
Di questo disco dovrebbero fare un trailer. Farebbe sobbalzare l’ascoltatore dalla sedia e lo trascinerebbe a cercarsi il disco intero. Allo stesso modo, se si ascolta Our Moon Is Full – disco d’esordio degli Strings Of Consciousness – limitandosi a qualche secondo per canzone, ci si interessa immediatamente.Ma c’è un ma.
Il gruppo è formato da nove componenti che agiscono a distanza, un po’ francesi – di Marsiglia, Parigi – un po’ londinesi, un po’ di Chicago. Chi gli vuole bene più del dovuto dice che è stupefacente come si percepisca, nonostante quel modo di comporre non in presenza reciproca, la coesione e l’amalgama delle canzoni, come se i musicisti vivessero insieme. Si dicono tante cose false, e questa è una di quelle.
Del disco spicca infatti l’assenza di una stanza dei bottoni dove bere birra insieme, il che vuol dire mancanza di coesione, appunto, ma prima di tutto di un progetto di composizione che sopravviva all’aggiunta di effetti; ovvero ancora, pensando queste canzoni in una veste scarnificata dalle idee accostate tra loro dalla sporca nonina, rimane poco. Forse da qui potrebbe scaturire il maggior pregio del disco, e la sua salvezza da una delusione (che parzialmente c’è) all’ascolto completo. Sì, d’accordo, è palese la mancanza di un fulcro compositivo; ma la struttura non è mai cervellotica, è quanto di più semplice o del tutto assente, a volte riempita dalla presenza scenica dei solisti (come la voce di Scott McCloud dei Girls VS Boys in Crystallize It, o di quella J.G. Thirlwell – cioè Foetus – in Asphodel) e da loro condita di un effetto straniante, di shift post-moderno.
Il risultato è insomma fatto di canovacci riempiti progressivamente di effetti, di trovate elettroniche, percussive, su un flusso di coscienza collettiva, un intreccio di pensieri musicali che nonsi incontrano a distanza ma si sovrappongono. Un momento, mica ho cambiato idea. Questa artificialità fatta di appunti non raggiunge l’eterogeneità splendente degli Oneida, nonostante a loro si possa pensare come terminus ad quem ideale del disco. Come il flusso di parole musicate della seconda parte del disco ci ricollega ai reading narrativi dei Massimo Volume, ma ne è inferiore, come l’uso del sassofono e di alcune atmosfere lo è rispetto ai Tuxedomoon. L’occasione, insomma, resta sprecata. (5.8/10)

Non li avevamo trattati troppo bene, l’ultima volta, gli Strings Of Consciousness; ma in fondo forse uno dei motivi principali era che ci sembrava potessero fare molto di più. Intelligenti, ma non si applicavano, a mo’ di sunto.
In realtà di Our Moon Is Full lamentavamo soprattutto l’assenza di coesione; ora che poi il gruppo si è ulteriormente ingrassato a 14 elementi, prima dell’ascolto sospettavamo una replica delle perplessità. E invece, sostanzialmente, Fantomastique Acoustica smentisce le aspettative non proprio rosee. Biograficamente bisogna precisare che il nucleo del gruppo è ora limitato a quattro persone; e c’è da dire che l’album conta solo 4 tracce – le prime – davvero a firma SOC, mentre le undici rimanenti si fregiano di remix più o meno illustri, da Mira Calix a Rotchko, da Scanner (presente anche nel video finale ad opera di Oxygene) a una collaborazione con Foetus (Asphodel, presente pure questa come video).
La prima anima esposta è simile al disco precedente, ma più ambientale, con accenni dei soliti postrockers postmogwaiani (Forest Of Spades), sebbene un poco più digitali, a volte riscaldati dal sax (Fantomastique Alaska). E paradossalmente – sempre con la fresca memoria di Our Moon… - anche gli interventi esterni risultano mirati a creare una coerenza corale della musica espressa nelle prime quattro tracce, trattate dagli ospiti ma mai completamente stravolte (fatta eccezione per i tentativi più spinti, come il remix di Sutekh); e persino la parte visiva del pacchetto pompa siero ambientale nella fruizione.
Crediamo si possa dire che l’intento di questo album è di fare da sfondo a un flusso di coscienza dei pensieri nell’ascoltatore; musica muta di voci (tranne nel combo con Foetus, ma appunto lì c’è anche il video a trasportare), come già scimmiottato dal nome della band, del resto. E più convincente, in questo caso specifico, perché in definitiva non troppo invadente. (6.7/10)