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Introduzione
Critica
Webografia

The Roots

di Giancarlo Turra
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The Roots

  • Dilltastic Vol Won(derful)
  • False Media
  • Game Theory
  • Don’t Feel Right
  • In The Music
  • Take It There
  • Baby
  • Here I Come
  • Long Time
  • Livin’ In A New World
  • Clock With No Hands
  • Atonement
  • Can’t Stop This

Game Theory (Def Jam / Universal, ottobre 2006)

di Giancarlo Turra

Da quando - all’incirca dalla seconda metà dei ’90 in poi - il rap ha fatto l’atteso “botto” commerciale, ha iniziato a tralasciare la cronaca della strada per darsi alla glorificazione delle proprie gesta. Nulla di male, in fondo, giacché di vanterie e autoreferenzialità ce n’erano anche prima, ma il problema è che dal punto di vista creativo “il gioco” (come lo chiamano oltreoceano) si è fatto ben presto noioso. Le istanze più innovative restano, per fortuna, da cercarsi in chi - lontano dai riflettori e con la pelle non proprio scurissima - ha proseguito a sperimentare e offrire appetitosi frutti.

Esiste in ogni caso una vena aurifera che riesce miracolosamente a far andare a braccetto qualità e conto in banca: gente come Missy Elliott e Outkast, tanto per non fare nomi, oppure The Roots. Vi ricorderete tutti del tormentone con Cody Chesnutt che li portò, via MTV, persino sul palco del nostrano Festivalbar: scappano sorrisi che sfociano in risate, a immaginarsi le facce di quanti si comprarono Phrenology convinti che si trattasse di una cosa estiva e passeggera. Non lo era, come dimostrò l’album successivo e come peraltro avevano già proclamato quelli usciti in precedenza. ?estlove e accoliti erano qui per rimanere e consegnare uno dei migliori dischi del 2006, a prescindere dall’ambito di riferimento.  
La “teoria del gioco”, splendido e sintomatico titolo da ricollegare a quanto detto in apertura, è ben nota al sestetto di Philadelphia, che l’ha vissuta e maneggiata fin dalla più tenera età. Ne riscrive alcune pagine con calligrafia sicura e persuasiva, già che c’è, proseguendo l’interazione tra campionamenti (Sly Stone bistrattato a dovere nel brano omonimo), basi sintetiche e vere parti suonate. Sono proprio queste ultime a fare la differenza, un valore aggiunto che diviene pilone e  restituisce il calore umano proprio di soul (la morbida ma non melensa Clock With No Hands) e funk (cos’è Long Time, altrimenti?). Dissolvendo qualsiasi accusa di revivalismo sterile, ha più senso parlare di un omaggio alla tradizione - eloquenti i Public Enemy utilizzati per la rutilante False Media – che poi si sposta in territori esclusivi, che raccontano il proprio tempo con esperienza e autorità.  

C’è una cura del particolare in ogni brano (Dilltastic…è un breve frammento alla memoria di J.Dilla) che affiora con gli ascolti ma non va a svantaggio della compattezza, anzi sottolinea la profusione di idee e stile. C’è Don’t Feel Right, ribollente dell’ospite Maimuna Youssef come di piano e clavinet; c’è la marziale desolazione urbana di In The Music; c’è una Baby graziata dall’incedere pigramente sensuale; c’è una Livin’ In The New World che Beck non scrive da dieci anni e una Can’t Stop This che George Clinton rincorre da venticinque; c’è una Atonement che archi di casato bristoliano baciano in fronte. Ci sono, alla fine del conto e del gioco, tutte le ragione per portarvi a casa questo disco, mandarlo in repeat e quindi dritto nelle playlist di fine anno. (7.7/10)

  • The Pow Pow
  • Rising Down
  • Get Busy
  • @ 15
  • 75 Bars
  • Becoming Unwritten
  • Criminal
  • I Will Not Apologize
  • I Can’t Help It
  • Singing Man
  • Unwritten
  • Lost Desire
  • The Show
  • Rising Up
  • Hidden Track

Roots – Rising Down (Def Jam, 29 aprile 2008)

di Giancarlo Turra

E’ dura per chiunque esprimersi alle stesse altezze e figuriamoci per i campioni, che hanno costantemente puntata addosso l’attenzione della critica e le attese del pubblico. La classe è quella che ti sostiene, la certezza di poterti esprimere con un linguaggio che padroneggi e puoi permetterti di variare, modificare, arricchire. Questo è Rising Down: un disco di compattezza somma che rivela, ascolto dopo ascolto, una serie di sfumature convincenti, capaci di introdurre novità significative senza che ne risenta lo stile, consolidato e tra i più longevi nell’ambito hip-hop.

Accade, tutto ciò, al solito modo: sfoggiando una conoscenza della Storia sonora (non solo black…) e la maestria di farsela calare a pennello. Da un frammento che si rifà esplicitamente ai Last Poets (@ 15) e un’ipotesi di Can tellurici e squassanti a spasso per la jungla africana (I Can’t Help It), dalla Rising Up irruente però solare a Criminal, sensazionale asso acid-soul che LennyKravitz millanta di scrivere da che è in circolazione, saresti tentato di parlarne come di una seconda scelta. All’interno di un percorso eccezionale, un po’ è vero, per via di certi episodi che viaggiano di lussuosa conserva; tuttavia come fai a voltare le spalle all’instancabile dondolarsi tra ieri e oggi, alle ospitate di Mos Def e Talib Kweli (come a dire, dimmi con chi vai…), ai nervosismi minimali di I Will Not Apologize che suonano come Tricky non fa da più di un decennio? Non puoi, ecco.

Infine, dopo tanta bontà, passa quasi inosservata la copertina che pare tratta da un fumetto o un libello satirico di fine ‘800; sarebbe un errore, perché è proprio in quel momento che il guardarsi alle spalle si chiude come un cerchio. Non è un caso che, a compiere tale operazione “estetico-etica”, siano due tra i dischi recenti più significativi usciti in ambito black, ovvero questo e New Amerykah, Pt. 1 della Badu. Non può essere un caso, che si tratti dunque di un segnale per il futuro? Proviamo a capirlo altrove, su queste stesse pagine. (7.3/10)