Più di sessantamila presenze. Il mix di vecchie glorie post-punk, miti del rock e indie tuttifrutti ha dato ragione agli organizzatori anche quest’anno. Il nostro report sui tre giorni di un festival oramai arrivato al culmine della propria popolarità.
“Ma sei stato al Primavera”? Una frase oramai d’obbligo, che trottola per la rete come un diktat e si trasforma in parole, filmati e foto sparse in migliaia di siti, alcuni persino aggiornati live dalla location. Sono i segnali potenti di un festival, un happening che può contare su un popolo-fiume-in-piena di sessantaduemila persone. Un botto che si somma a un incremento – circa del 30% - rispetto allo scorso anno, una svolta per l’intero evento, che può a ben diritto considerarsi di massa e meritarsi la palma di act festivaliero più hype del continente.
Chiaro, non è soltanto una questione di cifre: quel mix tra vecchie glorie post-punk, autentici miti rock tout court e una marea di gruppi e microact da tutte le regioni del mondo, stravince e se a questo s’aggiunge il mito barcellonese, la location futurista, il mare e un’immagine coordinata studiata in ogni dettaglio, allora… beh, il Primavera è un appuntamento fisso per gli addetti (per noi lo è almeno da tre anni), e un barometro delle sottoculture europee, una fotografia dei suoni dei ’00 (e di quei ’00 che si poggiano sui ’70/’80, stra-attuali anch’essi).Un meeting point per gente sparsa nei territori nazionali e un osservatorio sui movimenti e le estetiche del popolo indie, che quest’anno per dire conta anche su una buona fetta di colorati e lattiginosi scandinavi oltre ai soliti britannici, tedeschi, francesi e una buona fetta di italiani.
A tanto calore il PS risponde con cento gruppi e un palco in più (quello che solitamente era adibito a discoteca post-evento), per un totale di sei location fisse in contemporanea. Tanta roba da far sembrare un po’ più piccolo - o se non altro più denso - quello spazio enorme, nel quale studiare le traiettorie musicali diventa più che mai doloroso e muoversi e ritrovarsi tra i volumi e la massa più complicato. Di pari passo spuntano anche gli inconvenienti: scelte strane come piazzare i Modest Mouse e i Battles nello stage “indie” dell’ATP (salvo un cambiamento lastminute per i secondi) e gli Architecture In Helsinki in quello dell’anfiteatro RockDelux, nonché i Fall nel main stage. Tutto ciò si somma a – novità per loro – vari problemi tecnici, come quelli incontrati dagli stessi Architecture e The Good, The Bad & The Queen (volume basso per tutto lo show, sovrastato dai bassi da discoteca), gli Smashing Pumpkins (salta l’audio in mezza canzone), i Built To Spill (soundcheck infinito e microfoni che partono, un concerto praticamente rovinato) e i Battles (corde che saltano e macchine che non rispondono).
Su dove porteranno questi segnali non ha senso congetturare; ma che l’edizione 2007 pare una gara di sms quello sì. Lo dobbiamo dire all’inizio perché erano tutti a mandar messaggini, un milione di messaggini interpersonali e musicali. Frasi e riff che s’incontrano e si troncano, un vagabondare un po’ frenetico e un po’ annacquato (dalla solita birra Estrella) e tanta fame in corpo. Fame di chitarre e fame di download, per retine e timpani in un evento che trasversalmente registra una componente tribale sempre più sentita ad ampio spettro (percussioni per i potenti Melvins, muniti di doppia batteria, e persino per i Parenthetical Girls), una cavalleria di funk bianco sempre solida e oro per i ballerini (Architecture, tutti i britannici wave-pop, Modest Mouse), e una sempiterna abbondante vena psichedelica (ancora Melvins, Fall, Wilco, Comets On Fire, Built To Spill, Isis…).

Ingredienti di questi anni, che circolano sotto messaggi potenti quali quelli lanciati dai Melvins, che assieme agli immancabili Sonic Youth (Daydream Nation), Slint (Spiderland), Comets (Blue Cathedral) e Dirty Three (Ocean Songs) propongono per intero un album “storico”. King Buzzo e soci sono i più impressionanti: con loro Houdini è la sintesi di un sound passato dalla selva pre-grunge all’arte concettuale, senza peccare dei difetti che solitamente si attribuiscono a queste operazioni. Il finale alla Boredoms poi è la cosa più potente e anti-show che il festival abbia registrato: oltre quindici minuti di tribalismo su una cover di Country Joe And The Fish e imprecazioni anti-Vietnam. Altri messaggi importanti per Parenthetical Girls e Battles: gli act più freschi del momento, vuoi per presenza sul palco, vuoi per proposta musicale (la prosopopea irresistibile dei primi, il matematismo freejazz per macchine e strumenti dei secondi); buona tenuta anche per gente affermata come Blonde Redhead (scienza della malinconia) e naturalmente Modest Mouse, che fanno faville con una scaletta killer e un Johnny Marr pienamente partecipe.
I Low sono al solito magici, e lo stage dell’ATP premia il classico live del trio con calore e trasporto. Come diciamo da sempre, non c’erano dubbi sulla sanguigna carica garage dei Black Lips, tra blasfemie Beatles e punk’n’blues’n’roll a rotta di collo. Messaggini e frasi troncate invece per i Dirty Three, castigati in uno stage dispersivo e poco incentivati dal pubblico, come per gli Slint la cui re-reunion è un affare oramai senza molto senso se non quello di godere di un impianto imbattibile (e chi ha voglia di noto, ha goduto); come non si può dire bene di Beirut, anche qui non tanto per questioni di performance quanto per un discorso di palco (e volumi). Noiosi tout court invece Pelican e Isis, praticamente conscio e subconscio del metal passato al post-rock di Louisville, un po’ scialbo lo psych rock dei Black Mountain (cugini meno dotati dei Brian Jonestown Massacre) e senile il fairplay new age con residui fai da te dei Durutti Column in trio.
Ma parliamo dei big. Tutti bravi, decisamente: i Wilco primi della classe, con folla oceanica adunata per il loro folk intimista che ogni tanto prende pieghe opposte; i White Stripes, eccezionalmente in tiro, che tengono tutti inchiodati fino a tarda notte con il loro blues acido e più hard che mai, tra le mille chitarre di Jack e il sorriso dell’imperturbabile Meg; Patti Smith santona che rifà Stones e Cobain, con finalone Gloria / Rock And Roll Nigger, e sì, persino quel prete di Billy Corgan che, suonati quattro (brutti) pezzi dal prossimo Zeitgeist fa rivivere l’adolescenza a buona parte degli astanti con uno show che è tutto un siamese dream e un pochino una mellon collie.

I Buzzcocks? C’erano anche loro sì, e ubriachi fradici hanno fatto un casino tale che per una volta il palco “electro” di fronte al Rockdelux ha taciuto i suoi bassi. Così non è stato per l’esibizione di Albarn e Simonon: i suoni vittoriani di The Good, The Bad & The Queen sono stati praticamente sommersi dal rave antistante, nonostante l’affiatamento del combo e l’ottimo umore di Damon. Promosso a star di primo rango l’immarcescibile Mark E. Smith chiamato sul main stage, con lui una line-up nuova di zecca pronta a subire capricci e scappellotti. Smith fa cantare il bassista al posto suo per fumarsi la sigaretta pre-concerto, aggiusta il volume al chitarrista, ruba il microfono alla moglie-tastierista, il tutto mentre sbraita sicuro e strafottente, al solito e anche di più. Eppure quel finale impro psych tiratissimo - secondo solo a quello dei Melvins - conclude una performance nel complesso da annoverare negli annali del Primavera. Sicuramente non a questi livelli ma prevedibilmente onnipresenti e bravi i Sonici: questa è la prima di Daydream Nation 2007 e, nonostante qualche marcia debba ancora ingranare, il mito indie rock definitivo è bello è servito, con tanto di irresistibile Thurston Moore che inforca occhialini da collegiale prima di intonare Total Trash; il pubblico apprezza, spinge e scalpita per l’esibizione probabilmente più frequentata del festival.
C’è comunque un modo per ripararsi dall’immane fiumana di gente, ed è il rifugiarsi all’Auditori, teatro avveniristico dove gli sms non arrivano; per via del campo, si sa, ma anche per isolamenti spazio-temporali. Ecco che David Thomas Broughton appare chiuso in una bolla autistica fra ancestrali cantilene folk e freakerie avant (ginocchiate alla chitarra, oggetti metallici fatti tintinnare, corse forsennate tra il pubblico); Billy Bragg intrattiene magistralmente in uno one-man show di un’ora, in cui impersona la sua migliore incarnazione, il combat folkster “Johnny Clash”, laddove Jonathan Richman viene accolto come una superstar per il solo riproporre il suo repertorio ispanico. E’ senz’altro uno show osservare Shannon Wright contorcersi fra piano e chitarra, totalmente posseduta dalla sua musa, in un dialogo serrato con se stessa mentre ripropone a mo' di talkin' blues waitsiano buona parte dell’ultimo album, la musica tesa tra cabaret ed emotività lacerante; così come vedere good old Robyn Hitchcock salire sulla sua Adventure Rocket Ship alla volta del pianeta mai dimenticato dei Soft Boys, accompagnato dai fedeli Venus 3 (3/5 di Minus 5 e R.E.M.).
Bocciatura invece per Matt Elliott: una fissa per i crescendi noise con moltiplicazione della voce e gran slego di corde collettivo (violoncello, piano, batteria, tromba) viene replicato per ogni sacrosanto brano della scaletta tanto da trasformare l’epica tragica di certi Balcani in una pappa per intellettuali decadenti. Poco male, la chiudiamo con dei doversi elogi: l’offerta complessiva del Primavera tampona le piccole e grandi delusioni di ognuno (le proverbiali quando si hanno aspettative). E ancora una volta le scelte complessive (la partnership con l’ATP, l’attenzione per gente che non abbiamo citato ma di cui sarebbe stato bello parlare come Alexander Tucker, Fujiya & Miyagi, Grizzly Bear, Mus, Jay Reatard e Hell) confermano la lungimiranza degli organizzatori. A quando la reunion del Pop Group? Questi miracoli solo loro possono oramai...