
Fern Knight si è ritagliata uno spazio di tutto rispetto all’interno della scena new weird folk americana e rappresenta una delle punte di diamante di quella di Philadelphia, gravitante intorno al guru Greg Weeks (Espers, The Valerie Project). Al terzo disco, dopo un esordio in sordina con Mike Corcoran (Seven Years Of Severed Limbs, del 2003) e il bellissimo Music For Witches And Alchemists (2006), Margareth Wienk (è questo il suo vero nome) prosegue su una traiettoria già nota e cara a coloro che avevano apprezzato il precedente album.
Si avvale ancora della collaborazione dell' Esper Jesse Sparhawk (arpa e basso elettrico), già apparso in MFWAA, oltre che di Jim Ayre (chitarra flying v, batteria, percussioni) e James Wolf, allievo di Sun Ra (violino).
Ispirato da un lungo soggiorno irlandese, Fern Knight è dedicato all'amore panico, alla contemplazione dell' Essere come antidoto all' umana follia.
Bemused apre col canto di una sirena delle isole di Aran, che evoca quello di Marissa Nadler per i pellegrini della Mayflower. Le intelaiature acustiche creano un' ipnosi naturalistica e la chitarra di Ayre richiama il contatto con la terra. La ricerca sonora non si spinge molto oltre quanto già ribadito in precedenza, ma il songwriting in alcuni casi raggiunge vette di rara perfezione.
Fiabe folkloriche dalle psichedelie arcane (Silver Fox, Synge's Chair) dipingono scenari medievali ispirati da luoghi reali (Synge's Chair, nell'isola di Inishmann, deve il suo nome allo sceneggiatore/scrittore irlandese John Millington Synge). Altre sono delle odi ad honorem a luoghi suggestivi (la Magpie Suite, dedicata alle Pinelands, l'enorme foresta che si estende nel South Jersey).
Ed è la Magpie Suite, divisa in tre parti, a segnare l’epilogo; a iniziare dal preludio, che si schiude con una citazione da "Paradiso Perduto" di Milton: "Into the womb of neither sea nor shore into this wild abyss", con la voce di Weeks a far da contraltare a quella della Wienk, sfiorando l’apice del lirismo, sottolineato dagli intarsi orchestrali. La seconda parte è affidata ai cori della Ex Reverie Gillian Chadwick, a descrivere un'orchestra-carillon nascosta nel tronco di un albero; la terza chiude con la pastorale eraclitea " All is lost and all will run over graying ground to the rays of the sun", dalla solenne coda a cappella.
Fern Knight è una che viene da lontano (già a metà degli anni Novanta militava nell’ Amoebic Ensemble, progetto a metà strada tra John Zorn e Nino Rota e quanto di più lontano dall’ hype si possa immaginare) e nonostante abbia alle spalle un retroterra colto (musica barocca e rinascimentale) ed, a tratti, extraeuropeo (traditional indiani e marocchini), mette da parte ogni leziosità per realizzare dei caldi e toccanti affreschi folk, come forse solo Vashti Bunyan, insieme al buon Max Richter, ha saputo fare.
(7.0/10)