
Se volete fare un torto a questo disco, catalogatelo nello scaffale del post-rock. Cui può ricondurre per il peregrinare strumentale tra assedi insidiosi, propaggini liquide, matematiche astruse, geometrie allampanate in spampanamento free. Ma a muovere gli El Topo non è la voglia di ritagliarsi un angolino nell'ormai gualcito almanacco del post-rock, ché poi nessuno sa bene dove appiccicare la figurina. No: questi quattro baldi romani ti fanno capire di aver avviato un discorso che presuppone un procedere ancora non del tutto chiaro, ovvero imprevedibile e perciò eccitante. Nutrono la caldaia coi più diversi combustibili (psichedelia, jazz, etnofunk, electro, exotica, contemporanea...) che tanto il fuoco se li mangia e l'energia sprizza.
Energia controllata, veicolata, compressa, espansa, vaporizzata, illanguidita. Mandata in circolo con giri larghi che trasfigurano beat afro tra chitarre asprigne e contrappunti luccicosi di vibrafono (Telegraph Dakar), elisir lounge a lubrificare gorghi minacciosi in odor di dub (Sonics), allusioni spacey sotto sedativo electrosoul e spasmi tribali (la title track). E' un suono vischioso, ti sfugge quando provi a stringerlo, come quando a forza di morbidezze virali (di sax, di chitarra, di vibrafono) ti vengono in mente dei Tortoise che sorseggiano un cocktail Umiliani muovendo il culo che poi la mente segue (Tosca) e quasi non ci credi, un po' come i fantasmi The Who e Ry Cooder nella lavatrice fusion-world di Seicento giri carico frontale (nella quale potrebbero risciacquare i panni un Mr. Gabriel o una Miss Bjork).
In tutto ciò, gli ospiti hanno funzione niente affatto accessoria, anzi direi del tutto organica e funzionale: le percussioni di Anadi "Hagi" Mishra, la fisarmonica di Amy Denio, il contrabbasso di Riccardo Lay e le chitarre di Mike Cooper sembrano sbocciare da dentro, come se di questo suono avessero fatto parte fin dalla nascita. Sarà merito di un approccio empatico alla materia, una buona abitudine tipicamente jazz che prevede tra gli ingredienti la pura gioia del suonare. Non stupisce troppo quindi che per ogni sconcertante insidia (la milonga carezzata di fisarmonica e squamata trip-hop di Crew'N'C) ci sia una febbrile ironia (i caraibi sgangherati e spasmodici di Scelsi, con quel sax al limite della parodia) o meglio un generico alone nonsense ad assolvere ogni tentazione eccessivamente pensosa.
Così che alla fine ti attacchi al nastro del divertimento e ti sta bene quel filo d'inquietudine che lo ricama come un agguato mimetizzato. Fa parte del gioco. Che è appena iniziato. (7.5/10)