
I Detroit Cobras sono una cover band. Una cover band con una missione da compiere, quella cioè di riportare alla luce e re-interpretare con fare garage/rock una serie di successi minori presi in prestito dalla sterminata produzione (northern) soul/r’n’b degli anni Cinquanta/Sessanta. Un’operazione a tratti meritevole, portata avanti con grande dedizione e diventata, grazie all’aiuto di alcuni famosissimi spot pubblicitari, una sorta di piccolo fenomeno mainstream nei paesi anglosassoni, più avvezzi di noi a trattare con certi tipi di sonorità.
Il gioco, però, è bello (talvolta bellissimo) quando dura poco e per i Detroit Cobras sembra veramente arrivato il momento del capolinea, già peraltro ampiamente preventivato dopo la pubblicazione del precedente Baby. Una caduta non certo imputabile alla scelta delle canzoni, ancora una volta di altissimo spessore (nel lotto anche brani di James Brown ed un “tradizionale” pre-war folk) né alla splendida voce della cantante Rachel Nagy da sempre vero propulsore della band americana. A latitare è invece quell’irruenza (s)composta e quell’attitudine volutamente ed ingenuamente precaria che ne aveva contraddistinto gli esordi, oggi schiacciata da una produzione talmente fredda e calcolata da rendere persino insopportabile l’ascolto di alcune parti dell’album.
Il messaggio è chiaro, dunque: meglio puntare a chiusi sui primi due lavori della band (il sottoscritto propende per Life, Love And Leaving) e gettare alle ortiche questo inutile, ma veramente inutile, Tied And True. (4.0/10)

In questo cd della Munster Records troviamo i tre singoli pubblicati dai Detroit Cobras prima di debuttare sulla lunga distanza (nel ’98, con Mink, Rat or Rabbit) assieme a 9 tracce dello stesso periodo, in una compilation che riprende ed espande Lost And Found, uscita nel 2006 su etichetta Sympathy For The Record Industry.
Deve essere una gran bella soddisfazione per dei raffinati archivisti come i Cobras sapere d’avere i propri testi esoterici e vedersi trattati con la cura che di solito le etichette specializzate riservano ai nomi più oscuri e mitologici del garage. Rachel Nagy e suoi sanno che non potranno mai acquisire il fascino e l’originalità dei loro maestri, sono consapevoli d’esser costretti semplicemente a raccontare una storia vecchia, ma lo fanno con grande leggerezza e stile. Il fatto che questi brani siano dei tentativi da esordienti rende il gioco ancora più godibile. Le tracce scorrono via che è un piacere, con alcuni momenti memorabili come Village of Love (una hit del ’62 di Nathaniel Mayer) o la prima versione di quello che sarebbe diventato il più grande successo dei Detroit Cobras, Cha Cha Twist. Nella inedita take qui proposta, questa canzone già di Connie Francis è resa gloriosamente ridicola da dei coretti pronti per la Hall of Fame delle voci assurde, dove prenderebbero posto, con grande onore, accanto alle Velvelettes di He Was Really Saying Something o all’Elvis di I Slipped, I Stumbled, I Fell (fatevi un favore, rintracciatele entrambe). Un paio di brani impongono però una riflessione sui limiti di un progetto simile.
C’è Brainwash dei Kinks (una aggressiva anomalia presente in Arthur) riletta senza fiati, che tradisce la distanza con la furia e la follia del modello originale, ricordandoci in maniera brusca che i Cobras, seppur con classe, restano comunque una cover band. E soprattutto Maria Christina, forse il migliore dei quindici brani, cantata in spagnolo, inevitabilmente fa pensare a certe cose dei Pixies, tipo Isla de Encanta, e ci indica come sia anche possibile partire dalla devozione per certo materiale (surf, garage, girl-groups) per provare poi a prendere il volo per destinazioni inaspettate, inventandosi il futuro del rock’n’roll. Ma una cosa del genere i Detroit Cobras non si azzarderanno mai nemmeno a immaginarla. (7.0/10)