C’è un nero che ha buone possibilità di sedersi in Campidoglio, qualora non ve ne foste accorti. Potrebbe essere il risultato di una marcia lunghissima iniziata decenni fa e staremo a vedere. Però: tra i portavoce musicali di chi a quei tempi lottò parrebbero regnare intanto disimpegno e autoreferenzialità. Parrebbero, perché a giudicare dal terzo disco di Erykah Badu e dalla riconferma dei Roots, forse ci stiamo sbagliando…

“Why hip hop sucks in 1997? It’s the money!” (Dj Shadow)
“La musica esprime le emozioni, la politica è solo l’inganno della percezione.” (Michael Franti)
Pessimo segno quando una cultura volta le spalle alle sue radici. Così è accaduto per l’hip-hop nei Novanta, da che un disco solido come The Chronic di Dr. Dre spostava il baricentro da giradischi e campionamenti sulle tastiere, da funk ed errebì ruvidi ad arrangiamenti opulenti e battuta rallentata. Non da imputare allo stesso la responsabilità dei cloni che ci hanno invaso da quei dì, né del trasformarsi del hip-hop in una fenomenale macchina da soldi. Nello stesso momento, però, la sua pulsione futuristica e innovativa veniva meno, la torcia portata avanti da pochi Fratelli e per lo più dai visi pallidi con in testa un’idea sbilenca, contaminata, un plausibile e succoso “post rap”. Parallelamente erano storie di malavita - vere o presunte poco importa - ad occupare il proscenio, cosicché la CCN dei ghetti fece posto all’autoglorificazione retorica e vuota, di un ”avercela fatta” partendo da zero.
Nulla di male in ciò, ma preferireste Mario Merola al Telegiornale delle venti ? Insomma, quanti B-boys siete disposti a sopportare che non fanno altro che sbatterti in faccia la loro “coolness”, si compiacciono di come il conto in banca e l’harem crescano a dismisura? Pochi o nessuno: li smascheri nella stessa maniera di certi metallari capelloni, gentaglia senza senso né rilevanza se non per coloro che del “rock” serbano un’idea provinciale, gonfia di stereotipi. Dunque, mentre un nero tenta con ottime possibilità la scalata alla casa bianca, sembrerebbe che nulla si stia muovendo anche musicalmente; che mentre una Nazione sotto un Groove potrebbe forse e finalmente ottenere qualcosa di concreto, chi ne ha da sempre cantato sogni, speranze e gioia di rivoluzione non abbia più seguaci.
Da che Tommy “Jet” Smith e John Carlos sollevarono i pugni neri guantati sul podio dell’Olimpiade messicana in omaggio alle Pantere Nere sono passati quattro decenni, era quel Sessantotto oggi in piena celebrazione. Ecco, a tratti, par di scorgere in Barack qualcosa che è passato anche da là, prendendo le mosse dal Sogno del dottor King e da tutti i mezzi necessari di Malcom X, dalla marcia su Washington e dal Wattstax Festival, da Rosa Parks che vuole scegliere di sedersi sul bus dove le pare e scatena un putiferio. Troppi i drammi e le disgrazie nel frattempo, troppe le vittime di un “dividi e impera” orchestrato da chi comanda davvero, infiniti i disastri e somme le incomprensioni. Una sola, nondimeno, la colonna sonora: soul, funk, hip-hop. A volte ispiratore e altre commento esterno da moderna tragedia greca, c’era anche quando sembrava guardare da tutt’altra parte e una chiave eccola già in mano. Esorcismo e fuga, consapevolezza e vanagloria nella cultura afroamericana vanno di pari passo, asservono il medesimo scopo. Sono la reazione agli infiniti e atavici patimenti, alla profonda sofferenza di un popolo intero al quale furono rubati passato e tradizioni. Erano Re delle terre cui furono strappati, costoro: furono schiavi, mostri, delinquenti là dove li spedirono a forza. Da qui originano i miti e le cosmogonie: da una speranza in un futuro migliore in attesa del quale si esorcizzano le ferite; una determinazione che si svela là dove sono ben conservati e radicati gli aspetti più misterici e naturalistici dell’esistenza. Con l’acuirsi della consapevolezza sociale e politica, inoltre, la concezione di un passato autocostruito e tramutato in epica ha condotto alla fiera ostentazione d’orgoglio.
Si snoda vigoroso come un cavo subacqueo, il filo rosso che dal Saturno di Sun Ra porta all’Atlantide dei Drexciya attraverso l’allegoria afrofuturista di George Clinton e la Nazione Zulu di Afrika Bambaata, infine approda all’odierna consapevolezza di Erykah Badu e Roots. Diversa, sfumata e mista al personale perché i tempi sono nel mentre cambiati: non ha senso alcuno vivere nel passato e, del resto, pure nei Funkadelic si passava in pochi minuti dall’ode al sesso all’invettiva sociale. Il rischio della nostalgia è che può recitare lo sgradevole ruolo di rifugio al punto che ci si dimentica di presente e futuro, abbandonati a prosciugare. Una domanda viene posta in un altro articolo di Sentireascoltare, per certi versi complementare a questo che state leggendo: chi scrive una risposta, non senza tentennamenti e dubbi da ingrandire, l’avrebbe. Ed è che solo avendo ben presente da dove vieni puoi scommettere qualche soldo su dove sarai domani e magari avere in tasca una speranza di vittoria. Vale per chiunque e soprattutto per l’Arte, hip-hop d’oggi incluso: se l’Anima conosce la sua Storia, può tornare a esserci matrimonio di danza e militanza. Di seguito leggerete di chi al momento sembra tenere alta la fiaccola di una musica che racconta cosa accade dentro e attorno agli individui: Erykah Badu e The Roots hanno incrociato spesso i rispettivi percorsi, ma questo sembra raccontarsi come il momento più indicativo in cui ciò accade.
E’ un momento storico per gli Stati Uniti e, di conseguenza, il mondo intero: non si tratta della”solita” elezione visti i concorrenti e la posta in gioco. C’è chi si oppone all’escapismo e all’opulenza che mascherano la convinzione che “un negro resta un negro anche se è ricco e di successo”. Per ognuno che ce la fa c’è l’O. J. Simpson già pronto a uso e consumo dei media, ma parrebbe che dalle parti del Texas che la vide nascere Erica Wright nel 1971, se ne freghino. Stiamo parlando di Erykah Badu, ovviamente, venuta alla ribalta nel 1997 con l’esordio Baduizm (Kedar; 7.4/10), scintillante esempio di moderno soul che la distanziava dalle sciacquette mordi e fuggi grazie al fraseggio vocale serico però possente, duttile e spesso malinconicamente rivolto più verso Billie Holiday (la blueseggiante Certainly; On & On, che entra nelle charts senza alzare un dito…) che alla vacuità del mercato. Era bello assai, languido e sensuale salotto col contrabbassista jazz Ron Carter e buona parte di ?uestlove e soci. Inoltre, la ragazza si scriveva da sola il materiale: il soul jazz Otherside Of The Game, quello più hip Next Lifetime e una Afro per sola tromba, voce e piano elettrico mantengono dopo un decennio intatti slancio e vigore. Intuivi all’epoca che sotto la bellezza da Venere nera e il turbante c’era qualcuno che cantava il cuore e l'Anima. C’era anche una pettinatura afro, tanto per gradire e cominciare, ancora nascosta e di cui non ci si rese conto; il calendario l’avrebbe fatta garrire al vento come nemmeno una chioma leonina. In mezzo, lungo un percorso discograficamente scarno - perché, vivadio, si parla solo se si ha qualcosa da dire; sennò si tace - arriva subito un Live (Kedar, 1997; 7.0/10) che nulla aggiunge e semmai conferma, poi di lì a un triennio la risposta. Mama's Gun (Kedar, 2000; 7.6/10) rappresenta per la ragazza di Dallas un punto di svolta, nel quale accantona la veste raffinata benché affatto sdolcinata di Baduizm e si offre grezza, ruvida, stradaiola.

Pone ulteriormente l’accento sull’onesta del cantato, mentre gli abiti sonori osano ed è tutt’altro mondo, che si tratti di tirare in ballo Jimi Hendrix o allestire una lunga suite a chiusura d’opera. Sarà che sono della partita spiriti illuminati come il vibrafonista Roy Ayers e ?uestlove, batterista dei Roots; sarà che di mezzo c’è quel genialoide di J. Dilla. L’evidenza è di un’artista vera che compie un gesto importante: lontanissima dalle implausibili compagne di cordata delle classifiche, il confronto la conduce nei territori della soul music d’annata. Attitudine da vendere anche ai colleghi maschi, la sua, che la persuade a riaffacciarsi sul mercato - dopo una pausa di altri tre anni e il passaggio alla Motown - con un EP prossimo ai 50 minuti di durata, Worldwide Underground (Motown; 7.2/10). Mischia le carte e non capisci se considerarlo seguito o divagazione, tanto scorre libero sulle ali della produzione ( la Badu stessa più James Poyser, Rashad "Ringo" Smith e R.C. Williams) e degli ospiti in piacevole transito. Aria di jam tra amici - amiche, anzi: Angie Stone e Queen Latifah - che si stimano reciprocamente e consegnano ai posteri il quarto d’ora abbondante di Bump It e I Want You, le tessitura aeree e la classe oltre l’apparenza di disimpegno.
Lo segue una pausa da dedicare alla famiglia e a se stessa, al guardarsi attorno. E che infonde vita nell’oggi di un disco splendido come New Amerykah, Pt. 1: 4th World War (vedi spazio recensioni), che pare fatto con i presupposti e la bussola di una volta, di quando i dischi potevi lasciarteli scorrere dentro più che addosso, far sì che le loro epifanie si rivelassero pian piano. Se avete fatto due conti, avrete realizzato che si tratta del disco numero tre, di quello risolutore; sebbene non avesse nulla da dimostrare, Erykah rischiava di perdersi dentro un nuovo secolo affollato e dispersivo all’eccesso. Non andrà così: tra un lustro parleremo con la stessa stima di questo disco, col medesimo entusiasmo col quale ne lodiamo oggi la voglia di osare e tener presente un passato stilistico, umano e sociale ricchissimo. Medita, la Badu: sull’America nuova e vecchia, sulle guerre egli uragani, sugli amici che non ci sono più. Riflette e rende partecipi come il Marvin Gaye di What’s Going On, Capolavoro dal quale - fatte le debite proporzioni - non siamo lontanissimi. Argomenti pesanti e coscienza di dover ricorrere a una forma adeguata per dibatterne: si spiega in tal modo l’innovazione che lo attraversa, capace di allacciare i Parliament al trip-hop gassoso, i fondali dub e quel fraseggio jazz, la blaxploitation rinnovata e il Sixties soul anche.
Si dondola tra sperimentalismo ibrido e ricordi classici, questo disco, in ambo i casi materia d’indagine profonda, sviscerata con la classe che apparteneva a chi la cultura hip-hop l’ha edificata. Un indizio: nel disco c’è pure un potenziale singolo, Honey, che ammicca al passato con lignaggio superbo; nel video relativo, Erykah compare sulla copertina di svariati dischi classici e, in una sorta di omaggio, riconosci De La Soul e Funkadelic, Nas e Grace Jones tra i tanti. Non bastasse l’immagine di New Amerykah, Pt. 1: 4th World War, con quella capigliatura scoperta che porta addosso i frutti del ponderare e una Nazione intera. Che tira avanti quotidianamente, sperando che la pelle del prossimo presidente sia del suo stesso colore.
Se lo sono scelti proprio bene il nome di battaglia, i ragazzi di Philadelphia: Roots/Radici, come quelle che troppo spesso ti tagli da solo senza sapere perché e come il romanzo di Alex Haley che un certo peso lo ebbe nel creare un barlume di coscienza sociale afroamericana. Quasi volessero in tal modo rimarcare la provenienza da una città rilevante per l’America, per la sua storia e la musica. Una vicenda che comincia nel 1987 presso la locale High School For Performing Arts, dove i rapper Malik B. e Black Thought/Maliq fanno comunella con Leonard Hubbard (al basso) e ?uestlove, batterista che non avendo mezzi economici sufficienti a un campionatore, accompagna le rime con una piccola batteria con la quale ricrea dal vivo i breakbeat più famosi. Di necessità virtù e da lei allo stile, come da sempre nel migliore hip-hop: un punto di partenza importante benché provocatorio e controcorrente; lo puoi già dire uno dei segreti della formazione, che le ha garantito longevità e buona - addirittura ottima - forma dopo anni. Nel rap, dove per passare alla storia basta anche un solo disco e per bruciarsi altrettanto, rappresentano un caso oggi rarissimo, da appaiare a una discografia di fatto priva di momenti opachi. Eppure: del Philly Sound che funge da sfondo alle imprese gangsta, in loro non vi è quasi traccia. In sua vece ci sono voci femminili mai decorative, beat torridi e possenti, incursioni nel jazz robusto e la spina dorsale soul-funk che stende come uno schiacciasassi. C’è una sensibilità “politica” del gesto sonoro e delle scelte musicali che dura di più del proclama vetero rivoluzionario, ed è un nuovo pregio nonché segreto cui non fai subito caso.

Dalla strada partono come fenomeno ultra underground, registrando un disco dal vivo in Germania, Organyx (Remedy, 1993, 6.7/10), nella speranza di rimediare un contratto. Ottenuto grazie alla peculiarità della proposta e ringraziato col vero esordio Do You Want More?!!!??! (Geffen, 1994; 7.7/10), dichiarazione di intenti cristallina fino da una retro copertina in cui li vedi in azione con batteria e contrabbasso. Non fosse bastante a convincere ecco la title track, Distortion To Static e l’apertura jazzy Intro/There’s Someting Goin’ On a trasudare passione e consapevolezza. Appare una sezione fiati e il campionatore brilla per assenza, cosa che vale loro le critiche dei talebani della “scena” che li accusano di tradimento delle origini: stupidità o malafede, sfugge loro che è proprio spingendosi ancor più indietro, alla musica “suonata” e all’Anima della loro città che la vena può rifiorire. Come va dimostrando il nucleo raccoltosi attorno alla ghenga - in cui entrano il tastierista Scott Scorch e il bizzarro Rahzel - che si propone come polo aggregativo fin da Illadelph Halflife (Geffen, 1996; 7.2/10), replica non fotocopiata col benestare di D’Angelo, tramite per l’amicizia verso la Erykah di cui sopra. E’ lei a ricambiare partecipando alla You Got Me che illumina la fatica successiva, lancio definitivo nell’olimpo della critica: Things Fall Apart (MCA, 1999; 7.5/10) è denso e profumato di errebì e jazz, custode della lunga The Return Of Innocence Lost con Ursula Rucker, della scarna Ain’t Sayin’ Nothin’ New e del superfunk Dynamite!
Una piccola crisi li coglie poco dopo, affrontata immettendo sul mercato un disco dal vivo, Come Alive (MCA, 1999; 7.0/10), lasciando libero Rahzel di correre da solo e sostituendo Scorch con Kamal; la perdita peggiore è, per motivi di droga, quella di Malik B. La pressione per un disco nuovo aumenta, incarnando la mossa che faccia luce sullo stato di salute. Reagiscono da Campioni, i Roots, partorendo dopo ventiquattro mesi di lavoro un capolavoro pulsante e articolato. Ricorderete il tormentone The Seed (2.0) con Cody Chesnutt che li portò - via MTV - sul palco del Festivalbar: scappano le risate a immaginarsi le facce di quanti acquistarono Phrenology (MCA, 2002; 8.5/10) convinti che si trattasse di una robina estiva. Tutt’altra la pasta di un’opera assurta tra le vette del rap col suo jazz-hop a bagno in rock (o punk hardcore: !!!!!!!!!) e funk (Thought @ Work, Sacrifice) finché, ibrido dopo ibrido, suona nuovo. Sconquassa a botte d’electro con Rock You e ha fianchi torniti con Break You Off, punta la techno e offre psichedelia, infine dipana con scioltezza una suite di dieci minuti.
Da quella perfezione inizia l’oculatezza di gestire il talento con svolte e aggiustamenti di rotta che fanno di ogni uscita un avvenimento degno di nota. Scavalcando i due tomi che assemblano rarità e inediti The Beginner’s Guide To Understanding The Roots (Geffen, 2005; 7.0/10), raccontiamo una posse in costante movimento, certificato da The Tipping Point (Geffen, 2004; 7.2/10), lievemente dispersivo ma non nelle citazioni di Star e I Don’t Care o negli omaggi alla vecchia scuola Boom! e Stay Cool. Vi è dispiegata una conoscenza della materia black oggi con pochi eguali, che consente salti nel dub e nella latinità, di accostare orecchiabilità e classicismo. Game Theory (Def Jam, 2006; 7.8/10) riporta invece i Nostri in vetta affinando ulteriormente l’interazione tra campionamenti, basi sintetiche e parti suonate. La scrittura si attesta su una linearità e una spontaneità che restituiscono il calore umano del soul (Clock With No Hands) e il sudore funk (Long Time), tra un significativo “riciclo” Public Enemy (False Media) e un ricordo di J.Dilla. Piano e clavinet spadroneggiano in Don’t Feel Right, In The Music è un’istantanea urbana, diresti Can’t Stop This clintoniana e Atonement dritta da Bristol. Dura essere all’altezza, occorreva tirare il fiato tra infiniti tour e gesta cinematografiche, dunque il nuovo Rising Down (cfr. spazio recensioni) si porge compatto all’inizio ma elastico dopo alcuni ascolti: opera a lento rilascio, convince e avvince innestando sulla florida pianta nuove ramature: qui un frammento saporosamente Last Poets e là una I Can’t Help It da Can nella jungla, all’insegna di un linguaggio che oscilla tra ieri e oggi instancabile come un pendolo. Osservi la copertina e capisci: pare presa da un libello satirico o un fumetto centenario, irride all’idea che i bianchi serbavano dei neri, al mare di pregiudizi. Che sbeffeggia, sconfiggendoli nel modo più signorile. Una cosa è certa con le Radici: che l’onestà verso sé stessi e il proprio seguito non verrà mai meno. E come potrebbe?

All’inizio, diciamo per quei tre ascolti, resti perplesso e indugi. Pian piano, invece, ti convinci che non ce lo meritiamo un disco così, che è tutto fiato sprecato, ingegno al vento, trasporto comunicativo e intelligenza produttiva di cui da noi si accorgeranno in quattro. Perché tanto Erykah Badu è quella gnoccolona col turbante che sembra la versione femminile di D’Angelo, che faceva nu-soul e che vuoi che combini dopo undici anni sulla piazza? Un accidente, per ricorrere a un eufemismo: dovrebbe fa pensare e mettere qualche puntino sulle “i” che Baduizm ospitasse il contrabbassista jazz Ron Carter e The Roots sotto il medesimo, stiloso tetto. Che da allora la Badu ha pubblicato un solo altro “vero” album e che questo è il momento della verità. Capisci in pieno le mosse di fa uscire nel 2003 un e.p. di quaranta minuti salvo poi sparire a meditare: sullo Stato dell’Unione, sulle guerre in paesi che l’80% dei tuoi concittadini manco trova sul mappamondo, sull’uragano Katrina e la scomparsa di talentuosi amici. Quel che ne deriva può essere un pamphlet critico su carta o parole che si abbracciano a musica. Scandite, scagliate come sassi che tornano indietro e riportano appiccicato un po’ del bersaglio che hanno colpito. Parole di una nazione che dice “No” sotto un groove che resterà nel tempo, come un What’s Going On consapevole dell’evoluzione dei linguaggi cui è affidato.
La Nuova Amerykah maneggia fior d’argomenti pesanti, ciò nonostante fa filare il contenuto sui binari di un’adeguata forma estetica moderna perché attinge da una tradizione black “avanti” - mancano solo techno e house, ma nel disegno avrebbero stonato - facendosi forte di uno stuolo di collaboratori come Sa-Ra, Madlib, 9 th Wonder accanto al team che accompagna la ragazza di Dallas dagli inizi. Sapresti cosa attenderti, come liquidarlo con l’alzata di spalle critica del disco “maturo” e piacevole, ma no, non va così. Lo afferri fin dalla copertina funkadelicamente citazionista che l’aria tira forte in ben altre direzioni. Si viaggia attraverso il tempo come in una mitologia tipicamente nera e, al ritorno, si allestisce il “qui e ora” con cascami e rottami meravigliosi del passato, gli scarti che vengono ricontestualizzati, valorizzati. Non è forse nato così, l’hip-hop, da necessità espressive accoppiate a visione e mezzi limitati? Certo, per farlo devi conoscere la Storia, non solo della musica ma del tuo popolo: interpretarne le speranze e i sogni.
E allora le tessiture sonore viaggiano disinvolte a connettere le epoche, dall’incipit Amerykahn Promise che sbuca dritto fuori da Mothership Connection dei Parliament tra fiati tellurici, vocine satiriche e atmosfera sci-fi, giù fino al (quasi) conclusivo, struggentemente atmosferico cosmic-soul jazzato Telephone (lo Stevie Wonder dei ’70 a modulare la voce sopra dei Portishead “davvero” negri). In mezzo c’è di tutto e tutto ottimo: battuta dopata dal rallentatore dub (The Healer/Hip Hop) o atterrata dallo spazio profondo (Twinkle, My People); florilegi fiatistici e fraseggio vocale anticamente jazz cui si leva la polvere (Master Teacher, Me); dolci aggiornamenti di errebì (Soldier) e incalzante blaxploitation (The Cell: sbilenco e assurdamente orecchiabile cyberfunk con finale a cappella). Altrove i territori sono incontrollabili, inseguono un hip-hop ibrido progressista su tessiture ricche eppure bilanciate, intarsi produttivi e acume appartenuto ai Geni che lo forgiarono nell’età d’oro. A ribadire la progettualità accurata del “concept”, il singolo Honey - hip-soul di classe sconosciuta alle classifiche - giace relegato a fine corsa come bonus, e dopo tante invettive sa di arcobaleno che si mostra dopo la tempesta.
Che l’anima latiti nel “soul” odierno è dibattito aperto e indagato altrove su queste pagine: un disco superbo come questo dice la sua, persuadendo che materia sonora e tematica debbano necessariamente essere adattate al presente, perché la nostalgia perde valore se diventa mero revival. Occorreranno tempo e ascolti di New Amerykah, Pt. 1: 4 th World War per collocare la questione nella giusta prospettiva. Intanto, black is beautiful più che mai. (8.0/10)

E’ dura per chiunque esprimersi alle stesse altezze e figuriamoci per i campioni, che hanno costantemente puntata addosso l’attenzione della critica e le attese del pubblico. La classe è quella che ti sostiene, la certezza di poterti esprimere con un linguaggio che padroneggi e puoi permetterti di variare, modificare, arricchire. Questo è Rising Down: un disco di compattezza somma che rivela, ascolto dopo ascolto, una serie di sfumature convincenti, capaci di introdurre novità significative senza che ne risenta lo stile, consolidato e tra i più longevi nell’ambito hip-hop.
Accade, tutto ciò, al solito modo: sfoggiando una conoscenza della Storia sonora (non solo black…) e la maestria di farsela calare a pennello. Da un frammento che si rifà esplicitamente ai Last Poets (@ 15) e un’ipotesi di Can tellurici e squassanti a spasso per la jungla africana (I Can’t Help It), dalla Rising Up irruente però solare a Criminal, sensazionale asso acid-soul che LennyKravitz millanta di scrivere da che è in circolazione, saresti tentato di parlarne come di una seconda scelta. All’interno di un percorso eccezionale, un po’ è vero, per via di certi episodi che viaggiano di lussuosa conserva; tuttavia come fai a voltare le spalle all’instancabile dondolarsi tra ieri e oggi, alle ospitate di Mos Def e Talib Kweli (come a dire, dimmi con chi vai…), ai nervosismi minimali di I Will Not Apologize che suonano come Tricky non fa da più di un decennio? Non puoi, ecco.
Infine, dopo tanta bontà, passa quasi inosservata la copertina che pare tratta da un fumetto o un libello satirico di fine ‘800; sarebbe un errore, perché è proprio in quel momento che il guardarsi alle spalle si chiude come un cerchio. Non è un caso che, a compiere tale operazione “estetico-etica”, siano due tra i dischi recenti più significativi usciti in ambito black, ovvero questo e New Amerykah, Pt. 1 della Badu. Non può essere un caso, che si tratti dunque di un segnale per il futuro? Proviamo a capirlo altrove, su queste stesse pagine. (7.3/10)