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Melvins

di AA.VV.
cover
  • Elks Lodge Christmas Broadcast
  • If You Get Bored - live radio
  • Forgotten Principles
  • Snake Appeal
  • [flower]
  • If You Get Bored
  • Set Me Straight
  • [communist star]
  • I'm Dry
  • Forgotten Principles
  • I Don't Know
  • Matt-Alec
  • The Real You
  • Run Around
  • Keep Away From Me
  • [clover]
  • Bibulous Confabulation (during rehearsal)
  • [iron cross]
  • [pencil]
  • Matt-Alec
  • "Walter"
    [broken scissors]

Mangled Demos From 1983 (Ipecac / Wide, 2005)

di Lorenzo Filipaz

King Buzzo e Dale Crover hanno sempre voluto essere nei Kiss, apprezzandone soprattutto la macchina mitopoietica e la cifra buffonesca della loro tracotanza. I Melvins hanno costruito il loro motore sulla base dello stesso progetto, trasponendo sovversivamente questa egoarchia parossistica nei torbidi circuiti dell’underground americano.
In linea con questa politica hanno foraggiato i loro fan, soprattuto negli ultimi tempi, di demo, bonus-tracks e alternate takes attraverso una pletora di ristampe e compilation, istoriando via via la loro discografia con sempre nuove leggende sulle origini. Con Mangled Demos siamo arrivati alla Genesi, ci troviamo infatti alle prese con le primissime registrazioni, quando Crover non era ancora della partita e i Melvins erano quindi Buzz Osborne, Matt Lukin e Mike Dillard.

Era il periodo in cui Buzzo passava a Christ Novoselic i dischi dei Flipper, dei Circle Jerks, dei Black Flag… era il periodo della “promiscuità” con i futuri Nirvana in effimeri progetti come i Fecal Matter (con Cobain alla batteria, Crover al basso e Dillard alla chitarra!). I protagonisti avevano 18-19 anni, l’indie americano era ancora in fasce ed il concetto di Alternative non era ancora nato. Ed è proprio il valore storico a rendere alettanti questi Demos anche al di fuori della cerchia dei più infoiati melvin-maniaci, si tratta infatti di una full-immersion in quell’oscura e brulicante brodaglia chiamata post-hardcore, dalla quale avrebbero attinto linfa malata Butthole Surfers, Scratch Acid, Cows, Big Black.

I Melvins erano appena passati dalle cover di Hendrix e Who al punk di Sex Pistols e Black Flag e nel testone di Buzzo (ancora piuttosto contenuto all’epoca) allignava già la luciferina idea di unire l’hard-rock/metal all’hardcore-punk, incrocio su cui sostanzialmente avrebbero poggiato le impalcature di tutto l’Alternative a venire, dal grunge al thrash.

Come si può facilmente arguire dall’ascolto le componenti erano nel ’83 ancora piuttosto disgiunte, così in qualche pezzo affiorava la più plumbea polpa sabbathiana (vedi le due takes di Matt Alec), altrove emergeva invece la più feroce ignoranza hardcore (come in Pencil o nella prima versione di Forgotten Principles, poi nei singoli), capitava anche che si giocasse d’eclettismo combinando insieme le due anime ma senza imbastardirle (Flowers) ma poi ecco che infine le cose inziavano ad amalgamarsi in stupefacenti hard-rock settantini iniettati di lascivia punk (I’m Dry) o in numeri hardcore declinati in spirito metal (la prima versione di Snake Appeal). Siamo ancora ben lontani dalla formula di 10 Songs e Gluey Porch Treatments fatto di magma proto-doom dalle sfumature sludge (anche se il loro primo classico Set Me Straight qui presente indica già la via) a cui Buzzo giungerà soltanto con l’apporto del drumming massiccio e funereo di Crover, ma proprio in ragione dell’amarognola immaturità del frutto esso ci risulta pregiato.

I fan non potranno non apprezzare la chicche, come la primissima registrazione del gruppo ad un Elks Lodge Christmas Broadcast (!!!), mentre chiunque sia interessato alle dinamiche dell’humus proto-indie americano degli ’80 troverà imperdibile l’alto valore storico di questo artefatto, il quale - come si può facilmente intuire - è inversamente proporzionale al suo valore musicale, per questa ragione siamo costretti a fare un’infelice media e approdare a un freddo e politico (6.0/10)

cover
  • Pearl Bomb
  •  Hooch
  •  Night Goat
  •  Lizzie
  •  Going Blind
  •  Cop-Ache
  •  Set Me Straight / Och
  •  Sky Pup
  •  Teet
  •  Joan Of Arc
  •  Honey Bucket
  •  Hag Me
  •  Spread Eagle Beagle

Houdini Live 2005 (Ipecac / Caroline, 16 maggio 2006)

di Michele Saran

Duri a morire, i Melvins. Vuoi per le collaborazioni, da Jello Biafra (2004 e 2005) ai Lustmord (2004), vuoi per la nuova ribalta del genere da loro inventato/codificato (stoner-doom, drone metal, post-metal, neo-sludge, e avanti così), vuoi per l’apporto dell’indimenticabile frontman K Buzzo al frankenstein Fantomas di proprietà dell’amico Mike Patton. E Patton, si sa, tende a esagerare in tutto. Nonostante questo eccessivo darsi manforte, non ultimo l’inutile e fracassona big band Fantomas-Melvins, le sconcerie discografiche della sua (pur intelligente) Ipecac continuano. Mancava solo la versione interamente live (sottotitolo: A Live History of Gluttony and Lust) di quel delicato album che risponde al nome di Houdini (Atlantic, 1993), che all’epoca ebbe la non indifferente responsabilità di traghettare dal pesante passo sulfureo dei Melvins storici, a una forma di screziato divertissement ultra-hard-rockeggiante (del quale il Cobain buonanima sapeva qualcosa).

Se nel disco di studio la cosa funziona, in Houdini Live 2005 si scade spesso in registri (auto-)referenziali. Registrato alla passata edizione dell’All Tomorrow’s Parties per la rassegna Don’t Look Back (Gang of Four, Dirty Three, Stooges, etc.), con Trevor Dunn al basso, l’ascolto si dimostra pesante, inusitato, finanche gravoso. Ci si sente quasi in colpa, tanto per quell’iniziale Pearl Bomb, che qui perde di colpo la sua aura Suicide-Primus, quanto per la rabbiosissima Copache, ora degenerata in diligente compitino per casa.  Così, mentre i repellenti esperimenti e i cinici sguardi al futuro subiscono l’appiattimento della registrazione live (invero non inascoltabile, sul piano della qualità), la dimensione programmatica dell’iniziativa fa rigurgitare Hooch, Joan Of Arc, Sky Pup, e via via fino al lungo incubo post-industriale di Spread Eagle Beagle, come bozzetti senza fantasia, colore, o coinvolgimento - di qualsiasi tipo - all’ascolto.

L’unico risultato tangibile Buzzo e Patton, oltre alla tracklist leggermente variata, lo rendono dimostrando all’indie-mondo intero, una volta per tutte, che Houdini è (stato) il Dark Side Of The Moon del trio. Al lato pratico (musicale), ahinoi, meno di un pugno di mosche. (3.8/10)

cover
  • The Talking Horse
  •  Blood Witch
  •  Civilized Worm
  •  A History Of Drunks
  •  Rat Faced
  •  The Hawk
  •  You've Never Been Right
  •  A History Of Bad Men
  •  The Mechanical Bride
  •  A Vast Filthy Prison

A Senile Animal (Ipecac / Caroline, 10 ottobre 2006)

di Michele Saran

Detto (cfr. Houdini Live 2005) e confermato. Gli animali Melvins calano nuovamente l’asso delle collaborazioni imprevedibili, oltre a far leva sulla fidata produzione Ipecac. Stavolta Buzzo e Crover chiamano a sé i Big Business e scodellano l’ipotesi della doppia batteria, riuscendo a svecchiare di quel tanto il sound Melvins di secondo letto.

La cosa tiene botta per metà del (non lunghissimo) album, o quasi. Anzitutto c’è Civilized Worm, la più rappresentativa, doppia batteria e riff melodico tardi Soundgarden, vocals mefistofeliche e variegate interferenze ritmiche. Quindi viene la doppia sfuriata poliritmica di Rat Faced e The Hawk, ripiena di frustate strumentali e riff angolosi Motorhead. Blood Witch, power chord spezzati dalla proverbiale lentezza, e l’opener The Talking Horse, monster-riff zoppicante, completano il quadro.

Quel che rimane è un tentativo di passare dalla teoria alla pratica. Le batterie si arrabattano, picchiano e rimbombano, ma il tutto suona come sovraincisione metalcore fuori registro (A History Of Drunks), o bombardamento ritmico fine a sé stesso (A History Of Bad Men), mentre la chitarra di Buzzo si dedica a sonnolenti assoli psych vicini a certi Comets On Fire (A Vast Filthy Prison), o distorce senza particolare fantasia (The Mechanical Bride).

Più in generale, se da una parte l’album dimostra solida esperienza, dall’altra è compromissorio e reverenziale.  La poca ambizione, necessaria per far spazio al potenziamento ritmico, è cosa simpatica ma confusionaria, pure di comodo, complice la furba produzione che esalta gli alti volumi d’ascolto. E l’arrangiamento, vero punto debole, spesso non è altro che scintilla hard rock. Avessero voluto omaggiare le loro radici, bastava anche meno. Altrimenti ogni scusa è davvero buona per non far estinguere la senile specie. (5.6/10)

cover
  • The Kicking Machine
  • Billy Fish
  • Dog Island
  • Dies Iraea
  • Suicide in Progress
  • The Smiling Cobra
  • Nud e with Boots
  • Flush
  • The Stupid Creep
  • The Savage Hippy
  • It Tastes Better Than the Truth

Melvins – Nude With Boots (Ipecac, 8 luglio 2008)

di Edoardo Bridda

A due anni dal motorizzato Senile Animal e le tournée di Houdini e Jello Biafra, i Melvins continuano a obliterare album ad uso e consumo dei propri accaniti fan e lavori più sperimentali. Come sempre del resto. Nude With Boots, sempre in collaborazione con i due Big Business se da una parte smorza le pose maschie, dall’altra regala un retrogusto late sixties per nulla retorico. Anzi, va a corroborare la tesi secondo la quale ogni album di Buzzo e Crover muove lentamente in una varianza rispetto alle aspettative rinnovando continuamente il fairplay arcinoto del duo. Sabbath e primi Swans da qui all’eternità, eppure aggiungere o meno strumenti, aumentare o rallentare il ritmo, non è mai stata una questione aritmetica. Accostando l’orecchio alla nuova prova, ci si rende conto del maggior affiatamento dei quattro: partiture più ariose, assoli strampalati, batterie sotto controllo, ritmi più lenti, e gli umori sixties sopraccitati marciti tra utopia e un evo incombente a dare quel tocco in più (i ralenti di Dies Iraea e It Tastes Better Than the Truth, fanfare funebri o pose anti-vietnam woodstockiane sepolte sotto il fuoco di Altamont), infine qualche manovra ambient electro a contorno. Difficile rendere a parole la facilità e il gusto con cui i Melvins si destreggiano nell’ovvio. Bisognerà fidarsi di chi vi scrive che garantisce la presenza anche di un ariete come Billy Fish dal cingolato di lusso firmato Crover. Un album discreto. Ma nessun registrato è bello come sentirli dal vivo. (7.0/10)