
Il proteiforme Christian Rainer - artista visivo, scrittore, musicista - ha già battuto due colpi importanti, prima debuttando col camerismo imprendibile di Mein Braunes Blut (Bar La Muerte, 2002) e poi partecipando all'omonimo dei Ronin (Bar La Muerte, 2003). Sul punto di tornare sugli scaffali col secondo opus, licenzia questo mini assieme agli aretini Kiddycar, band fresca di debutto con l'apprezzato Forget About (Seahorse - Fridge, agosto 2007). Sulla carta la combinazione poteva suscitare più di una perplessità, ma alla prova dei fatti si rivela azzeccatissima.
Malgrado il mood sintonizzato su un palpitare struggente ammantato blasé - che sia la delicatezza indolenzita Lambchop di Le temps de noircir, il languore Cave via Gainsbourg dell'iniziale Dit de l'amour o il miraggio Cohen della trepida Your Big Hands - permane un senso di gioco, di recitar la parte allestendo argute rappresentazioni a base di reminiscenze e attitudini. Gioco che peraltro si svela "brechtianamente" in Birthday Song, funkettino etereo Mùm a base di tastierine vibratili ed un violoncello che rimbocca le coperte alla vetrosa garza pop. Per non dire dell'uso del francese, a connotare tutto un "sentire" emotivo e formale, che pure sbriglia brio spiegazzato Jens Lekman in La recette de Noel. C'è pure modo di pagar pegno all'irredente svenevolezza Morrissey nella fosca scherzosità di Elsewhere e di operare strani sfasamenti psych nel canovaccio folk-pop (da qualche parte tra Fairport e Belle And Sebastian) di Simple And Faithless.
Le voci di Christian e Valentina brigano intriganti complementarità, proprio come l'impasto di chitarre e tastierine, ottoni e pianoforte, elettroniche fugaci e percussioni frugali. Il cerchio si chiude con una Dit de la distance che riprende il (bel) motivo di Dit de l'amour, smorzandolo con l'allibita apprensione del piano tra cinguettii e cigolii, poi chitarre che ruggiscono una solitudine rugginosa, come provenissero dal cuore dell'ultimo romantico sulla faccia della terra. Un piccolo, grande disco. (7.2/10)