

Al giro di boa di questo 2006, la scena indie britannica si sta rivelando come non mai ricca di interessanti new acts, capaci anche di regalare qualche gradita sorpresa. Dopo i più che promettenti segnali lanciati da Field Music e guiLLeMoTs, arriva da Londra il debutto dei Semifinalists, tre ventenni – che la storia vuole conosciutisi durante un corso di cinema – intenti a succhiare dalla vena dei Flaming Lips di Wayne Coyne (sentite un po’ Show The Way, The Chemicals That Wait, Whispering Mice, From Several To Many), mostrando altresì di saper già gestire con discreta padronanza la materia pop (in D.C. per un attimo echeggia perfino il Brian Wilson di Smile).
Dodici episodi che sfoggiano un approccio compositivo tutt’altro che banale, in un gioco di rimandi (dai Grandaddy di A Short Acoustic Song ai Sigur Ròs di You Said) che non si rende mai molesto. Si fa notare una curiosa schizofrenia tra composizioni di derivazione preminentemente lipsiana e canzoni wave-pop di scuola Delgados-Slowdive (Let’s Kill This, I Saw You In The Hall), complice anche l’alternarsi di voce maschile e femminile - rispettivamente Ferry Gouw e Adriana Alba, con Chris Steele Nicholson a completare il quadro - ; nel piacevole sospetto che si tratti di una risorsa latente più che di un difetto, il verdetto è comunque pienamente positivo. Un bel viaggio. (6.9/10)

Per evitarci complicazioni, i londinesi Semifinalists si definiscono furbescamente punk as shit. Giusto in caso ci venisse un’altra volta in mente di etichettarli in qualche modo, dal momento che pare abbiano voltato del tutto le spalle allo psych pop di marca Flaming Lips dell’esordio per fare rotta, pericolosamente, verso quella decade dove tutti prima o poi approdano: gli ’80. Questo 2, guardacaso, sembra fare il paio con Oracular Spectacular degli MGMT, non fosse che qui l’attitudine vampiresca nei confronti del pop kitsch degli eighties è più un feticcio stilistico – o, appunto, un’ostentazione di anarchia punk - che una vera vocazione.
Detta in un altro modo, gli ammiccamenti a Cure, Smiths, Depeche Mode, OMD, Pet Shop Boys etc. non sono altro che un divertente (e divertito) espediente per travestire canzoncine indie appiccicose, poco serie eppure complesse, nella loro apparente semplicità (vedi Surrender). Così, mentre cerchi di capire se quello che stai ascoltando scimmiotta più i Notwist o Why Can’t I Be You (The Alphabet), il Billy Corgan electro-pop o i Pinback (Our Body), Neil Tennant o Let’s Dance (Last Pretending, con tanto di solo tamarrissimo), Patrick Wolf o Marc Almond (l’intro di Odd Situation), Seventeen Seconds o i Sound (Ice Bowling), ti ritrovi alla fine con tutte le melodie in testa, arreso all’idea che questi tre ragazzi – non a caso, compari di Lightspeed Champion - sono davvero più furbi di quanto si crede. (7.0/10)