Il primo album di Santogold è una strana creatura, fatta su misura per piacere al pubblico del pop alternativo (col suo incrocio di indie rock, reggae e nuovi suoni urbani) ma con alcuni brani tanto commestibili da aprire un mondo di possibilità in ambito mainstream. E se tanta abbondanza si rivelasse un arma a doppio taglio?
Ricapitoliamo la storia di Santi White. Nel 2001 collabora alla scrittura dei brani dell’esordio di Res, debuttando poi come voce degli Stiffed, band di Filadelfia che suona un punk con influenze giamaicane. Col socio John Hill reinventa la propria carriera come Santogold. Il nuovo progetto è aperto all’apporto di molti collaboratori, che garantiscono un perenne eclettismo dei suoni.
Il primo singolo è Creator, c’è Switch, produttore di Kala, c’è un’imitazione molto ben riuscita della star alternativa del 2007 e si diffonde l’hype: Santogold è la nuova M.I.A. Errore.

Il passo successivo è L.E.S. Artistes, pezzo pop che infila un hook dopo l’altro, facile da amare e da consumare. Bisogna correggere il tiro, lo slogan del momento lo conia il Guardian: Santogold è un incrocio tra M.I.A. e Nelly Furtado. Prima dell’album le carte vengono ancora rimescolate: emergono tracce pesantemente dub come l’ out-take Your Voice, reggae subacqueo e seducente.
Nell’album, slittato da gennaio alla primavera, col titolo sapientemente cambiato da Creator a Santogold, convivono tutte le anime di questa artista. È pop, realizzato senza timidezza, senza paura di sporcarsi le mani.
Ma con il disco arriva pure la sgradevole sensazione che sia già giunto il momento del colpo di frusta per la “next big thing”: chi può perdonarle d’essere solo “another good thing”?
L’hype che si sviluppa in rete è frutto di un mondo che ha la soglia d’attenzione di un bimbo vivace al quale abbiano d’improvviso sostituito il Ritalin con il Pocket Coffee. Da chi dipende tutto ciò? Da siti maestri d’alternativa, sempre condannati a inseguire un giornalismo aggressivo e cool, al punto che niente ha più importanza, se non l’ostentazione del proprio ego. Dai beneamati blog, dove l’egocentrismo è molto più semplicemente il punto di partenza, e non passa post senza che un disco sia il più bello o il più brutto della storia. Dal passaparola dei navigatori, che pure paiono interessati solo a dimostrarsi sempre un passo avanti agli altri.
Per una volta non date retta a nessuno, perché ci sono quaranta minuti di canzoni a tratti esaltanti. E il disco ha pure una bella copertina, quindi optate per la plastica e niente mp3!

Nel debutto a nome Santogold di Santi White, convivono due anime diverse. Nessuna delle due è quella che t’aspetti.
Il singolo Creator era un falso indizio, una riproduzione, perfetta ai limiti della caricatura, di tutto ciò che aveva reso M.I.A. una delle più eccitanti novità musicali degli ultimi tempi: la produzione di Switch, l’uso arrogante del rumore, il flow sfacciato e aggressivo, la capacità di trasformare in pop gli elementi più impensati (in questo caso l’urlo stile Anne di “Little Britain” in apertura). L’unica altra traccia dove Santi si traveste da M.I.A. è Unstoppable, non a caso realizzata con Diplo, ed è comunque una versione di M.I.A. sedata, rilassata, quasi gentile, se riuscite a immaginare una cosa simile.
Per il resto quest’album è altrove: è un disco che non intende provocare, e probabilmente nemmeno immaginare nuovi scenari musicali. Gioca con la storia, con le citazioni, muovendosi svelto da una stanza all’altra. I brani lenti offrono una lettura molto personale, seppure con pochi guizzi, del dub metropolitano. La fortuna è che Santogold si ricordi sempre di qualche espediente per cercare di rendere memorabili anche queste tracce.
Il resto è fatto da canzoni pop rock, forti e senza rimorsi, capaci di prendere direzioni sorprendenti, nelle quali si sente forte il passato degli Stiffed e la presenza di John Hill, da anni compagno d’avventure musicali della White. You’ll Find A Way insegna il mestiere ai Bloc Party, Say Aha è una festa di hook che sarebbe capace perfino di dare un senso alla prossima riunione dei No Doubt, mentre I’m A Lady richiama alla mente i migliori Pretenders, con la controindicazione di smascherare i limiti della voce di Santi.
Spesso s’avverte il freddo di una musica troppo calcolata per conquistare fino in fondo, ma le tante sorprese, la riuscita accoppiata tra il passo notturno del groove e l’esuberanza dell’indie rock, fanno in modo che il lavoro di Santogold sia uno dei pochi dischi dell’anno sui quali valga davvero la pena soffermarsi. (7.7/10)