
Nel 2002, un anno dopo il suo ingresso nella Rock’n’Roll Hall of Fame, “The King” Solomon Burke ha iniziato con Don’t Give Up On Me un nuovo prolifico periodo come recording artist. Le canzoni di quel grande album erano scritte da un dream team ben felice di farsi vedere in compagnia del monte Rushmore del soul: Dylan, Costello, Brian Wilson, Van Morrison, Nick Lowe. Le collaborazioni eccellenti sono proseguite nel successivo Make Do What You Got e nel recente Nashville, nel quale Burke ha anche duettato con Emmylou Harris, Gillian Welch e Dolly Parton.
Questo nuovo Like A Fire si pone come un disco di transizione tra il country soul di Nashville e il progetto di un disco gospel previsto da qui a pochi mesi. Da una leggenda così ci si aspetta sempre il guizzo che ti cavi l’anima dal petto e nell’epifania d’una canzone ti costringa a guardare in faccia tutta la verità sull’amore, sul dolore e sullo Spirito. La potenza della voce di Burke (ascoltatelo anche solo parlare, nell’intro di We Don’t Need It), la correttezza formale della realizzazione, i cliché della scrittura, ci illudono a più riprese che il momento trascendentale sia vicino. Invece non succede quasi niente. Like a Fire è un disco senz’altro godibile, fatto con mestiere, grande mestiere, ma poco di più. Si può solo tenere il conto delle variazioni sul tema e delle presenze di rilievo. Eric Clapton scrive Thank You (il pezzo più country, che secondo i piani dovrebbe ricomparire in versione gospel nel prossimo album) e la title track, confermando però che il recente felice incontro con J.J. Cale può aver rivitalizzato la sua chitarra, ma non le sue capacità di compositore.
Anonimi sono anche i brani scritti da Jesse Harris (You & Me e What Makes Me Think I Was Right), mentre si fa notare Keb’ Mo’ con We Don’t Need It, storia di un uomo che cerca di spiegare alla sua famiglia le proprie difficoltà economiche. Il pezzo migliore lo scrive, sorprendendo chi come me è sempre un po’ diffidente nei suoi confronti, Ben Harper, che con A Minute To Rest And A Second To Pray regala finalmente a Burke un groove vivo e forte. Degno di un re.
(6.2/10)