Quattro anni fa Primavera Sound era solo un nome tra i tanti nel panorama dei festival estivi. Oggi è tra le più acclamate e rispettabili manifestazioni del suo genere, importante quanto (e forse anche più) i conterranei Sonar e Benicàssim. Vi raccontiamo l’ultima, stupefacente edizione.
Protagonista di una folgorante ascesa nel panorama degli eventi musicali mondiali, Primavera Sound, il festival spagnolo sponsorizzato dalla birra Estrella Damm (l’equivalente della Duff simpsoniana, soltanto molto meno alcolica), è assurto nel giro di pochi anni a più che attendibile barometro della musica popular a più livelli, esibendo un numero sempre maggiore di nomi blasonati dell’ indie rock attuale senza tralasciare i rivoli più sotterranei del cantautorato contemporaneo, con un notevole occhio di riguardo verso alcune vecchie glorie del passato ( senza – almeno finora - le “marchette” di artisti come Oasis o Cure, certo famosi, ma non di certo per la qualità dei loro ultimi album).
Facendo un po’ di storia, soltanto quattro anni fa l’organizzazione aprì le danze - è il caso di dirlo - con un festival lontanissimo per concezione e orientamento da quello attuale: il roster comprendeva dj e personaggi legati alla scena House e Techno, in tutto una ventina scarsa di musicisti, tra i quali le superstar di genere Armand Van Helden e Carl Craig; con il Sonar a far concorrenza, il risultato era poco più di una versione rave di quel prestigioso evento elettro-mediatico. Basterà poco per rifarsi l’anno successivo, cambiando non soltanto musica ma anche l’idea attorno al festival.
Messo in secondo piano l’interesse dance, l’orientamento voltò verso l’elettronica meno allineata: vengono chiamati Aphex Twin, Andrew Weatherall e Chicks On Speed, e nel contempo si aprono porte importanti all’indie folk (Cat Power) e a certe sofisticatezze pop (Tindersticks e Pulp). Una miscela più eterogenea dunque, che nel 2003 sfocia in un’esplosione di cantautori (Adam Green, Arab Strap, The Folk Implosion, The Go-Betweens, Ed Harcourt, Thalia Zedek, L'altra, Julian Cope), di celebrati protagonisti dell’ indie rock (White Stripes, I am kloot, Mogwai, Teenage Fanclub, Godspeed you! black emperor) e naturalmente dei soliti noti: i Sonic Youth, cifra di ogni buon festival che si rispetti.
Il vero tourning point dell’annata in questione è comunque lo show dei Television e degli Wire, il segno di una chiara strategia organizzativa che, oltre ai nomi degli artisti in tournée promozionale, vuole fortemente formazioni “classiche” che facciano da ponte tra il passato e il presente. L’intuizione non è di poco conto: il pubblico vuole conoscere la portata degli artisti mitizzati dal revival punk-wave-synth pop imperante di questi anni, ha fame di avvicinarsi alla storia e di annullarne la linea temporale.
E così, con questa grande intuizione in testa, arriviamo ai fasti delle line-up delle due edizioni recenti, all’insegna di nomi grandi (a volte grandissimi). Stelle in grado d’azzerare la timeline, in perfetta sintonia con lo streaming virtuale totale dell’era dell’I-pod e dell’mp3.
Nel 2004 il festival si svolge per l’ultima volta nel celebre Poble Espanyol, un quartiere un po’ chic decisamente accogliente che tuttavia inizia a stare stretto all’assortito numero di musicisti chiamati a esibirsi. Si decide d’espandere e “specializzare” i palchi dedicati alle scene locali, specie quella spagnola e francese (Benjamin Biolay, Dominique A) ma, rispetto alle edizioni precedenti, è appunto il disegno attorno ai mostri sacri a fare la differenza. Il gioco è dei più avvincenti: da una parte alcune glorie degli inizi dei novanta come Pj Harvey, Pixies, Mudhoney e Primal Scream, dall’altra i fasti punk e no-wave degli ottanta di James Chance & the Contortions e Mark E. Smith con i suoi Fall.
Il successo di quell’ideale match musicale, che per un fine settimana ha azzerato le barriere temporali, vara l’evento Primavera come appuntamento imperdibile. Sono più di ventimila a emozionarsi alla performance cardine dei Pixies e non è facile dimenticare la qualità dell’offerta globale (Devendra Banhart, Casiotone For The Painfully Alone, The Divine Comedy e !!!).
Assurto a evento internazionale di prim’ordine, Primavera Sound 2004 è il miglior il trampolino di lancio per l’edizione appena trascorsa, a dir poco ambiziosa sia per location sia per numero di invitati. Un’ottantina di artisti/band sono stati chiamati a esibirsi in una miriade di palchi e palchetti presso il Forum, un perfetto scenario a ridosso del mare a metà tra l’industrial fine settanta (c’è una fabbrica sullo sfondo che par di stare a Sheffield) e un quartiere di qualche mondo di Star Wars (vedi l’Auditori, un monolito blu che sembra composto di qualche lega di trellium).
La serata di giovedì - da noi battezzata ironicamente emul rock night - vede sul palco principale band per lo più esordienti sfidarsi sul terreno del wave rock per il nuovo millennio. Dopo un mesto concerto del folkster catalano Xavier Barò, si inizia per davvero grazie al punk sgangherato e off degli Art Brut che, sin dagli inizi, catturano un certo interesse. Buono il pathos e il declamare di quelli che paiono già degli instant classic britannici come Formed a Band, un cingolato abrasivo a la Fall, Rusted Guns of Milan, dallo strascico melodrammatico e iconoclasta, Emily Keane, il singolo catchy sulla falsariga dei Libertines; il palco poi è tutto per il frontman Eddie Argos che, vestito in cravatta e camicia come ogni buon art-rocker, parla stralunato e ironico con il pubblico, sbraita prolisso, slanga working class a non finire e ironizza su tutto e tutti con una teatralità spassosissima. Il riferimento imprescindibile? Manco a dirlo: Mark E. Smith, il cui punk di provincia è reso certo in modo più leggero e patinato ma non per questo meno ficcante.
Subito dopo, sullo stesso palco, il pubblico attende il turno di altre giacche, camicie inamidate e cravatte: i Maxïmo Park, formazione di Newcastle osannata da NME (e da molta stampa nostrata), anch'essa proveniente dalle fila dell'art-rock, fresca di pubblicazione su Warp dell'esordio A Certain Trigger.
Eppure, brani come Signal & Sign, Graffiti, Limassol e The Night I Lost My Head, se avranno avuto la spinta dell'etichetta che rese famoso Aphex Twin, non paiono spinti dalla giusta carica propositiva, piuttosto pare che sia la malsana componente taglia e cuci a farla da padrone rasando così al suolo ogni interesse (vero è anche che, a sentire due gruppi emul di fila, il giochino mostra la corda da subito). Il feel è di un miscuglio di luoghi comuni che a tratti sa molto (troppo) di Franz Ferdinand (pur sempre senza l'alienazione febbricitante del quartetto), a tratti di Strokes (tolti della caratteristica patina poppettina) e di Interpol (ma senza un pathos convincente) a cui si possono aggiungere altrettanti e più formazioni del passato (XTC, Jam, Gang Of Four, Echo & The Bunnymen, Smiths e soprattutto i primi Ultravox!, quelli col punto esclamativo); insomma, le caratteristiche di un gruppo che non entusiasma e a tratti irrita. De gustibus? Forse…
A concerto terminato, l'attesa per la prima spagnola degli Arcade Fire - headliner in una serata inaugurale senza grandi nomi - si fa spasmodica. La formazione, scoperta e distribuita dalla stampa nostrana con un ritardo da epoca del vinile (ma culto su Internet fin dagli esordi), è anticipata da un viavai di persone a sistemare il palco che ha il sapore dei grandi eventi. Tra viole, violini e violoncelli, pedaliere, leggii, tastiere, chitarre, bassi e batterie, tamburi e tamburoni, lo staff si adopera come se stesse preparando l'entrata di un'orchestra e, in effetti, è così. Quando entrano Win Butler, Régine Chassagne, Richard Reed Parry, Tim Kingsbury, Sarah Neufeld, Jeremy e Will Gara, i ben sette canadesi componenti della band, è ovazione.
Lo show è parso diviso in due parti: la prima caratterizzata da una scenografia pomposa dalla forte presenza di archi, la seconda più orientata al live act con la predominanza del fulcro elettrock; tutto sommato il set ripercorre pro e contro dell'album d'esordio: canzoni eterogenee, magari troppo diverse che specie dal vivo sono state rimpolpate con pesanti infiorettamenti operistici. La band comunque non nasconde un indubbio talento anche di fronte della debolezza di una Chassagne, troppo insicura nelle parti vocali e al violino. In barba a ogni reticenza dei sottoscritti il pubblico incensa l’evento con grandi festeggiamenti sul finale. Chiudono gli spettacoli sul palco principale le glorie locali Los Planetas; resta giusto il tempo per dare un’occhiata a quanto combinano gli Isis sull’altro palco: un vortice crescente di cavalcate psichedeliche tra stoner e sentori seventies, con un tasso di decibel veramente alto. Meglio conservare le energie (e i timpani) per quella che sembra già una maratona infinita.
La concentrazione degli eventi del venerdì infatti è vertiginosa, ma già dall'inizio della serata si verifica un pasticcio organizzativo non da poco. Molti - tra i quali anche noi- accorsi per vedere l'esibizione di Antony & The Johnsons all'Auditori, rimangono fuori per un ingiustificato "sold-out" e questo senza che vi sia stato preavviso o previsione alcuna su un fatto a dir poco scontato; un'ingenuità imperdonabile per un’organizzazione che si è sempre fregiata di avere le misure di controllo più avveniristiche del circondario (si veda lo scorso anno, con i lettori ottici delle impronte digitali del pollice al posto dei tradizionali tagliandi). Pazienza.
Al calar del sole, a scaldare i cuori degli astanti (e non solo, vista l’implacabile tramontana) è compito del gruppo di Andy Cabic, i Vetiver, anche qui con Alissa Anderson e Jim Gaylord alla base ritmica, oltre che il fido Devendra Banhart). La folk band suona come un duo, con Cabic e Banhart a intrecciare in souplesse una buona parte dei brani del più che buono esordio e qualche nuova chicca proveniente dall'eppì in uscita Between. Niente di stupefacente ma un buon inizio, composto e ispirato. Intanto a riscaldare il palco principale ci sono i Broken Social Scene, il gruppo più impronunziabile ai Bolognesi al mondo. Sul loro grande entertainment da palco vi sono pochi dubbi: a discapito di un’immagine anche fin troppo casuale, offrono un set coinvolgente che li conferma come i veri eredi dell'indie rock dei ' 90, in virtù di un suono stratificato (anche 5 chitarre, in alcuni pezzi) ma scorrevole, e soprattutto di brani ricchi di appeal. E pensare che è solo l’inizio della serata..
In quasi contemporanea, ecco arrivare scossoni significativi da uno dei migliori protagonisti dell’evento: Micah P Hinson. In un’improbabilissima divisa che lo fa sembrare un giovane Costello in versione nerd collegiale (cappello da baseball, occhialoni, telecaster imbracciata all’altezza delle ascelle), il ventunenne texano snocciola quel breviario d'amori spezzati che sono le 13 canzoni del suo esordio, consacrate come classici da un pubblico attentissimo, che le conosce a memoria e se le canta come se fossero delle Wish You Were Here! Grandi emozioni dunque, specie per quella caratteristica tutta live di Hinson di strozzare la propria voce come una gallina (o come il Black Francis più indemoniato, fate vobis) e di impelagarsi in rumorose scorribande chitarristiche al limite del noise.
A questo punto, ci troviamo di fronte a un bivio importante. Scelta che si fa difficilissima: David Thomas ha mezz'ora di tempo, dopodiché Iggy Pop, fenomeno e icona rock per eccellenza, suonerà sul palco principale con i vecchi compagni di cordata, gli Stooges. L'ex Pere Ubu è annoiato e depresso, beve più del solito e non disdegna qualche sigaretta, mentre alterna una seduta meditativa sullo sgabello posto al centro del palco e un dialogo sordo ma efficacissimo con due ragazzi molto speciali, i Two Pale Boys, forse i migliori sperimentatori in circolazione e sicuramente i più adeguati seguaci per i capricci e gli scampoli di genialità del totemico personaggio.
Thomas si concede qualche sipario dada improvvisando su frasi che gli arrivano dal pubblico: distrattamente chiede "Any particular song? …if you dare", oppure altrettanto naif provoca "Are there any questions?", poi imbraccia la fiasrmonica e altri filtri vocali a cui il pubblico di affezionati è preparato. Nessun brano del periodo dei 20 secondi sopra Tokyo, alcuni momenti di tenerezza per lo stanco cantautore e altri, aspri e mesmerici di una potenza disarmante. Così si presenta il Thomas oggi, caratura fragile di un alcolizzato eppure magnificamente evocativo, immerso nei liquami della propria musica, negli ambienti noir dei propri ricordi e visioni; doveroso seguirlo tutto, berselo alla faccia dell’iguana playmobil. Di tempo ce n'è, e infatti il concerto dura appena quaranta minuti, un soffio che si spegne all’annuncio della “canzone d’amore più bella mai scritta”, una struggente ballata obliqua che a detta sua non avrebbe mai potuto scrivere né Reed né Nico né Iggy Pop …e che solo l’autore di 18 Monkeys On A Dead Man's Chest poteva cantare.
E giunge così il momento di Iggy Pop, lo spettacolo visivo più potente del festival, il feticcio che il pubblico guarda stupito e compiaciuto. È lui, in faccia a chi lo vuole col fiatone alla seconda canzone, a catturare i plausi maggiori. È ancora lui che in barba a età e qualsivoglia remora si dimena a più non posso, sciorina tutte ma proprio tutte le mosse che l’hanno portato trionfante fino a questo palco: un tuffo tra il pubblico è obbligatorio, come lo è pure il tentativo di rompere una cassa, di tafferugliare con il servizio d’ordine. Poche parole sulla musica, peraltro egregiamente sostenuta dai fidi Stooges e da Mike Watt al basso: lo show dura un’ora e mezza e comprende tutti i classici (compresi quelli di Funhouse, col sax di Steve McKay a impazzare) più qualche cosa del Pop solista. I brani? Dobbiamo proprio citarli? I Wanna Be Your Dog eseguita allo spasmo (per ben due volte) è a conti fatti il pezzo Iggy della serata.
E pare che allestire i palchi con strumenti da ensemble acustico sia diventata un’abitudine per il Primavera Sound 2005… Sondre Lerche, il Michael J. Fox dello swinging pop norvegese, quando sale sul palco si fregia di un quartetto di fiati da una parte e uno di archi dall’altra. Al centro un quartetto rock in piena regola, con il minuto ragazzetto a suonare vorticosamente la chitarra e dirigere nervosamente. Oltre a quelli che si possono già definire piccoli classici, come Faces Down e Track You Down, tanti sono i brani nuovi suonati in quest’occasione da un Lerche al solito in ottima forma, ma che forse preferiamo nella più intima versione solista piuttosto che in questa grandeur bacharachiana. Troppa perfezione a volte guasta, e comunque c’è sempre troppo poco tempo questo venerdì.
Troppo poco per perdersi anche una sola canzone del grande ritorno dei New Order. Non che la band mancuniana abbia fatto meraviglie con l’ultimo album (di cui esegue ben tre brani nella primissima parte del concerto), tuttavia sentire dal vivo un Greatest Hits di una delle band che hanno segnato il pop degli anni ottanta è un’esperienza storica, quanto quella dell’Iggy show. Poco male se qualche problema tecnico rischia di compromettere la riuscita di alcuni brani: la sprezzante verve tipicamente mancuniana con cui Bernard Sumner e Peter Hook affrontano la situazione vale anch’essa il prezzo del biglietto. E, oltre alle perle Love Vigilantes, Bizzarre Love Triangle e Crystal, c’è anche spazio pure per l’inaspettato, per il mito: due i brani dei Joy Division suonati durante lo show, una discreta Transmission e l’indimenticabile Love Will Tear Us Apart che si aggiudica la palma di brano più ballato della manifestazione (ben in 25.000 a saltare!). Un bis doveroso con Temptation e Blue Monday (con un selvaggio Hook a pestare sui drumpad con la ferocia di un camionista) ci congeda dal live act più emozionante della tre giorni.
A questo punto non si avrebbe voglia di nient’altro, ma la notte è ancora lunga e a distendere l’atmosfera ci pensano i Mercury Rev, con uno show pinkfloydiano come non mai. Jonathan Donahue , complici i videoclip newage sul grande schermo alle sue spalle, appare sempre più come un santone che ama dispensare alla folla le sue massime filosofiche, cantore di uno psych-pop esistenziale; tuttavia lo spettacolo non è dei più riusciti, le esecuzioni sono fin troppo impeccabili e i Nostri freddini, anche se ascoltare una buona fetta di brani da Deserter’s Song ( The Funny Bird , Goddess on a Hiway , Opus 40, Holes) non guasta mai.
E siamo quasi in dirittura d’arrivo - e di forze - per i redivivi Human League di Sheffield, la band che lo scorso anno aveva dato forfait e stavolta si dimostra determinata a rimarcare un ruolo nella storia come prima e vera formazione synth-pop di largo successo. Fin dall’iniziale The Things That Dreams Are Made Of, il messaggio accattivante è chiaro: Kraftwerk sound for the masses! Ok, il profilo è differente e la convinzione del trio si traduce presto nell’ironia nostra e degli astanti, che un po’ apprezzano e un po’ inevitabilmente ridacchiano divertiti davanti un Philip Oakey che pare un conferenziere eccentrico a un esclusivo party dopolavorativo e le ex bellone dark Susanne Sulley e Joanne Catherall le classiche squinzie al seguito (mitiche loro, in quel caratteristico ballo ottanta da ferme à la Olivia Newton John…). Eppure Oakey, ora bell’e rasato e decisamente più in carne di quando crooneggiava in Reproduction, non si cura degli anni che passano e, fedele all’ultimo lavoro dei League (pubblicato per la Papillon nel 2000), ripercorre a ritroso i momenti migliori del repertorio da Travelogue al pessimo Romantic?, suonando quasi interamente Dare (ottime Don’t You Want Me e una bella ballata à la Joy Division come Seconds), l’inevitabile classicone che, sorpresa, suona fresco più di tante cose rev-synth dei nostri tempi.
Arrivati a tre quarti del concerto non si può non dare almeno una sbirciatina all’esibizione dei Piano Magic. La band, aspra e cruda, pare persegua una personale visione dark side del concerto dei Mercury Rev: ritmi dispari, tape-loop elettronici, distorsioni chitarristiche ambientali, voci mormoranti post-rock e la ferma intenzione di non voler concedere nulla al pubblico. E così con in testa un elettroclash sinaptico non di poco conto, la strada è verso l’uscita mentre una frase thrash di Oakey - “We will always be together, forever and ever” – picchia in testa.
Vista la disfatta del giorno prima, la giornata finale parte già con l’ansia da esclusione. L’arrivo è di gran lunga anticipato e, dopo un’attesa di mezz’ora e una fila apparentemente interminabile, riusciamo finalmente ad entrare nell’avveniristico e spazioso Auditori: un migliaio di posti a sedere, pareti nere e centinaia di luci a faretto. L’ideale location per uno spettacolo sonoro cui è difficile negare l’autorevolezza, quello dei sempre impeccabili, unici Tortoise. L’ensemble di John McEntire offre una più che convincente retrospettiva della sua carriera, proponendo un set vario nei toni e negli umori (math rock, aperture calipso e samba senza soluzione di continuità), e assolutamente coinvolgente. Circa settanta minuti di musica pulsante, viva, tutt’altro che fredda e cerebrale come l’ascolto su disco potrebbe suggerire, con i protagonisti che mostrano una creatività e una versatilità che pare non avere limiti (ad alternarsi sul palco tra due batterie, due vibrafoni, un synth, due chitarre e basso). Uno show di gran classe, capace di ammaliare anche i delusi da It’s all around you .
Appena il tempo di riprendersi e arriviamo subito a uno dei concerti più attesi della giornata. Per chi non avesse mai visto Echo & The Bunnymen dal vivo gli bastino questi pochi scatti impressi nella retina dell’ingresso del leader. Ian McCulloch entra a passo spedito. La camminata provocatoria è di quei tipi "that you don’t want to mess with"; il jeans rigorosamente cortarello in stile acqua alta; le scarpe bianche, ultraconsumate. da ginnastic;, il cappuccio, anch’esso bianco sdrucito con due strisce nere che esce dal bomberino sintetic. Il classico abbigliamento per la trasferta in curva del Liverpool, corredato dall’immancabile sigaretta e dagli occhiali da sole in plastica nera (sai mai). Tanto basterebbe per scambiare questo losco ceffo working class per Liam Gallagher (e l’età anagrafica di metà della ricostituita band favorisce pesantemente questa sensazione)... ma l’attacco deciso e inarrestabile di Going Up (da Crocodiles, 1980) mette subito in chiaro da che parte sia la stoffa, quella vera. Coadiuvato da un Will Sergeant in grandissima forma (le doti di questo misconosciuto chitarrista non saranno mai sufficientemente lodate), McCulloch sciorina uno dopo l’altro i classici della band, con un piglio sicuramente più maturo di come lo ricordavamo negli eighties ma senza mai comunque venire meno al personaggio (non si toglierà mai gli occhiali da sole e si allontanerà dai riflettori, invitando il pubblico a seguirlo sotto il palco). Una scaletta da sogno per ogni fan della band di Liverpool, pienamente incentrata sui primi quattro dischi (Villiers Terrace, All My Colours, Rescue, The Cutter, Back Of Love, Seven Seas) e con pochissime concessioni a materiale recente (Nothing Lasts Forever, il brano punta del come back del 1997), senza dimenticare hit come The Killing Moon e Lips Like Sugar; a coronare il tutto gli omaggi un po’ naif ai miti intramontabili di Ian, Jim Morrison e Lou Reed. La sensazione alla fine del concerto è la stessa che si ha riconsiderando a freddo la carriera dei Bunnymen: senza Bono e soci tra i piedi, forse la più grande band pop della loro generazione avrebbe avuto un altro nome…
Arriviamo ai soliti noti, i Sonic Youth , presenza onoraria d’ogni festival internazionale che si rispetti. Thurston, Kim, Lee e Steve pare che siano in tour perenne, e chi ha voluto togliersi lo sfizio di vederli negli ultimi anni è stato accontentato più volte. Lo show del resto è di quelli ordinari: una manciata di brani dalle ultime produzioni (tra cui qualche inedito, a dire il vero deboluccio) e poi giù a pescare dal vasto repertorio in maniera assolutamente disinvolta. Due gioiellini da Sister (PCH e Catholic Block), una chicca da Goo (Mote), e le immancabili commemorazioni di Teenage Riot e una sempre emozionante Expressway To Your Skull riescono a soddisfare anche il fan più esigente. Come da copione, i consueti affondi cosmici e sevizie scientifiche di bassi e chitarre, con un O’Rourke a fungere da jolly e una Gordon (solitamente l’immagine scenica della band) forse un po’ sottotono.
Il vero botto arriva in occasione dell’ultimo grande evento del festival: la reunion della band funk-punk per eccellenza, The Gang Of Four. Anche se a onor del vero g li attesissimi impiegano una manciata di brani per carburare il motore, la miscela esploderà fragorosa in un (dis)piacere acustico di masochistica e disorientante potenza. Sono in ottima forma: suono scarno ed essenziale, ritmiche tese e grande dispendio di energia. Jon King in particolare (al contrario del compagno di cordata Mark E. Smith) non sente quasi per nulla gli anni che passano, si muove e declama con giovanil rabbia, mentre un ottimo Andy Gill benché maggiormente segnato dal tempo è l’insostituibile intagliatore, seghettatore, cromatore e seviziatore delle sei corde che conoscevamo. Il caposaldo p-funk Entertainment con i tutti i suoi declami politici (At Home He's a Tourist, Damaged Goods, It's Her Factory) viene saccheggiato, ma il culmine lo raggiungono alcuni brani più motorizzati di Solid Gold , anche se c’è spazio pure per cose più recenti (un non ben identificato sabba industriale a ritmo di martello e incudine) che portano diritte all’ultimo album in studio datato 1995 (Shrinkwrapped).
Una performance definitiva, che non lascia spazio ad altro se non la convinzione di avere assistito alla conclusione ideale di una delle manifestazioni più esaltanti degli ultimi anni, per qualità del roster e dei live act.
Non ci resta che sperare ancora meglio per l’anno prossimo.
(non ce ne vogliano tutti gli altri partecipanti alla kermesse che non abbiamo citato).