
Chiamateci nostalgici, dateci dei venduti, infierite pure sulle nostre – presunte - capacità critiche: ci dichiariamo colpevoli. Colpevoli di cedere senza nemmeno uno scatto d'orgoglio ogni volta che ci viene propinato il “solito” disco pop tutto sussurri e suoni minimali, di aprir la porta senza prima chiedere chi è se dallo spioncino riconosciamo tracce di malinconici paesaggi autunnali, di offrire ospitalità al viandante se la contropartita è una semplice condivisione di intenti.
Era già successo qualche mese fa con Marta Collica e Gabriel Sternberg, accade ora con gli aretini Kiddycar.
Colpa della voce flebile e raccolta di Valentina Cidda – simile, per certi versi, a quella di Francesca Amati dei ravennati Comaneci -, del contrabbasso elettrico di Paolo Ferri, delle chitarre di Stefano Santoni, del trombone di Simon Chiappelli, impegnati, a seconda dei casi, a disegnare schizzi di elettronica celestiale (No Gravity e Small Things), a esplorare confini pop alla Nordgarden (Time), a rivestire il suono di archi e luci soffuse (Human Logic), a cedere alle lusinghe della tradizione musicale francofona (Can I Have Your Desert?). Come del resto degli arrangiamenti equilibrati, della sensibilità, della qualità della scrittura, della misura che caratterizza ogni soluzione estetica.
Elementi che forse per qualcuno non basteranno a salvare Forget About dalle sabbie mobili di un “conformismo” letale, ma che per noi sono sufficienti a dichiarare il disco colonna sonora ufficiale dell'ottobre che si avvicina.
(7.0/10)