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Deadbeat - Journeyman's Annual (Scape / Audioglobe, 20 giugno 2007)

di Edoardo Bridda

In filo diretto con la riscoperta del dub in chiave (minimal)elettronica da parte di Pan American e Pole, nel 2000 ha preso vita Deadbeat di Scott Monteith, un progetto che ne riprendeva la vena marittima e abbandonata togliendole però l’elemento post-rock a favore di certa cultura techno, di un feeling da dancehall e avvalendosi di dilatazioni trance-dance.
Con Journeyman's Annual il musicista ritorna alla radice abbandonando la cassa a favore del landscape, aggiungendo spezie acustiche (il violino di Sophie Trudeau), etniche e vocali. Vengono in mente i Future Sound Of London o gli Orb degli esordi da una parte, ma anche l’hip hop contaminato della Anticon dall’altra, e ne deriva una triplice fruizione solitaria, salottiera e chill, ovvero ballabile come non, da ascolto come variabile d’ambiente (e mai, diciamolo, tappezzeria music).  

Gli ingredienti sono noti, ma un sound immediatamente avvolgente grazie all’uso del bass e delle frequenze dub, straniante per l’uso ondivago (e dancehall cioè le tastierine con l’eco) delle frequenze medie, nonché psicologico data la presenza di mood e groove (anche chamber grazie alle parti di violino) catturano al primo ascolto e non mollano neanche dopo dieci. I titoli dei brani sono pure azzeccatissimi: Lost Luggage possiede sample-noise etnici e parte con una lunga ambient minimale, Melbourne Rround Midnight è più misterica e cadenzata seppur gongolante in un misto di dancehall e groove vischioso, Night Train To Paris e Refund Me preferiscono pattern ritmici decisi e sincopi in contrappunto. In quest’ultima c’è pure il fuoriprogramma con il buon rapping di Bubbz che assieme al mitico talking baritonale di Moral Undulations nel dubstep di Deep in Country (e al classico – ma bruttino - posse-ragga di Jah Cutta in Gimme A Little Slack) completa la triade di brani cantatati. Traccia culto: Turbulence con la sua cupa e metallica modulazione di frequenza su fragorosa base magreb-dub, e quest’ultima spezia, dosata dalla metà della tracklist in poi, è anche la più esaltante dell’amalgama: c’è un ritmo che non ti molla e un mondo di suoni tredì tutt’attorno. Brain dance che parte dall’Africa per una trance senza etnie.

(7.3/10)

 

  • ambient, dub, dancehall
  1. Lost Luggage
  2. Melbourne Round Midnight
  3. Night Train To Paris
  4. Refund Me
  5. Where Has My Love Gone
  6. Deep In Country
  7. Turbulence
  8. Gimme A Little Slack
  9. Gimme A Little Dub
  10. Loneliness And Revelry