L'ex Sebadoh, Sentridoh e Folk Implosion Lou Barlow è di recente tornato sulle scene con Emoh, il suo primo disco solista. Ritratto di un indie rocker con l'animo da folkster.

C'era una volta l'indie rock. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, nel lontano 1991, un trio dal nome buffo, Sebadoh - con all'attivo un paio di 7'' e due disastrate collezioni di scarabocchi acustici registrati amatorialmente (The Freed Man, Weed Forestin, '89-'90) - dava alle stampe un EP dalla copertina altrettanto buffa (un folksinger con la testa di un mefistofelico caprone) e dal titolo emblematico: Gimmie Indie Rock!. Quella canzone, un emo-core sgangherato, approssimativo e immediato, istituzionalizzava di fatto l'indie rock come genere a sè. Dopo aver citato apertamente i nomi di band seminali come Husker Du, Sonic Youth e Pussy Galore, il frontman Lou Barlow definiva quella musica "a new generation of electric white boy blues". Una nuova generazione di blues bianco adolescenziale. Tanta consapevolezza da parte dell'autore avrebbe anche potuto stupire, ma in verità Lou non era esattamente l'ultimo arrivato: nella seconda metà degli anni ''80, egli aveva a sua volta contribuito a consolidare quel genere insieme a J Mascis nei Dinosaur Jr, con dischi fondamentali come Bug e You're Living All Over Me (1987). Così, Gimme Indie Rock! era un vero e proprio manifesto programmatico proveniente dall'interno del movimento, l'inno di una generazione di musicisti e ascoltatori che avrebbe dominato la scena indipendente americana per almeno un lustro; insieme ai leggendari Pavement, i Palace di Will Oldham, i Royal Trux, i Silver Jews di David Berman e lo stesso Beck, Lou Barlow è stato una figura chiave di quegli anni.
Alla guida di Sebadoh e Folk Implosion (insieme a John Davis) e in seno al suo progetto solista Sentridoh, nell'arco di circa quindici anni il musicista ha esplorato svariati generi (lo-fi, hardcore, grunge, noise, pop, folk, garage, elettronica e wave), rivelandosi un autore incredibilmente prolifico e talentuoso, uno dei migliori della sua generazione. Ma come spesso succede in questi casi, la qualità non ha accompagnato di pari passo la quantità. Barlow ha mostrato nel corso del tempo delle capacità di songwriting eccellenti, ma la dispersività dei suoi lavori, i continui cambi di formazione e di ragione sociale lo hanno progressivamente alienato dal suo pubblico. Cosa è successo al timido nerd che campeggiava con maglione a quadri e occhialoni nel retro di copertina del primo album dei Dinosaur (S/t, 1985)? Che fine hanno fatto l'agguerrito indie rocker di Vs Helmet e Rocking The Forest (1992) e il songwriter maturo di Bakesale (1994) e Harmacy (1996)? Chi è oggi il menestrello psichedelico dei Folk Implosion di Take a Look inside (1994) e Dare to be surprised (1997)?
Accantonati i progetti collettivi dopo i relativi flop dei pur buoni Sebadoh (1999) e The New Folk Implosion (2003), Lou Barlow prova a risalire la china con Emoh, il suo primo "vero" disco solista. Nonostante il suo autore mantenga volutamente un basso profilo (vedi intervista), questo lavoro mette finalmente in luce le capacità di Barlow come autore ed interprete folk di primo piano. Il Nostro è uno che, a sentir lui, il songwriting ce l'ha nel DNA, e la purezza adamantina delle nuove canzoni ne è la prova definitiva. Oggi, Lou Barlow è uno dei migliori cantautori in circolazione.
Emoh potrebbe
essere così un nuovo inizio, il punto di partenza di una nuova carriera,
il trampolino di lancio per nuovi progetti. Ma le cose potrebbero
anche andare diversamente.
Abbiamo contattato Lou Barlow per e-mail, e dalle sue parole (oneste e disarmanti, proprio come la sua musica) è emerso il ritratto di un artista estremamente modesto, ma allo stesso tempo brutalmente sincero e fortemente autocritico. Consapevole degli errori passati, Lou è pronto a fare ammenda e, nonostante lo splendore del presente (Emoh) e le glorie del passato, resta terribilmente insicuro per il proprio futuro. Per questo quella che segue somiglia più a una cruda confessione che a un’intervista.
Emoh è il primo album in cui usi il tuo vero nome, senza nasconderti
dietro pseudonimi. Tuttavia non è la prima volta che pubblichi
una raccolta di canzoni soliste: in passato avevi fatto ricorso
al moniker Sentridoh, spesso seguendo una rigorosa estetica lo-fi
(cassette autoprodotte, registrazioni più che amatoriali). Cosa ti ha spinto
verso la realizzazione di un vero e proprio disco solista?
E’ l’ultima cosa che mi è rimasta da fare… I miei
gruppi, Sebadoh e Folk Implosion, sono diventati troppo onerosi da mantenere,
e negli ultimi anni il mio pubblico si è disperso. Spero di riuscire
a riunire i miei fan, e di non confondere i nuovi ascoltatori.
Durante la tua carriera hai attraversato diversi stili (hardcore,
indie rock – che hai contribuito a definire - , psichedelia, giochi folk-elettronici);
nonostante ciò, la componente cantautorale e folk è stata sempre
presente nella tua musica. Sembra che questo adesso sia diventato il modo
più naturale di esprimerti. Si tratta soltanto di una parentesi?
Penso
che la mia voce renda di più con un accompagnamento acustico.
Amo la musica “forte”, ma la mia voce finisce per perdersi nel
rumore… La mia carriera va avanti per cicli: era tanto tempo che volevo
registrare un disco acustico, ma adesso che l’ho fatto sto ritrovando
interesse nella musica elettrica... come sempre, non riesco a fissarmi
su qualcosa di stabile!
Possiamo sentire influenze "roots" nelle tue nuove canzoni,
molto più forti rispetto a prima. Quanto è importante per te
la musica tradizionale americana?
La musica country è nel mio sangue, credo... la mia famiglia vive
in America dal ‘700, spostandosi tra le colline della Pennsylvania
e del Kentucky. Penso di fare ciò che mi viene naturale. Anche se
la maggior parte delle persone oggi è convinta che basti una pedal
steel o una slide che per definire la musica “roots”, io credo
che ogni buona canzone può essere ricondotta a una folk song. Trovo
che termini come 'americana' siano solo una semplificazione di quello che è realmente
la musica “roots”: una tradizione di songwriting “non classico”.
Questo nuovo disco (come molte tue altre cose precedenti) è caratterizzato
da un mood molto malinconico, sia nelle melodie che nelle atmosfere. Al di
là della musica tradizionale, come referente immediato mi viene
da pensare a Nick Drake, un artista che sappiamo hai molto amato (ricordiamo
la cover di Pink Moon su Vs Helmet dei Sebadoh, 1992).
Sai,
nel 1988 un amico mi fece notare che i miei pezzi erano simili a quelli
di Nick Drake…il fatto è che ho scritto molte canzoni senza
averlo nemmeno ascoltato, e sinceramente non posso dire di aver provato ad
imitarlo, o che lui mi abbia influenzato tanto quanto i Ramones… Il
nome Barlow ha origine inglese, quindi chissà, nel mio DNA potrebbero
esserci echi di antiche ballate… Amo Nick Drake, e nonostante questo
credo che un cantautore trovi ispirazione in qualcosa di innato, che va aldilà della
propria collezione di dischi.
In passato hai spesso privilegiato un approccio rigorosamente homemade
nella realizzazione dei tuoi dischi. Oggi, l’impiego di pro-tools e software
come il Reason nelle nuove canzoni sembra una sorta di evoluzione di quell’approccio.
Com’è stato usare queste tecnologie?
I pro-tools funzionano
al meglio quando riesci a usarli in registrazioni lo-fi e analogiche, e sono
buoni solo se lo è il suono che gli metti
dentro. Penso che in futuro userò di più i pro tools misti
a suoni lo-fi proprio per controbilanciare il terribile suono del digitale.
One Part Lullaby dei Folk Implosion era stato realizzato coi pro-tools, e
negli ultimi 7 anni ho imparato molto guardando gli altri all’opera.
Adesso riesco a lavorare molto facilmente con queste tecnologie, e
inoltre sono anche poco dispendiose.
Oltre a essere una delle canzoni più belle di Emoh, Mary ha
anche un soggetto inusuale: racconta la nascita di Gesù Cristo dalla prospettiva
di un ipotetico padre biologico. Da dove hai preso l’ispirazione?
Ho
ricevuto un’educazione cattolica… Ho sempre creduto fortemente
che Gesù avesse un padre sulla terra. C’è voluto molto
tempo affinché riuscissi a scrivere una canzone che presentasse questa
idea senza calcare troppo la mano…
Cosa pensi della scena folk di oggi? Sappiamo che ti piace Devendra
Banhart …
Mi
piace moltissimo Milk
Eyed Mender di Joanna Newsom... è bello
ascoltare qualcuno influenzato dagli aspetti positivi della folk music,
della cultura hippy e della “indie-democracy”…
Ascolto Joanna quasi sempre, tralasciando quasi tutto il resto della
musica folk.
Come dicevo prima, nella tua carriera hai attraversato molte fasi. Con Sebadoh
e Folk Implosion sei stato una figura chiave dello scorso decennio per molta
gente. Che rapporto vivi oggi con il tuo passato?
Litigo con Eric
Gaffney (membro fondatore dei Sebadoh, ndr.) sulle ristampe...Sfortunatamente,
il mio passato è un problema. E’ quasi impossibile che la gente
ascolti la mia nuova musica con una mentalità aperta, e poichè ho
avuto molto successo in passato, si dà per scontato che io abbia uno “zoccolo
duro” di pubblico.. purtroppo non è così. Sono molto
orgoglioso di quello che ho fatto in passato… Vorrei solo che la gente
ascoltasse le mie canzoni e mi desse una possibilità… ma scusami,
le mie sono solo le vecchie lamentele di un’ennesima “gloria
passata”.
In ogni caso, che differenza c’è tra il Lou Barlow di Gimme Indie Rock (singolo-manifesto
del 1991, ndr.) e quello di oggi?
Diciamo che oggi è meno probabile che faccia nomi di band nelle mie
canzoni…(in Gimmie Indie Rock si citano apertamente Sonic
Youth, Husker
Du, Pussy Galore ndr.)
Ad eccezione di oggi, hai sempre fatto parte di una band, appoggiandoti
a diversi partner (Jason Loewenstein, Eric Gaffney, John Davis, Imaad Wasif).
Senti ancora il bisogno di lavorare in team?
Si, ma non è possibile… mi piace lavorare in gruppo, ma le
amicizie con i miei collaboratori spesso si dissolvono quando la band entra
a contatto col pubblico… la gente dà troppa attenzione a me
e al mio passato, e loro finiscono per venire ignorati. In generale, lavoro
con persone che hanno identità molto forti e ambizioni musicali personali,
e che preferiscono non essere esclusivamente associate a me, alla fine.
Tu e Jason (Loewenstein, ndr.) farete nuovi dischi come Sebadoh?
Sappiamo che l ’anno scorso avete fatto un tour acustico…
Se Emoh venderà bene, forse sarà possibile riesumare i Sebadoh
con Jason. Sfortunatamente, dato che io ormai vivo a Los Angeles e lui a
Brooklin, avremmo bisogno di più soldi di quanto abbiamo al momento
per fare un altro album. Non c’è abbastanza interesse per sostenere
la band adesso… finché non potremo finanziare noi stessi un
nuovo progetto, non ci sarà un nuovo album dei Sebadoh, o un tour…
Hai un sito internet molto bello (www.loobiecore.com), che rispecchia fedelmente
la tua attitudine e la tua filosofia. Che rapporto hai con il web?
Il
mio sito internet è molto semplice da gestire... è una
cosa molto privata (vi si possono trovare disegni, mp3 rari, testi delle
canzoni e una bella pagina in memoria del compianto amico Elliott
Smith,
ndr.). Ricevo un po’ di feedback dai fan, ma non molto…Abbastanza
da darmi la sensazione di fare qualcosa di buono. Internet è parte
della mia vita, la posta elettronica consente a me e mia moglie di gestire
la mia carriera a distanza e di stare in contatto con persone che non potrei
raggiungere altrimenti… E, in definitiva, il sito mi permette di condividere
la mia arte e la mia musica senza il filtro dello showbiz… è una
cosa molto importante per me.
Verrai in Italia a promuovere Emoh? Avrai una band con te?
Sarò in tour in Europa a Maggio con un set acustico,
in cui suonerò da solo. Spero di tornare in Italia!

Avevamo lasciato Lou Barlow un paio di anni fa alle prese con The New Folk Implosion, ennesimo capitolo di una lunga saga che, attraverso diversi linguaggi musicali e altrettante ragioni sociali - Sebadoh, Sentridoh, Folk Implosion, senza contare i mitologici esordi come bassista nei Dinosaur Jr. di J Mascis - ha segnato le ultime due decadi di rock indipendente, contribuendo (non poco) a definirne i canoni. In casi come questi, l’inevitabile prezzo da pagare è quello di un catalogo tanto sterminato quanto dispersivo e, giocoforza, qualitativamente altalenante; se tuttavia si vuole trovare un denominatore comune nella produzione di Barlow, esso va ricercato in una creatività senza briglie, capricciosa, urgente, in continua ricerca di una via espressiva. In altre parole, di una casa.
Emoh (ovvero ‘home’ al
contrario) è appunto il titolo del primo disco solista
di Lou Barlow - o meglio, il primo disco in cui ha deciso di
usare il nome di battesimo senza nascondersi dietro moniker di
sorta. Una decisione importante, che non indica soltanto lo stop
(se temporaneo o definitivo, lo stabiliranno gli eventi) delle
attività collaterali
o di gruppo; Lou sembra voler soprattutto ritrovare/rivendicare
la
propria
identità, e lo fa puntando sulla semplicità, sulla
dimensione domestica.
L’album raccoglie una serie di canzoni registrate negli ultimi due anni
in quattro studi diversi (tra Nashville, Los Angeles, Hadley e casa propria)
con l’aiuto del produttore Mark Nevers (Bonnie ‘Prince'
Billy, Lambchop) e di
svariati collaboratori, tra cui i vecchi amici Jason Loewenstein e Russ
Pollard (Sebadoh) e il chitarrista Imaad Wasif (già in The
New Folk Implosion e Alaska insieme allo stesso Pollard).
L’impianto sonoro è prevalentemente acustico, con interessanti
inserti di Pro Tools e di Rhythm Box analogiche; in generale, il suono resta
comunque il più scarno possibile (in alcuni brani è possibile
sentire il naturale riverbero della voce), anche se siamo lontani dalle asperità lo-fi
cui il Nostro spesso e volentieri si è abbandonato in passato.
In queste quattordici ballate riaffiorano tutte le precedenti incarnazioni
di Lou, dalle primissime avventure come Sebadoh (quelli di The
Freed Weed, 1990) o in solitaria come Sentridoh (The Ballad
of Day Kitty), ai giochi in bassa fedeltà farciti di elettronica low
cost dei Folk Implosion (Confused, Caterpillar Girl,
in realtà scritta e registrata proprio per quel progetto e qui ripubblicata),
dalle improbabili cover (una trasfigurata Round and Round della band
heavy metal Ratt!), alle malinconiche ballads di metà’90
(Legendary, non troppo distante da Bakesale,
1994); la scrittura resta riconoscibile, forte di uno stile armonico e chitarristico
che è ormai un marchio di fabbrica consolidato, nonché delle
consuete, malinconiche liriche (per lo più incentrate su scontri relazionali).
Cosa c’è di nuovo dunque, a parte la - relativamente – inedita
veste acustica e il nome in copertina? C’è la consapevolezza,
la volontà di ottimizzare il risultato sfruttando al meglio
i propri mezzi affidandosi all’ispirazione, a quelle antiche
vibrazioni folk che lo avevano stuzzicato nel corso degli anni
ma, imbrigliate nelle dinamiche di gruppo, non erano mai venute
fuori del tutto. C’è lo scoprirsi songwriter nel
senso più classico del termine, lo sciogliersi in composizioni
che senza alcun timore reverenziale attingono dalla tradizione ‘roots’ americana
(alla maniera di un Oldham o
un Devendra
Banhart) mostrando una naturale ed innata vena compositiva
(le bellissime Holding Back The Year, Home, Royalty, Mary).
C’è il giocare – più o meno consapevole – con
i modelli (da Drake a Hank Willams),
per arrivare a risultati del tutto personali e distinti (Puzzle, Mornings
After Me, Imagined Life).
C’è, in altre parole, un Lou Barlow che si rivela autore folk
di tutto rispetto. Era ora. (7.2/10)

Disc 1
Disc 2 Extras
1991, The Year Punk Broke. Così recitava il titolo di un celebre documentario di Dave Markey su Sonic Youth, Nirvana e Dinosaur Jr., e quello fu proprio l’anno in cui finalmente, dopo aver covato sotto la cenere, esplose il fenomeno dell’alternative rock, in buona parte grazie alle band protagoniste di quel film. In settembre usciva l’album che avrebbe sancito l’inizio della nuova era, Nevermind; in contemporanea Lou Barlow, il reietto del Dinosauro, dava ufficialmente il via a una nuova avventura che avrebbe a sua volta istituzionalizzato un ulteriore mondo sotterraneo (una sorta di underground dell’underground, se volete). In realtà, già da diverso tempo l’ex bassista aveva trovato un’intesa con il vecchio amico Eric Gaffney – chitarrista, batterista, autore e “terrorista musicale”, nelle parole di Barlow – inaugurando dapprima i Sentridoh (1987), poi appunto i Sebadoh, sigla sotto la quale erano uscite le due cassette The Freed Man (1989) e Weed Forestin’ (1990), raccolte di folk song casalinghe, sound collage amatoriali e giochi con i nastri dei due; ma soltanto con l’inserimento di Jason Loewenstein (a sua volta chitarrista, batterista e autore) e un accordo con la Homestead il progetto prese effettivamente, da esperimento di home recording qual era, la forma che ne consentì partenza ed evoluzione negli anni, fino allo stop del 1999 - interrotto da sporadici tour acustici e relative voci di ripresa.
Quello di III è un gruppo rock come probabilmente se ne vedevano pochi nel 1991, un mostro a tre teste basato su un equilibrio quanto mai precario (allergico alla routine, Gaffney abbandonerà nel giro di un paio d’anni, non senza aver lasciato il segno), tanto che in questo caso la diversità e la varietà compositiva sono un’inevitabile conseguenza ancor prima che un difetto. I ventitre brani del disco costituiscono un mosaico schizofrenico e imprevedibile, in cui l’indie-emo, l’hardcore e il folk dolente di Barlow (in The Freed Pig, God Told Me e Total Peace c’è tutta una carriera) convivono con i folli esperimenti psych di Gaffney (i quasi sette minuti conclusivi di As The World Dies The Eyes Of God Grow Bigger, o le altrettanto stranianti Violet Execution e Supernatural Force), con un Loewenstein non ancora perfettamente inserito (vedi il jazz-noir di Smoke a Bowl, il country “nirvanico” Black Haired Gurl e Hoppin’ Up And Down, in odore del primissimo Lanegan solista - ma il suo apporto diventerà significativo soltanto in seguito); ad intorbidire ancora di più le acque, accanto a questa nuova impostazione “rock” riaffiora in coda all’album l’impronta collagistico-acustica delle prime cassette (Hassle, No Different, Spoiled).
Una specie di White Album dell’indie rock, insomma; di lì a poco verrà il Sgt. Pepper’s del caso - ovvero Slanted & Enchanted dei Pavement - e il resto, come si dice, è storia. Ma il valore di III, più che musicale - per chi scrive, i Sebadoh il meglio lo avrebbero dato nel post-Gaffney con Bakesale (1994), quando non ancora prima con la tripletta Vs Helmet / Rocking The Forest / Bubble And Scrape (1992-93) - è storico-ideologico: con questo disco il lo-fi irrompe nell’alternative in maniera esteticamente fondante, non più – non solo - come una mera necessità legata alla carenza di mezzi; da allora in poi la bassa fedeltà sarà uno stile, ed essere sgangherati e disgraziati diventerà - perversamente - tanto cool quanto, per dire, i Sonic Youth. Ma, a sentire un recente Lou Barlow, c’era anche qualcosa in più: “Sentivo che la musica underground era diventata mono-dimensionale, rumorosa, e la mia reazione a ciò fu di prendere in mano una chitarra acustica. Sapevo di percorrere la via giusta, anche se la gente diceva che ero una ‘fighetta’: piano era il nuovo forte” (da un’intervista a Mojo). Parole che, seppur nel tipico stile vittimista e autocommiserativo del Nostro, suonano maledettamente bene.
La ristampa expanded targata Domino dell’estate 2006 arriva a suggellare l’attuale momento di rivalsa dell’indie, mentre Barlow continua a girare il mondo coi riformati Dinosaur Jr e annuncia un tour autunnale con Loewenstein, che a sua volta aveva fatto alcuni concerti con Gaffney nel 2005. In attesa di una – a questo punto fin troppo prevedibile – reunion, ecco intanto un cd extra che include lo storico EP Gimmie Indie Rock del 1991 (ça va sans dire, l’inno di una - un’altra – generazione) e qualche imperdibile oddity come Showtape ’91 (umoristico collage di false presentazioni del tipo: “i salvatori dell’alternative rock, i vostri fumatori d’erba preferiti, Jason, Eric e Lou, i Sebadoh!”); ma che in realtà consta per la maggior parte di demo di Gaffney, quasi a ribadire che Sebadoh non è mai significato soltanto Barlow. Di fronte al ritrovato riconoscimento del pubblico, siamo sicuri che all’occhialuto Lou non dispiacerà più di tanto.

Ultimamente il buon Lou Barlow non si sta facendo mancare niente, ma proprio niente. Non gli bastano le proficue reunion di Dinosaur Jr. e Sebadoh (in tour negli States in questi giorni), trova persino il tempo per scrivere ed incidere cinque canzoni tutto da solo, rispolverando per l’occasione il vecchio moniker che era solito usare in situazioni come questa, Sentridoh.
Mirror The Eye riparte da dove lo avevamo lasciato un paio d’anni fa, da quell’Emoh che nella sua fragilità acustica trovava una compiutezza (quasi) definitiva; oltre a riprenderne il mood pacato e riflessivo in Yawning Blue Messiah e You’re A Goat, Lou si diverte ad intorbidire il suo ormai caratteristico intimismo folk con sconcezze lo-fi di fondo, vedi Faith Defies The Night e la title track che riportano dritte ai tempi di Bubble And Scrape (1993) e dei primi esperimenti dei Folk Implosion. Il preludio al nuovo – e ormai probabile - album dei Sebadoh? (6.8/10)

Ci sono due modi di vedere il debutto dei Sebadoh: o come uno dei manifesti supremi dell’innocenza in musica, o come un enorme mucchio di immondizia. Che oggi diventa ancora più enorme, nel momento in cui ai trentadue brani dell’LP originale si sommano le outtakes e inedite dell’accorta ristampa della Domino, fino a raggiungere la titanica lunghezza di 52 tracce. Prendiamo per buona la prima opzione, se non altro per rispetto. Giova specificare, a beneficio dell’incauto ascoltatore, che per la maggior parte si tratta di bozzetti di melodie, bizzarri giochi di rec&play, timidi accenni di canzoni, campionamenti primordiali, bisticci punk, scampoli folk. Tutto registrato in una stanza da letto su uno scassatissimo registratore portatile. Intimismo pre (post) puberale alla Daniel Johnston? Semmai ludus sfrenato, attitudine più che mai free e creatività al potere, senza filtri o compromessi di sorta. Come quando si gioca da bambini. Se-ba-doh. Tre sillabe che non vogliono dire proprio nulla, alla stregua di certe parole inventate da piccoli.
Nel 1988 Lou Barlow piccolo non lo era più da tempo, anzi stava per diventare Grande - con la maiuscola - in seno ai Dinosaur Jr. La storia insegna che quel cattivone di J. Mascis volle tenersi il giocattolo tutto per sé, e così all’occhialuto bassista non rimase che trovarsi un nuovo compagno in Eric Gaffney, un tizio tanto strano da accollarsi gli esperimenti da mangianastri che Lou aveva cominciato a escogitare col moniker Sentridoh (oltre che in Poledo, il più freak dei brani del Dinosauro).
Pur lontano dall’essere un vagito puramente artistico dei neonati Sebadoh - per quello bisognerà aspettare III-, The Freed Man apriva un mondo di possibilità virtualmente illimitate per una generazione intera, ancor più degli antecedenti illustri di Jandek, il citato Johnston e Beat Happening: il centro del mondo è la propria cameretta, per fare musica non serve nient’altro che una cassettina e tanta, tanta fantasia. Le congiunture storiche sono favorevoli - fasti dei Dinosaur a parte, la Homestead proliferava, e la Drag City di Pavement e Royal Trux stava giusto nascendo; e così piace pensare che Beck stia ancora ringraziando, mentre è risaputo che uno come Cobain avrebbe venduto l’anima al diavolo per godere dello stesso lusso. Si sarà capito, aldilà del valore storico l’ascolto odierno - così come quello di allora, supponiamo – non dirà granché; è un reminder comunque necessario, specie oggi che Lou, Eric e Jason Loewenstein sono tornati insieme per assaporare i dolci frutti della gloria postuma. (6.5/10)

Continuano le ristampe espanse dal catalogo di Lou Barlow, Jason Loewenstein e Eric Gaffney: con la band riformata per l’occasione e un tour della serie Don’t Look Back dedicato alla sua riproposizione integrale on stage, adesso è il turno di Bubble And Scrape, da molti considerato il loro picco creativo (per chi scrive è, per superiore qualità di songwriting e compattezza, il successivo Bakesale). Nel 1993, quest’album fu l’ultimo composto e registrato dalla formazione originale, prima che l’umorale Gaffney alzasse le barricate contro Barlow per dedicarsi ai suoi bizzarri esperimenti in solitaria e permettesse ai compagni di proseguire verso una naturale “normalizzazione” - in parte intrapresa in questo lavoro, più fermo nella scrittura rispetto ai predecessori.
Nondimeno, le diciassette tracce della scaletta originale sono probabilmente il più efficace esempio dello sfrenato eclettismo sfoggiato dai Sebadoh da III in poi; con tre autori polistrumentisti a pieno regime, l’ascolto è un continuo caracollare fra sferzate elettriche in fedeltà più o meno bassa (Sister, Sixteen, Two Years Two Days), ballate folk / post / emo (Cliche, Homemade, Happily Divided) e pastiche rumoristici, dissonanti ed incontrollatamente folli (Fantastic Disaster,Elisir Is Zog, Emma Get Wild, No Way Out, Flood). Come se Sonic Youth, Nick Drake, Slint, Husker Dü, Zappa, Half Japanese, Skip Spence, Daniel Johnston, i primissimi Flaming Lips, Residents e Captain Beefheart si fossero dati appuntamento nello stesso disco, insomma, uniti da sistematica amatorialità e non troppe regole. Non “il”, ma di certo “un” classico del suo genere. Come per le precedenti riedizioni di IIIe The Freed Man, la Domino aggiunge la consueta coda di bonus tracks, stavolta meno generosa del solito: “solo” 15 fra demo e outtakes del periodo, fra cui spiccano l’urgente Reject e una versione acustica dell’opening track Soul And Fire, una delle tante piccole perle del fragile e sterminato repertorio di Lou Barlow. (7.3/10)