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Tiziano Zanotti

di AA.VV.

 

 

 

 

 

 

  • Viaggiando
  • Xa
  • Afternoon In Solo
  • Schegge di perfezione
  • In parte...è mistero
  • Tarabuk
  • Doll
  • Biagio
  • Max imized
  • Tactus per Ligio

Marco Lo Russo / Tiziano Zanotti – Tarabuk (Velut Luna, 11 agosto 2006)

di Fabrizio Zampighi

Tarabuk è coriandoli in forma di note, scenari evocativi e accoglienti, scambi soavi ma decisi, appeal immediato, capacità del suono di dipingere spaccati circospetti (Biagio), incedere solenne (Maximized), ambienti sonori dinamici, colori gitani (Viaggiando), groove in crescendo (Xa), atmosfere sognanti dal sapore d'oriente (Tarabuk). Una libera associazione di fisarmonica e contrabbasso che attrae con la sua dialettica elementare, le armonie cortesi, il respiro nomade e sconfinato, la semplicità d'uso.

Sembrerebbe logico raccogliere i pochi spiccioli d'anima rimasti per regalarli alla creatura di Marco Lo Russo e Tiziano Zanotti, evitando di scendere ulteriormente nei particolari. Ma non è tutto oro quel che luccica. In alcuni frangenti ci si accorge infatti di non essere arrivati alla quadratura del cerchio, di aver temporeggiato oltre il dovuto, di essersi spinti un po' troppo lontano col rischio di non ritrovare più la strada di casa, soprattutto quando l'improvvisazione prende il sopravvento sulla rigida definizione dei ruoli trasformando, in assenza di una parte ritmica stabile, timbri altrove destinati a creare riuscite collaborazioni in arrampicate strumentali un tantino sfilacciate. Momenti di appannamento che non pregiudicano la qualità generale del progetto, intendiamoci, ma che rischiano di far passare un interessante esperimento di fusione per un disco dai toni ordinari. (6.5/10)

 

  • V
  • Oleo
  • Lonely Woman
  • Little Girl I'll Miss You
  • Chucho
  • Ornithology
  • Inner Urge
  • You Don't Know What Love Is
  • United Blues
  • Yardbird Suite

Tiziano Zanotti / Alessio Alberghini - Influences (Echoes, marzo 2007)

di Stefano Solventi

Alberghini ci mette il sax soprano: già al lavoro con Nicola Piovani e Giovanni Tommaso, sciorina un timbro caldo, agile, sdrucito. Se in Oleo - una saettante composizione di Sonny Rollins, molto amata da Miles - chiama a raccolta fantasmi dixieland e bop, in Ornithology spiega una flemmatica devozione a sua maestà Parker, mentre altrove - ad esempio in Little Girl I'll Miss You - scioglie e cuce un arguto romanticismo, sposando magnificamente i riverberi misteriosi del contrabbasso.

Contrabbasso di cui si occupa Zanotti: strumentista e teorico, una messe di collaborazioni jazzistiche che va da Marc Johnson a Palle Danielsson passando per Trilok Gurtu e Furio di Castri, non disdegna il mondo del folk-rock come dimostra la partecipazione ai recenti album di Claudio Lolli e de Il Parto delle Nuvole Pesanti. Qui ingaggia un duello fisico e romantico con le quattro corde. Nel suo tocco una scorbutica pastosità, che si esalta nel latin-tinge (Chucho), rumina flessuosità mingusiane in caso di blues (quello sgranato della hendersoniana Inner Urge, quello fumoso di Lonely Woman), tesse ombre suggestive (nell'iniziale V) e - alla bisogna - alterna diteggiate febbrili al mantice torvo dell'archetto (Yardbird Suite).

Il loro principale merito in questo disco è l'assenza di tracotanza. Perché un duo jazz nasce sempre per presunzione, con la certezza di dover affrontare e vincere il vuoto intorno, potendo contare solo sulla propria capacità di scuoterlo e riempirlo. Così, i due pescano dal Real Book una decina di pezzi storici e li ripercorrono con sagacia e brio, brandendo gli strumenti con naturalezza e intensità. Ottima in questo senso la scelta di riprendere il suono in close up, mantenendone la flagranza e le impurità (compreso il respiro affannato di Zanotti e le insufflazioni frastagliate di Alberghini), come se assistessimo di nascosto alla dialettica di questi due peripateti tra i sentieri del jazz. (6.8/10)

  • The Opener
  • Dettagli
  • Gocce
  • Episodio II
  • Piece Informe
  • Hands
  • Afternoon in solo
  • Dirty
  • Harry
  • Gestire lo Spazio I
  • Forma Mentis
  • Gestire lo Spazio II
  • Blue
  • Gestire lo Spazio III
  • Gestire lo Spazio IV

Tiziano Zanotti - Gestire lo Spazio (Echoes, aprile 2008)

di Stefano Solventi

Attenzione a Tiziano Zanotti. Che se credi di ghettizzarlo nell'austero pianeta del jazz, poi te lo ritrovi sotto il naso a scuotere il fusto di una non meglio definibile avanguardia, che per quanto tenti di ficcare in altri scaffali (post-rock, post-blues, post-folk, post-che-ti-pare...) continua a scivolare via, a non offrire quel che si dice una comoda presa. Imprendibile, ecco. Come chiunque azzardi fare storia a sé. Ricapitoliamo: Tiziano Zanotti e il basso. Qualche sparuto intervento sintetico (qui un loop, chincaglierie e perturbazioni di là). Un pianoforte estatico, suonato dallo stesso Zanotti, in un paio di brani. Basta.

Anzi no: poi c'è lo spazio, l'alter ego della manifestazione sonora, che nel gioco delle negazioni complementari rende possibile il palpitare dei timbri, lo spampanarsi armonico, lo sgrappolare ritmico. Lo spazio, già, che si definisce nel gioco capillare dei delay, del riverberare alterante, delle ingerenze acide sul meccanismo di ri-costruzione mentale del mondo a partire dal suono.

Vedete dunque che il poco, il pochissimo che costituisce questo disco in realtà tira in ballo una strutturata catena di agenti e ingredienti, che in un certo senso aureolano invisibili l'organizzazione melodica e armonica delle composizioni. Le quali composizioni poi si rivelano tutt'altro che incidentali. Si tratti del romanticismo di Episodio II, qualcosa come uno standard embrionale in progressiva scompaginazione folk blues, fino a lambire certi esoterismi Jimmy Page. Oppure la sbrigliatezza bop tra elettroniche particellari di Harry, quasi la garrula idea di fusion che potrebbe architettare il caro Mike Watt. E poi ancora il Metheny mannaro di Dettagli, quella specie di Oldfield sotto sedativo in Gestire lo Spazio II, le inmfiorescenze Fahey-O'Rourke di Hands, i Godspeed You Black Emperor più eterei di Gocce...

C'è anche un link esplicito anzi concreto ed è il campione vocale di Bruno Maderna in Gestire lo Spazo III, sorta di soundtrack drammatica con derive minimal-electro e funk che quasi quasi i Tortoise ci farebbero un pensierino. Disco complesso ma dall'insospettabile appeal, che nel frattempo potrà ridefinire due o tre cose circa il troppo e il poco (il senso?) di molta musica che ci passa per le orecchie. (7.4/10)