonica e caligini sintetiche - sembra
una sorta di Stones inkrautiti) e un boogie in sordina chiamato Black
Tambourine (velato omaggio al Genio di Minneapolis, autore di una Tambourine contenuta
nel meraviglioso Around The World in A Day).
Citazione dobbligo anche per Earthquake Weather, outtake dichiarata
di Midnite Vultures (e si sente): trattasi di un brano tropicale
che si muove sinuoso e oppiaceo tra le foglie pennate delle palme e quelle
coriacee degli ulivi, con frastagliate presenze di sfondo un po come
dei Portishead con appresso un chitarrista latino-americano (tappeti
scratch, organetti vari, micro inserti orchestrali, shaker sintetizzati).
Ancor più incisiva risulta la freschezza di Girl, dove Beck infila dopo
una falsa partenza electro-RnB da far invidia agli Outkast (2 synth
analogici, una Roland 303 e uno giocattolo suonato come tale) un motivetto
a presa rapida per chitarra ritmica e battuta regolare, una slide guitar che
sembra piovuta da un saloon daltroquando e un chorus a mo' di frizzante
prodigio surf. In altre parole, semplicità e genio ritrovato, lapoteosi
del suono radiofonico con la primavera alle porte (al missaggio - guarda un
po - il signor Nigel Godrich
).
Prosciugata la penna nell'urgenza pittorica che ci ha fatto tracciare linee,
disegnare contorni, gettare colori e accostare stili, notiamo con un certo
scorno che non è facile trovare una chiave di lettura soddisfacente.
Prima del fenomeno musicale, è la cocciutaggine del personaggio-Beck
ad imporsi, il suo volersi riproporre come un insormontabile, irriducibile
se stesso.
Nelle ultime gocce di inchiostro sgorgano pertanto alcuni dubbi (o forse stupide
congetture): c'era bisogno dell'ennesimo rappetino sincopato di Hell Yeah?
L'attacco hard-blues di Broken Drum non somiglia troppo a quello di Devil's
Haircut? La spiaggia sulla cattedra di Earthquake Weather non è forse
troppo apparentata a quella di Tropicalia?
Se proprio dobbiamo tirare le fila, diremo che Mr. Hansen ha voluto annunciarci
la conseguita maturità dopo il dolore. Una maturità appannata
ma non ancora stanca. Un crescere che, come sosteneva il buon Waits,
non ti obbliga certo a diventare adulto. Forse è proprio Beck Hansen
a regalarci la migliore delle conclusioni possibili: "Something always
missing, always missing
" (6.8/10)

Beck è uno di quelli che il remix lo tiene d’occhio. Sa che aria tira nei sottoscala e non gli sfugge nulla, figuriamoci i trabiccoli a 8 bit… (Gettochip Malfunction Hell Yes); del resto Guero, Portorico e hip hop con piroetta, era un album da remix in nuce e il biondo, dopo due esitazioni a metà duemilacinque, ha cerchiato pollice e indice.
Ok. Via col remissaggio globale: nel frullatore oltre ai Boards Of Canada, Homelife, Islands, Octet, El-P, John King. Canzoni bastarde, caotiche, alcune skippabili, una bella da morire (certo, Broken Drum), una curiosa ma - che dico - inutile (la primavera di oboe di Qué Onda Guero rivisto dall’ex Unicorn Islands, la più complessa del lotto), una semplice (la versione tra marziale e delicato di Girl di Octet), un’altra - che noia - con i soliti archi pomposi (che delusione gli AIR synth pop di Heaven Hammer ( Missing)).
Per dire con le solite frasi fatte: con i consueti limiti del caso, Guerolito è un album di remix, e questi progetti, si sa, vanno presi con le dovute pinze. Andando oltre, la raccolta lascia un amaro in bocca particolare: non è un lavoro confezionato male, non troviamo grosse ingenuità da parte dei protagonisti, piuttosto porta con sé una sensazione vieppiù diffusa, di vacuità del segno e del simbolo. A caratterizzare Guerolito è l’inutilità dell’effetto speciale tra montagne russe synth-pop e hip hop transegnico; a tinger la carrozzeria, gli anni ’80 che ancora impazzano (ma che è ora metter nel cassetto). Insomma un laser show posticcio, un Goldfinger senza oro.
Old brotha Beck, what happened to you ? (5.0/10)

Dicesi "illusione lunare" un evento che si ripete ogni 18 anni. Accade che la luna, sorgendo, si presenta insolitamente bassa all'orizzonte. In ragione di ciò, per una legge ottica che non sono sicuro di aver ben capito - ma non mi stempierò certo per questo - il suo faccione cianotico appare enorme, o comunque più grande del consueto. Vedi quante cose s'imparano dai giornali radio? Chissà che non torni buono come cappello alla recensione del concerto di Beck, visto che - uh - Mr. Hansen suonerà proprio in questa sera di luna ipertrofica sotto le magiche stelle di Ferrara. Tuttavia, da qui a costruirci un qualsivoglia parallelo (romantico o esistenziale) ce ne passa, perché fin dal suo avventarsi sul palco vedi bene che il mingherlino è appunto quel che si dice un mingherlino, con la gracilità spigolosa di chi ha appena tolto un piede dalla fossa, lo sguardo un po’ vacuo un po’ indiavolato e soprattutto quella fisicità assieme stentorea e minacciosa da far invidia al Benigni dei bei tempi.
Quanto alla musica, invece, non c'è rischio di confondersi, perché è fin da subito chiaro che il compito d’incendiare il piano padano, casomai, toccherà ad altri: qui stasera c'è un obiettivo preciso, ed è fare festa, imbastire un happening di quintessenziale beckianità. Come ben suggerisce del resto l'iniziale Clap hands, sul cui propedeutico scorazzare gli astanti iniziano a scaldare i palmi come si deve (alla fine saranno incandescenti, i palmi e gli astanti).
La band: basso, chitarra, tastiere, batteria, più un cazzone di percussionista/ballerino che alla bisogna sbraita cori senza troppa arte né parte però ci mette impegno e ci fa la sua porca figura, insomma più che allo scellerato Fatur viene da pensare al ballerino dei Frankie Goes to Hollywood (uno slippino in latex a chi si ricorda il nome) o se preferite ad una versione speculare e bullesca di Beck stesso (ad esempio quando duellano l’un contro l’altro di banjo armati in Sexx laws). Si balla e si canta quindi, ben felici che il funk e la bossa e il soul e l'hip hop si sgranino annodandosi, scivolandosi dentro, mutandosi l'uno nell'altro e a momenti pure in qualcos'altro che dir m’è duro. Nel bel mezzo di questa sfarfallante quadratura d'intenti, Beck si muove come una perturbazione, interviene agitando un profilo minimo di canto e strali sonici, qualche scratch e un assolo sgangherato, mosse parsimoniose ma cariche di senso, decise cioè a sottolineare ulteriormente il mood della cosa: che vuole essere, ripeto, un teso, deciso, febbrile "divertiamoci". E ci riesce, porco cane. Non concede tregua, snocciolando un titolo dietro l'altro (quelli più caldi ci sono più o meno tutti, Guero e Odelay gli album più saccheggiati). Impressiona più d’ogni altra cosa la disinvoltura anzi la noncuranza con cui il signorino Hansen spende gemme quali Devil's haircut o New pollution o Hot wax o - naturalmente - Loser, due minuti e via, senza enfasi né sbrodolamenti, solo l'esplosione del proiettile, l'eco dell’impatto, l'odore dello sparo.
Non si segnalano particolari eclatanti dal punto di vista strettamente sonico, ad eccezione di una Round the bend inopinatamente trasfigurata in chiave world (!) e di una Minus che brucia punk rock come non mai.
Tutto va all’incirca come deve andare su questo convoglio ebbro, rapido e caracollante. Un party che tocca il primo paradossale apice nella parentesi unplugged, quando la band s'accomoda ad un desco improvvisato lasciando Beck solo con la sua acoustic guitar, salvo poi accompagnarlo tintinnando scodelle e bicchieri: spassoso e magico, è tutto così palesemente costruito eppure si fa accettare come fosse una schietta goliardata. L'apice n° 2 arriva col bis, quando un manipolo di fans viene chiamato a popolare di frenesia il palco per una versione fluviale (venti minuti, a spanna) di Mixed businness, la band en travestì (una tuta antiradiazioni) e il Nostro impegnato in un call and response senza sosta col pubblico, lo spirito di Sly Stone nel taschino, il sempre invidiabile svacco e il cappello immancabilmente sulle ventitré.
Due ore scarse che mi hanno coinvolto più di quanto mi aspettassi, al punto che quando mi sono ricordato di far caso alla luna galleggiava ormai alta nel cielo. Pazienza, diciotto anni passano presto. Quanto al Beck, invece, ci ho fatto caso: nessuna illusione, nessuna delusione, è grande quanto sapevamo. Né di più, né di meno.

Da Guero a The Information, passando per i remix di Guerolito, cosa è rimasto del Beck storico? Tutto e niente, viene da dire. Il musicista rifà se stesso, con l’aiuto del solito Nigel Godrich, e laddove in Sea Change stupiva, una volta venuto meno l’effetto sorpresa quel che rimane oggi è un compendio, una sorta di “becktionary” che convince più del precedente episodio, ma non basta a far saltare sulla sedia.
E’ evidente, vedendolo dal vivo quest’anno, la voglia scanzonata di divertirsi e divertire, in un frullatore che mixa funk, soul, hip hop e tutto il meglio del suo repertorio, teatralmente reso in un happening che mostra il senso del suo essere artista totale. E’ difficile d’altra parte continuare a rimanere a certi livelli; il Beck odierno non può che pagare pegno a se stesso, autoreplicandosi in numerosi frammenti sonici, da Odelay (Elevator Music, No Complaints) a Mellow Gold, passando per l’hip hop più recente al funk rivisto e centrifugato (Cell’s Phone Dead), in salsa prince-iana (We Dance Alone), all’elettro-psych-pop della lunga suite finale (Horrible Fanfare/Landslide/Exoskeleton) e il risultato, nonostante la varietà, può dirsi abbastanza coeso, merito sicuramente anche del sig. Produttore. In soldoni, The Information nulla aggiunge e nulla toglie a una carriera eclettica, che si vorrebbe ancora in evoluzione. Ma in fondo va bene anche così. (6.5/10)

Dieci anzi dodici anni fa accadde il miracolo. Non una rivelazione, ma una conferma. Ovvero che un ragazzo esile, scarmigliato e allampanato fosse in grado di tracciare solchi dove proprio non si auspicava. Beck Hansen, classe '70 da Los Angeles, già con Mellow Gold (Geffen, 1994) aveva spiazzato l'auditorio grazie ad un intruglio sonico inaudito: un piede nella fossa del folk più tradizionale, l'altro scosso da fremiti lo-fi, una mano sul turn-table e l'altra a schiacciare i tasti play e rewind di un boombox caricato con le cassette più avventurose e disparate. Si trattò di un esordio bruciante, forte di un singolo geniale come Loser, roba che ti rimane appiccicata fino a fine carriera qualsiasi altra cosa tu faccia. E sì che di cose Beck ne doveva fare ancora molte e non poco sorprendenti.
A partire da questo Odelay che due anni più tardi - e dopo la parentesi di One Foot In The Grave (K Records, 1995), folk spartano per anime sperse - ne ribadì definitivamente la calligrafia e il verbo, previa la produzione dei Dust Brothers - tra gli artefici di Paul's Boutique (Capitol, 1989) dei Beastie Boys - che figurano quali co-autori di quasi tutti i pezzi. Le tredici tracce dell'edizione originale rappresentano infatti, oltre che una sequenza di canzoni parecchio godibili, uno dei più autorevoli propositi/manifesto dei Novanta: l'hip hop è l'atteggiamento unificante, il battito che scombussola una orografia emotiva e stilistica a forte base country-folk. Il che conferisce una tonalità bianca al tutto, roba da caucasico coi neuroni spediti a compensare il gap nei confronti della componente nera annidata dietro le quinte, pronta ad avventarsi sul proscenio sotto forma di blues sgangherati, soul gracchianti e funk robotizzati.
Ma sia questi che le chincaglierie psych, gli spurghi noise, le digressioni latin-tinge e i pungoli electro sembrano condividere una stessa scaturigine: il vizio formidabile dell'ascolto massivo e compulsivo, che finisce per plasmarti i sensi e il sentire, quindi la forma stessa dell'espressione. Questo il destino del nerd tecno tossico, con più mondo nella cameretta di quanto il mondo "reale" potrà mai offrirgli.
Ecco quindi che in un errebì strinito come The New Pollution quel jingle sciroccato introduttivo, gli hook di chitarra, i sax, gli archi e l'organino lisergico sembrano piombare da un'altra dimensione, proprio come il country blues che gorgoglia sotto la pellicola hip-hop di Hotwax o la fantasmagorica tromba a chiosare il fosco ciondolio di Readymade. Apparizioni sognanti, frammenti sonici di una realtà parallela ma omogenea, la cui dislocazione spaziale nel sound ed il pressoché sistematico contrasto timbrico sembrano studiati ad arte per provocare sconcerto, rendendo ogni pezzo una concrezione mnemonica coerente però quasi incredula di sé. Composizioni che pur essendo sostenute da una scrittura bella in senso canonico, acquistano pienamente senso solo nell'interpretazione dell'autore/assemblatore, di cui riflettono l'acume bislacco, l'azzardo surreale, l'irriverenza sradicata.
Ma la post-modernità non riesce, pur con la pervadente schizofrenia ed il febbrile assedio, a strapparle tutte, quelle radici. Se ne stanno lì che covano provocando nutritivi indolenzimenti, palpitazioni autentiche, rannicchiate sotto perturbazioni clamorose ma non abbastanza invasive da impedir loro di venire alla luce. Vedi Jack-Ass che si compie come la più malinconica e dolciastra delle ballate, ma anche il country sgomento sotto il bailamme di watt ed il passo nevrastenico di Lord Only Knows. Va da sé che la fortuna dell'uomo - e di questo disco in particolare - si deve proprio alla flagranza di quello "sbalordimento organizzato", che in titoli come Devil's Haircut, Novocane e Where It's At trova lancinante compimento: se vi resta un senso come di Jon Spencer meets Band Of Gypsys in un sogno frenetico Beastie Boys strattonato Flaming Lips, beh, tranquilli, fa parte della sintomatologia.
Insomma, come dicevamo, è passato più di un decennio. Tocca fare i conti, soppesare, celebrare. La deluxe edition in doppio CD e immagine di copertina - quella celebre col Komondor che salta, nient'altro che un cane eppure vai a sapere cosa ti viene in mente - artatamente ritoccata, ci offre come bonus del primo disco una intrigante Deadweight, bossa languida e scivolosa punteggiata di apparizioni trasognate, composta per la soundtrack di Una vita esagerata (film del '97 per la regia di Danny Boyle), più due inediti come Infero - furibondo calderone di tutto ciò che ritenete possibile attendervi da Beck - e una Gold Chains in bilico tra funk blues stoniano ed il Prince più hip hop.
Il secondo volume fa mostra invece di remix e b-side, e se le prime non incantano particolarmente (il cupo incalzare degli UNKLE e la trafelata astrazione di Aphex Twin non sembrano ingranare granché col piglio agro di Where IT's At e le arguzie filastrocchesche di Devil's Haircut, quest'ultima più adatta agli strapazzi hardcore-punk in American Wasteland a cura di Mickey P.), capita altresì di pescare nel mucchio (sedici tracce in scaletta) autentici gioielli. Come il Barrett frugale e squinternato via Hitchcock di Sa-5, la dolcissima narcosi folk di Brother, una motoristica festa sixties tra Ramones e Lips (Electric Music And The Summer People), sguaiati minimi termini blues (Devil Got My Women) e soprattutto quella doppietta finale che prima spedisce Jack-Ass tra paneggi d'archi mesmerici anticipando certe languide evanescenze Sea Changes (Strange Invitation), infine facendone festa tex-mex con trombe, violini, chitarrine in uno spagnolo caramelloso che non puoi fare a meno d'immaginarti i Calexico annuire incantati (Burro).
Sembrava impossibile aumentare la stima per un originale già maestoso. Eppure è così. Diavolo d'un Beck. (8.5/10)

Con la collaborazione del gettonato e richiestissimo Brian Burton – a.k.a. Danger Mouse, Beck approda a uno psych blues contaminato, pieno di beat funk spezzati, figlio dei Sessanta ma ancorato ai Novanta; una miscela simile a quella che abbiamo già visto concretizzarsi nell’ultimo Gnarls Barkley e per certi versi nei Gorillaz. Un suono e una produzione riconoscibilissimi, che si vengono a mescolare con il consueto autoremix d’autore, quel becktionary a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sin dai tempi di Guero (2005) e poi The Information (2006).
D’altra parte è stato un Beck senza troppe sorprese quello degli ultimi anni, privo dell’urgenza espressiva della prima fase, che ci aveva piacevolmente stupito l’ultima volta nel pacato e cantautorale Sea Change. Un Beck che oggi sembra fare del “mestiere” di classe la sua cifra autoriale, con guizzi sparsi e assortiti.
C’è da dire che Modern Guilt ha dalla sua un attento lavoro sul “suono”, riportando l’atmosfera sin da subito in scure e dense matrici sixties, rischiarate da aperture orchestrali ed elettroniche. Si apre con la miscela blues.lisergica di Orphans, dal sapore beatlesiano/beachboysiano, in cui fa appena la comparsa ai cori un’eterea Cat Power, che ritroviamo anche nei breakbeat dell’ariosa Walls; e ancora surf rock da colonna sonora ’60 (Gamma Ray), ballad che sembrano uscite da Sea Change (lo psych rock di Chemtrails, tra Beta Band e Flaming Lips, Volcano), la title track per un valzer ancora dal retrogusto beatlesiano, il blues tra The Roots e Stones di The Soul Of A Man, il british rock alla Traffic di Profanity Prayers. Con le consuete tematiche apocalittiche e futuristiche e un bel po’ di disillusione in più sull’oggi e il domani.
In sostanza una rivisitazione postmoderna di frammenti musicali disparati, shakerati nel frullatore beckiano (e ripassati al microonde dangermouse-iano), per un album che nulla aggiunge a una carriera più che illustre, ma ha il pregio - non da poco - di farsi ascoltare e di essere coeso. (6.7/10)