
Una cosa che Trent Reznor ha dimostrato in una vita di dischi è che la musica industriale – o almeno un suo sotto-tipo – può arrivare anche a persone che al momento della sua nascita – i soliti Throbbing Gristle – l’avrebbero aborrita.
I suoi Nine Inch Nails hanno percorso una parabola che ha attirato a sé l’adolescente come l’ascoltatore meno concitato, i novelli come i veterani della musica industriale. Che Trent sia il nume tutelare dei Bulbul – e di Bulbul 6, loro ultima creazione, la prima per Exile On Mainstream – appare in certe occasioni evidente, ma non è garanzia necessaria e sufficiente perché i risultati siano gli stessi. L’impressione è che ci sia una certa foga nel seguire i suoi passi, o meglio i suoi procedimenti, al massimo delle loro possibilità.
L’effetto più appagante del disco – e coerente con l’intento – è una certa malleabilità dimostrata da Patrick Pulsinger, musicista austriaco che sta dietro al progetto. E così anche le cose più lontane dai NIN non li riescono a non ricordare. Così avviene con l’incubo (indotto e neanche troppo spaventoso) di Fremder Hingepisst, che si applica ai Cabaret Voltaire più patafisici; o con la successiva e sincopata Daddy Was A Girl I Liked, una buona prova di industrial-funky; con la tardo-neubauteniana Loss Mei Hen In Ruah; o con l’iniziale Somnambulance Blood (ma anche in The Song's Name), dove i BulBul fanno propri gli insegnamenti dei Brainiac.
Là dove è più invadente Reznor è la strategia delle scelte vocali, dell’impostazione del cantato; e il tessuto connettore si basa proprio su questo. A volte (Lack Of The Key) si arriva persino ai NIN più portatili e digitali, e a brani (Tighten, che ci porta fino a Marilyn Manson) dove la base industriale cela una struttura a rondò propria della canzone più tradizionale.
Ma poi… poi leggiamo nella press che a partecipare al disco ci sono anche Philipp Quehenberger e Carla Bozulich; e che si eleggono come riferimenti dei Bulbul nientedimeno che i Jesus Lizard e i Melvins. Una variatio finale, che ci distrae un attimo ma che non cambia in sostanza la nostra opinione.
(6.3/10)