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The Lights On... Grouper

di Antonello Comunale
Una litania di fantasmi per il nuovo gotico americano? Un'ode ai Throbbing Gristle fatta da Arvo Part? I Cocteau Twins sciolti nell'acido? I suoni e le visioni di Liz Harris, in arte Grouper, suscitano questi e altri paragoni in sintonia con la propria personalità virata in nero. L'ultimo california dreamin' all'LSD lo cantano le ombre.

Black Box Requiem

di Antonello Comunale

Gli stickers promozionali incollati sul cellophane dei cd sono a volte illuminanti. Quello di Way Their Crept, primo disco di Liz Harris in arte Grouper, abbozzava un’azzardata sintesi e una minimale descrizione: “Like an ode to Throbbing Gristle by Arvo Part, Way Their Crept resembles a choir of ghosts recorded a hundred years ago”. Eppure Grouper è abbastanza originale da muoversi ben oltre i riferimenti di cui sopra e creare immediatamente un proprio stile.

Grouper

cover

Proveniente da Oakland, Liz incomincia a bazzicare il giro noise californiano dalla bay area e si fa conoscere inizialmente come artista visuale. Disegna copertine per amici come gli Yellow Swans e dopo aver composto un primo cdr di musica propria si accasa presso la Free Porcupine Society dell’amico Rob Fisk. Il cdr altro non è che una versione embrionale di Way Their Crept (Free Porcupine Society, dicembre 2005). La musica di Grouper è una forma di ambient vocale abbastanza estrema, che annulla del tutto qualsiasi elemento ritmico e si immerge fino alle ossa in una ipnotica mareggiata fatta di delay, riverberi, echi, strati di voci sovrapposte. Una musica del genere flirta per forza di cose con un mood senza tempo, giocando a nascondersi dal vuoto evocato dagli echi di Hold A Desert, Feel Its Hand, con le gemelle Second Skin-Zombie Wind e Second Wind-Zombie Skin, o con l’opprimente sibilo analogico di Close Cloak. Grouper si muove leggera e sinistra in un mondo di eterei paesaggi drogati. Sorta di equivalente musicale dell’overdose da LSD, dove le forme si distorcono e le ombre si animano, la musica di Grouper si rivela come la più originale forma di dark ambient degli anni 2000. (7.0/10)

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Seguito dall’ep per pochi intimi  He Knows, He Knows, He Knows (Jyrk, febbraio 2006), il vero e proprio seguito di Way Their Crept arriva nell’autunno del 2006 con Wide (Free Porcupine Society, settembre 2006). Strutturato e arrangiato meglio, il secondo disco si regge sulle gambe solide di vere e proprie canzoni. Il tipico sound stordente e riverberato, vero trademark d’artista, è però presente quanto e come sull’esordio, ma lavora qui, oltre che sulla voce, anche sui suoni degli strumenti, ad esempio sulle chitarrine spacey, un po’ Flying  Saucer Attack, di Little Boat / Bone Dance (Audrey) e Imposter In The Sky o sul piano gotico di Giving It To You.  La mesmerica Agate Beach riassume tutti i pregi del disco, tra plumbee nubi shoegaze, riverberi atmosferici e voci fantasma. They Moved Everything è a metà tra i carillon di Colleen e gli austeri misticismi di Fursaxa, mentre la title track finale chiude in dissolvenza su nero decadente. Gli unici paragoni possibili per queste musiche sono il Jandek di lavori come Six And Six e White Box Requiem, la Fursaxa più dispersa, lo strambo shoegaze lo fi di Drekka o ancora i Cocteau Twins sciolti nell’acido e una Hildegard Von Bringen stuprata da una band shoegaze, eppure sommando tutti questi addendi si è ancora lontani dall'avvicinarsi allo stile di Grouper, quella non meglio definita ode ai Throbbing Gristle fatta da Arvo Part di cui tanto cianciava il famoso sticker. (7.3/10)

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Quasi in contemporanea con Wide la Students of Decay licenzia il primo lavoro a firma Flash Lights, una collaborazione tra Liz Harris e Jorge Behringer, ma la personalità e lo stile incontaminabile di Grouper sono dimostrati una volta per tutte dallo split ep con gli Xiu Xiu, intitolato Creepshow (Slender Means Society, 7 novembre 2006). L’ep fa parte della Pregnancy Series, nata con lo specifico scopo di portare gli artisti a produrre un concept e a sfidare il modo in cui fanno abitualmente musica. Creepshow ruota intorno alla comune ossessione di Liz Harris e Jamie Stewart per il film horror di Romero. Nelle parole di Jamie Stewart il concept si spiega così: “Completamente per caso, ci siamo accorti che quando eravamo piccoli siamo stati entrambi traumatizzati da questo film horror degli anni ’70. Le pubblicità potevano essere veramente, veramente brutali e abbiamo realizzato che, in un modo profondo, ci hanno inquietato fino ad oggi. Così, ci è sembrato un’idea interessante su cui lavorare per il disco”. Composto da cinque tracce, il lavoro è però dominato da Grouper, fin dall’iniziale Waiting For The Flies, che si apre con la sua voce fantasma. Tutto il lavoro è immerso nell’etere senza tempo dell’autrice di Wide. Il contributo degli Xiu Xiu affiora davvero solo qua e là, come nelle chitarrine ritmate di In the City o nel zoppicante gamelan androide di Sea. Per il resto è tutta farina  di Liz Harris, dalla gotica piano ballad Growing Into Veins alla narcotizzante liquefazione di In Dreams. (7.1/10)

  • Disengaged
  • Heavy Water/I’d Rather Be Sleeping
  • Stuck
  • When We Fall
  • Travelling Through A Sea
  • Fishing Bird (Empty Jutted In The Evening Breeze)
  • Invisible
  • I’m Dragging A Dead Deer Up A Hill
  • A Cover Over
  • Wind And Snow
  • Tidal Wave
  • We’ve All Time To Sleep

Dragging A Dead Deer Up A Hill (Type, giugno 2008)

di Francesca Marongiu

A quasi due anni di distanza da Wide, Grouper se ne esce con il disco che forse non ci aspettavamo. Dragging A Dead Deer Up A Hill avrebbe potuto essere il lavoro della quasi maturità per una che, come lei, è sempre andata dritta per la strada dell' ambient più scuro e sperimentale, benché in parte derivativo e lo-fi.
Ora, con questo disco, sembra cercare rifugio in quel sentiero battuto nei primi anni duemila dai Clear Horizon. Il format è costituito da spessi strati di riverbero entro i quali, di volta in volta, si succedono timide canzoni acustiche, dal songwriting vicino a Jessica Bailiff (Heavy Water/I'd Rather Be Sleeping), alle atmosfere più malinconiche e corali delle Lush (Stuck o l'eterea Invisible) o ad un immaginario e ipotetico lato oscuro di Vashti Bunyan (When We Fall).
Altre volte è la sola plettrata ruvida di Grouper, con un filo di voce, ad arredare l'ambiente (Travelling Through A Sea) e in alcuni casi i pezzi sembrano reggersi sul pallido ricordo degli Slowdive (Tidal Wave).
La title track ci riporta alle atmosfere dall' ambiguità soft-horror a cui eravamo abituati ed è forse l'episodio più riuscito del disco, unendo suggestioni presenti e passate. La grande Grouper potrebbe passare di qui, un domani, virate nostalgiche permettendo. (6.8/10)